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Contro il ''pensiero unico'' su giovani, lavoro e precariato


Sono grato a Il Diario del lavoro per tanti motivi. In primo luogo – ognuno bada sempre al suo ‘’particulare’’ – perché ospita le mie riflessioni di quasi ottantenne, che vive ancora nel XX Secolo. Poi perché la sua lettura quotidiana diventa una full immersion nella vita e nell’attività delle associazioni imprenditoriali e sindacali oltreché (alla stregua di una Gazzetta Ufficiale) negli atti e nella mole di documentazione prodotta, per quanto riguarda il lavoro e il welfare, in Parlamento e sui tavoli delle relazioni industriali. Infine, Il Diario del lavoro non esita a  sfidare quanto taluni dei suoi interlocutori (soprattutto dirigenti sindacali) considerano politicamente corretto (o scorretto a seconda dei punti di vista). Mi riferisco, soprattutto, ad una rappresentazione stereotipata (a cui hanno dato un contributo formidabile quelle associazioni a delinquere che sono divenuti ormai i talk show) dei giovani, presentati come disoccupati, precari, sfruttati, privati anche dei diritti più elementari e condannati ad un’esistenza scritta sull’acqua, a rinunciare all’esperienza creativa della genitorialità e al tepore di un’abitazione accogliente. Sia chiaro: sono consapevole che la mia avversione per i luoghi comuni a volte mi porta ad estremizzare i ragionamenti. Le piaghe che affliggono la condizione giovanile esistono e non vengono mai risanate, perché le politiche sociali (e il target mediatico) non riescono a togliersi dalla testa l’equazione  povero=pensionato, di cui si è dimostrata mille volte l’infondatezza. Ma come scrisse Antonio Bassolino bisogna sforzarsi di cercare, nell’Inferno, quanto inferno non è. Così, mentre tutti si stracciavano le vesti per i riders – le vittime più illustri della gig  economy – definiti dall’allora ministro del Lavoro Luigi Di Maio una generazione dimenticata, il Diario concedeva spazio ad un gruppo di loro, poi raccolti in una associazione, i quali  rifiutavano di sentirsi sfruttati,  rivendicavano di essere stati loro a scegliere e che, a quanti volevano liberarli  dalla ‘’terra di nessuno’’,  mandavano a dire, con solidi argomenti, di occuparsi d’altro e non immischiarsi nei fatti loro. Ovviamente non si dovrebbero rifiutare mai uno ‘’zoccolo’’ di diritti elementari, ma è utile riconoscere che, a proposito dei riders,  non esiste un ‘’pensiero unico’’ e che è sbagliato voler imporre un modello di lavoro e di vita appartenente ad un mondo che non esiste più. Soprattutto, nelle dichiarazioni dei riders ‘’ribelli’’ – così li ha definiti il Diario – emergeva l’idea di una responsabilità personale nelle scelte che si compiono nella vita, diversamente da chi si giustifica – anche dei suoi fallimenti e delusioni – accusando  un’organizzazione sociale  matrigna. Recentemente il Diario del lavoro ha commentato (non  ho visto farlo  altrove) una ricerca della Confindustria che chiama in causa una delle ragioni, a mio avviso, più importanti (anche se più ignorate) della disoccupazione giovanile. Lo chiamano mismatch  e significa che la domanda di lavoro  non trova le risposte di cui ha bisogno nell’offerta. ‘’Gli imprenditori – scrive il Diario - cercano con urgenza figure professionali che in più di 1 caso su 3 sono di difficile reperimento, addirittura per gli under 29 si farà fatica a selezionarne 1 su 2. L'offerta formativa è, infatti, carente soprattutto per le competenze scientifiche e tecniche medio-alte. E' quanto emerso – prosegue il quotidiano on line -  dalla XXVI giornata di Orientagiovani promossa da Confindustria e Luiss con il sostegno di Umana e la partecipazione di Unindustria. E` stato un momento di incontro tra impresa e studenti in cui è stato presentato il fabbisogno delle competenze più richieste dalle imprese nel prossimo triennio. In tutta Italia, hanno preso parte all'iniziativa oltre 90 associazioni industriali con il coinvolgimento di circa 20mila studenti. Secondo le previsioni frutto di elaborazioni dell`Area Lavoro, Welfare e Capitale Umano di Confindustria sulla base di dati Istat e Unioncamere saranno circa 200mila i posti di lavoro a disposizione nel prossimo triennio (2020-2022) nei settori della meccanica, dell`ICT, dell`alimentare, del tessile, della chimica e del legno-arredo’’. Il Diario del Lavoro sa bene che non vi è solo il fenomeno di un’offerta di lavoro inadeguata per come è stata formata durante il corso – breve o lungo - degli studi, a causa della mancanza di adeguati strumenti di orientamento professionale, di percorsi di alternanza scuola-lavoro, di centri operanti con efficacia nel campo delle politiche attive e dell’incontro tra domanda e offerta di lavoro. Esiste ed è importante quello che si chiama (sottovoce perché non è politicamente corretto ammetterne la presenza) ‘’lavoro rifiutato’’ o ‘’lasciato’’ per approdare, magari, al reddito di cittadinanza. Un’ultima considerazione. C’è un fatto nuovo che dovrebbe far riflettere le prefiche della triste  condizione giovanile: la discesa in campo del movimento delle ‘’sardine’’. ‘’Dagli antri muscosi e dai fori cadenti’’ questi giovani sono scesi in piazza a decine di migliaia da Nord a Sud. Hanno sfidato la pestilenza sovranista. Ma nessuno, dico nessuno si è premurato di esibire l’effige di una sardina di cartone su cui fosse scritto: ‘’no al precariato’’, ‘’ridateci l’articolo 18’’, ‘’no alla Fornero’’, ‘’garanzia di una pensione’’. Nulla di quanto taluni dirigenti sindacali stanno chiedendo a favore dei giovani (ma come sempre a vantaggio dei più anziani).

Giuliano Cazzola


24 Gennaio 2020
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