I dati di Eurostat dimostrano il peso della discriminazione salariale di genere nelle retribuzioni. La strada per la parità è ancora lunga Quella sistematica ‘’differenza’’ salariale che penalizza le donne

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LAVORO

Quella sistematica ‘’differenza’’ salariale che penalizza le donne


La differenza salariale di genere è definita da Eurostat come «differenza di retribuzione lorda oraria media tra donne e uomini occupati in aziende con più di dieci dipendenti» ed è espressa come percentuale della corrispondente retribuzione maschile. La disparità di salario che emerge dai dati è dunque riferita al confronto tra due gruppi di individui (gli uomini e le donne) che sono diversi da molti punti di vista, non solo dal punto di vista della retribuzione, e poiché le caratteristiche che li rendono diversi sono rilevanti per la produttività,  afferma Eurostat, esse contribuiscono a spiegare la differenza di retribuzione osservata nei dati.

Analizzando statisticamente le informazioni disponibili sui salari di uomini e donne è possibile ripartire il divario retributivo in due componenti. La prima componente rappresenta la parte del differenziale imputabile alle diverse caratteristiche individuali che possono influire sulla produttività (età, titolo di studio, professione, livello di inquadramento, settore di attività, dimensione aziendale, tipo di contratto, numero di figli, intelligenza, affidabilità). La seconda componente rappresenta invece il residuo che non è riconducibile ad alcuna variabile osservata che possa rappresentare una differenza di produttività. Poiché non vi è ragione per la quale donne e uomini con le stesse caratteristiche produttive debbano ricevere retribuzioni differenti, questo residuo non spiegato prende il nome di discriminazione salariale di genere.  

I dati mostrano  che le donne ricevono un minor salario per ora lavorata in modo non casuale, ma correlato all’appartenenza di genere. Questo risultato è imputabile a una serie di cause (come la divisione del lavoro, la segregazione formativa, la segregazione occupazionale orizzontale e verticale) ciascuna delle quali rappresenta un problema per la piena realizzazione del potenziale produttivo della componente femminile della popolazione, e contribuisce in modo sostanziale alla spiegazione del differenziale retributivo e lascia spazio ai condizionamenti degli stereotipi. L’influenza  degli stereotipi non si è affatto esaurita, e produce ancora distorsioni rilevanti nei meccanismi allocativi perché i condizionamenti degli stereotipi sono pervasivi e non residuali.

Le politiche di pari opportunità saranno dunque necessarie fino a quando l’abbinamento delle persone  alle posizioni lavorative, e alle corrispondenti retribuzioni, non rifletterà la pari produttività potenziale dei due generi, eliminando quella componente discriminatoria delle retribuzioni che è ingiusta dal punto di vista delle donne e inefficiente dal punto di vista della collettività. Oggi più che mai possiamo dotarci di strumenti di rilevazione importanti per combattere le differenze anche in relazione a dati oggettivi.

Le stime dell’Osservatorio Statistico dei Consulenti del Lavoro per il 2019 confermano i gap territoriali e di genere dell’economia italiana  e ci offrono una ricerca che conferma quanto ancora ricorrentemente si confermano le discriminazioni verso le lavoratrici dal punto di vista salariale. Nel settore privato i dipendenti che risultano occupati nel mese di dicembre 2019 sono circa 13,1 milioni. La retribuzione media giornaliera di 79 euro varia molto in funzione della tipologia di orario in quanto i dipendenti full time percepiscono in media 94 euro mentre i part time, in particolare le donne, percepiscono meno della metà (49 €). Per effettuare il calcolo della tredicesima, serve tuttavia tenere in conto le giornate di lavoro annue che dipendono dalla data di assunzione del dipendente. Infatti, non tutti i dipendenti hanno lavorato un anno intero tanto che le giornate medie retribuite risultano essere 241 per ogni lavoratore. Solo il 54% dei lavoratori ha lavorato per un anno intero, mentre il 24,4% ha lavorato per un periodo che va dai 6 agli 11 mesi ed il restante 22% ha lavorato meno di 6 mesi.

Se consideriamo solo i 13,1 milioni di dipendenti del settore privato extra agricolo, il volume complessivo di tredicesime erogate sarà pari a 12,5 miliardi di euro netti2 , pari a 20,9 lordi. L’importo medio della tredicesima in riscossione sarà pari a 956 euro, con una ampia forbice fra dipendenti part time (529 €) e full time (1.192 €).La quota di part time, fra i 13 milioni di dipendenti presi in analisi, è pari al 28,8% del totale (tavola 2). Questa forma di lavoro caratterizza quasi la metà del lavoro femminile (46,4%) mentre è pari al 16,2% fra gli uomini.

Se prendiamo in considerazione i 3,8 milioni di dipendenti part time, oltre i 2/3 (67,2%) sono donne. La distribuzione geografica delle tredicesime risente molto degli stipendi medi e della diffusione del part time. Se analizziamo il volume complessivo delle tredicesime nette (12,5 miliardi) per area, notiamo che ben 3,7 miliardi di euro di tredicesime (il 37% del totale) sarà a disposizione dei residenti nelle regioni del Nord ovest, mentre il 26% (3,3 mld di euro) nel Nord est. Per le regioni meridionali la quota è del 16% (5% nelle isole) mentre il Centro potrà contare sul 20% del volume complessivo delle tredicesime. La variazione degli stipendi a livello territoriale e la maggiore diffusione del part time nel Meridione comportano che la tredicesima media percepita da un sardo o un siciliano (746 €) sia inferiore di 210 euro rispetto alla media italiana (-28%) e di 331 euro rispetto ai lavoratori del Nord ovest (-44%).La strada per le politiche di pari opportunità è ancora lunga ma dobbiamo e possiamo percorrerla anche con più determinazione.

Alessandra Servidori


10 Gennaio 2020
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