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WELFARE

Gramolati (Spi-Cgil Toscana), la tecnologia al servizio della non autosufficienza


Il progressivo invecchiamento della popolazione e le conseguenze che esso comporta, compreso il tema della non autosufficienza, costituiscono una sfida, presente e futura, per il nostro sistema di welfare. Massimo Livi Bacci, professore emerito di demografia all’Università di Firenze, spiega, al Diario del lavoro, come l’allungamento dell’aspettativa di vita e la progressiva riduzione delle famiglie, porterà una situazione nella quale i classici servizi di assistenza non saranno più sufficienti, se non si integreranno con le nuove tecnologie, come la robotica, la domotica e l’intelligenza artificiale. In altre parole il modello delle badanti sarà ampiamente superato.

Sulla questione della non autosufficienza l’Italia sconta la mancanza di una legge nazionale di riferimento, ma sul territorio esistono progetti che si muovono in questa direzione. Ne è un esempio il protocollo d’intesa firmato dalla Regione Toscana assieme ai sindacati dei pensionati di Cgil, Cisl e Uil, relativo al progetto “A casa, in buona compagnia”, che punta sull’utilizzo delle nuove tecnologie per offrire assistenza e soluzioni alle persone non autosufficienti. Su questo progetto Il diario del lavoro ha intervistato Alessio Gramolati, segretario generale della Spi-Cgil Toscana.

 

 Gramolati come è articolato questo protocollo firmato con la Regione?

Abbiamo strutturato questo protocollo partendo da quelli che sono i bisogni delle persone. Uno dei fini dell’intesa è quello di anche un punto di riferimento per i malati e le loro famiglie, che molto spesso hanno difficoltà anche nel capire a quale struttura devono rivolgersi. Dunque il primo passo sarà quello di definire il soggetto che si farà carico di registrare le criticità della persona, avendo così un data center, indispensabile per approntare poi le soluzioni migliori per le sue esigenze.

La tecnologia avrà dunque un ruolo centrale?

Certamente. Sarebbe un grave errore pensare di lasciare il sistema di welfare ai margini del processo di innovazione tecnologica che stiamo vivendo. Inoltre abbiamo tutta una serie di strumentazioni, rese possibili dalla tecnologia digitale, che ci consentono di seguire la persona non autosufficiente a 360°, raccogliendo una mole di dati prima impensabile, in grado di comunicare reciprocamente.

Quali effetti potranno esserci sul mondo del lavoro?

Che avremo un lavoro sempre più di qualità e altamente qualificato e con maggiori tutele. La sfida demografica non si può affrontare con un lavoro dequalificato.

In questo modo si va a toccare un tema delicato come quello della privacy.  

Si è vero, e proprio per questo motivo il protocollo dice espressamente come tutti questi dati devono essere trattati nel pieno rispetto delle leggi per la privacy.

Secondo lei in tema di non autosufficienza quale deve essere il ruolo del pubblico?

Un ruolo che io definirei centrale. E questo non solo sul versante degli investimenti, che dovranno essere sempre più rivolti all’innovazione, ma anche sulla gestione dei dati personali, dove il pubblico può rappresentare un ottimo garante.

Quanto pesa l’assenza di una legge nazionale sulla non autosufficienza?

Il primo passo che l’Italia deve compiere è capire quale strada vuole intraprendere per affrontare il tema della non autosufficienza e dell’invecchiamento costante e progressivo della popolazione. Il nostro paese sconta una forte frammentarietà tra i diversi sistemi sanitari regionali, che si possono polarizzare in due grandi modelli distinti: quello del Centro-Nord, maggiormente orientato all’erogazione di servizi, e quello del Sud, principalmente incentrato sull’elargizione di risorse. Prima di tutto va fatta una scelta di modello e da lì poi utilizzare le risorse.

Tommaso Nutarelli


16 Gennaio 2020
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