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La baracca resistenziale e la fiamma del Msi


La baracca resistenziale. Fu Renzo De Felice ad usare questa espressione, quantomeno ingenerosa, per definire quell’insieme di retorica e di trombonismo che a suo dire ha accompagnato e giustificato i compromessi e le debolezze dei partiti che hanno guidato l’Italia dopo la Liberazione. Fino a  quando Tangentopoli e la caduta del muro di  Berlino hanno segnato la morte di quelle storiche organizzazioni e dato il via al loro tentativo, non ancora concluso, di trasformazione sotto mentite spoglie. Socialisti, comunisti, democristiani sono ancora anime in pena, in un processo di rinascita che dura ormai da trent’anni. Ora il Pd cerca una nuova identità. Nicola Zingaretti porterà a compimento il processo innescato da Achille Occhetto? Auguri.

Ma in questo affollato purgatorio politico, dove non si sa chi andrà  ancora all’inferno e chi assurgerà di nuovo in paradiso, a prendere sempre più consistenza sono proprio gli sconfitti del ’45.  Le cui nostalgie hanno trovato vitale linfa nelle analisi degli osannati storici revisionisti e nella superficialità dei fustigatori dell’etica pubblica in cerca di facile notorietà. La sinistra è stata identificata con la casta e la democrazia con la corruzione e l’inanità. Hanno buttato il bambino insieme con l’acqua sporca.

Prima Silvio Berlusconi, ora, ancora più scopertamente, Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Il sovranismo (il vicepresidente di CasaPound Simone Di Stefano lo considera “l’ultima occasione”) catalizza tutta l’area che fu del Msi e che Gianfranco Fini, la svolta di Fiuggi e la fugace esperienza di An, hanno annacquato per un po’.  Un motore ideologico che ruggisce a pieno volume e che fa da megafono a quella che un tempo era definito la maggioranza silenziosa.

La rivista “Il Primato nazionale”, nel numero di questo mese, arriva a proporre un curioso sondaggio ucronico. Una rilevazione a posteriori in base alla quale se si votasse oggi con una scheda elettorale del 1983, quando non esisteva nessuno dei soggetti politici ora presenti in Parlamento, il partito guidato da Giorgio Almirante risulterebbe il più votato.  “Molti italiani non si dichiarano apertamente fascisti solo perché è sconveniente”, scrive uno dei collaboratori del periodico. E aggiunge: “Quell’area vasta di simpatizzanti del fascismo o della destra in generale, oggi, rappresenta la maggioranza degli italiani”.

Speriamo sia millantato credito. Ma non ne siamo sicuri. Gli errori, la superficialità, la supponenza dei progressisti hanno alimentato la fiamma che i fondatori del Movimento Sociale vollero far sgorgare dal sepolcro del duce. Simbolo mortifero che brilla di nuova luce e minaccia di bruciare del tutto la baracca resistenziale. A salvarla, non basta cantare Bella Ciao in piazza con le sardine.

Marco Cianca   


15 Gennaio 2020
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