Lo scatto annunciato dal governo giallo-rosso ancora non c’è stato. Lavoro e occupazione arrancano e il percorso che dovrebbe portare a una revisione dei decreti sicurezza è tutto in salita Il pettine e i nodi

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Redattore de Il Diario del lavoro

Il pettine e i nodi


Un pettine, forse ancor di più un rastrello. Con questa immagine e questa funzione l’esecutivo nato sulle ceneri della coalizione giallo-verde si era impegnato, sul finire della scorsa estate, a sciogliere i problemi lasciati dalla precedente maggioranza: taglio delle clausole di salvaguardia dell’iva, rilancio dell’economia e dell’occupazione, abrogazione dei decreti sicurezza, il cavallo di battaglia della Lega.

E se fino alla stesura della Legge di Bilancio la quadratura dei conti e dei bilanci è stato il pensiero che ha assorbito, nella quasi totalità, le menti della maggioranza giallo-rossa, una volta archiviata la pratica ci si è chiesti: e ora? Certo le elezioni regionali, quelle emiliano-romagnole prima di tutto, e la crescente insicurezza globale innescata dalla diffusione del coronavirus hanno impegnato le energie del governo, facendo scivolare in secondo piano le contraddizioni che esso si porta dietro sin dal suo concepimento. Insomma il check sullo stato di salute e le forze ancora spendibile dell’attuale esecutivo non si è ancora pienamente verificato, e a testare la solidità dell’asse Pd-5 Stelle sono stati, semmai, i continui scossoni di Italia Viva sulla prescrizione, oltre al continuo lavoro ai fianchi dell’opposizione.

In queste ore si è avviato il confronto, in seno alla maggioranza, sulla revisione dei decreti sicurezza di Salvini. Un percorso che forse sarà arduo, e nel quale il Pd dovrà necessariamente puntare a una loro totale abrogazione, per rimarcare con forza la distanza politica e culturale con la destra e presentarsi come vero polo attrattivo della sinistra. Ma per farlo occorrerà un cambio di passo significativo, che si lasci alle spalle i tentennamenti che il partito di Zingaretti ha manifestato fino a questo momento. Certo si dovrà fare i conti con l’alleato pentastellato e il premier Conte, che quei decreti li hanno votati e sui quali ci hanno messo la faccia. Significa dunque rinnegare parte del lavoro fatto in 18 mesi di governo con la Lega. I Cinque Stelle potrebbero, forse, convincersi che l’alleanza con la Lega li abbia più danneggiati che altro, visto il caos interno nel quale si muovono, e le ripetute sconfitte collezionate in tutte le tornate elettorali. Un’alleanza tuttavia voluta e certamente non imposta (è stato Di Maio a definire le Ong i "taxi del mare" e non Salvini). Riguardo a Conte, il suo bipolarismo politico dovrebbe agevolarlo in questo. È un tipo di premier che si abbina con tutto, adatto per qualsiasi stagione.

Sul fronte lavoro e occupazione gli indicatori non sono affatto incoraggianti. Le crisi aziendali, purtroppo, continuano a moltiplicarsi, tanto da spingere Cgil, Cisl e Uil a scrivere una lettera al Presidente del Consiglio per chiedergli l’apertura di una cabina di regia per affrontare le tante vertenze sui tavoli del Mise. Proseguono, inoltre, un po' sottotono e sottotraccia, gli incontri tra l’esecutivo e le parti sociali sulla riforma delle pensioni e il taglio del cuneo fiscale. Dunque il tanto auspicato scossone ancora non c’è stato. Ilva e Alitalia restano sospese, tra trattative, rinvii e tribunali, la fuga di Whirlpool da Napoli rischia di innescare una bomba sociale, la crisi di Air Italy sembra essere piovuta inaspettatamente dal cielo per la ministra dei Trasporti Paola De Micheli, nonostante i ripetuti appelli dei sindacati sul malessere del trasporto aereo.

Forse, rispetto al precedente esecutivo, poco è cambiato. Ministero del Lavoro e dello Sviluppo Economico restano in mano ai grillini. È vero sono cambiati gli interpreti, dal plenipotenziario Di Maio, al duo Catalfo-Patuanelli, ma i risultati non sono migliorati. La memoria può forse ingannare, ma i Cinque Stelle sono quelli della decrescita felice e del bioparco al posto dell’Ilva. Insomma il tema del lavoro non è mai rientrato nel loro orizzonte culturale, animati da un pervasivo interventismo legislativo per sanare i buchi della contrattazione. La vicenda dei rider e quella del salario minimo sono emblematiche. E il Pd sonnecchia, si accoda ai grillini, incapace di imprimere un’impronta diversa.

Certo i 5 Stelle sono il partito che ha eletto più deputati e senatori, hanno i numeri dalla loro, ma la facilità con la quale la Lega è riuscita a piegarli alle proprie esigenze è stata sotto gli occhi di tutti per 18 mesi. Lo stile politico del Pd non sarà quello di Salvini, ma i nodi stanno venendo al pettine. Nodi belli grossi e il pettine giallo-rosso rischia di spezzarsi.

Tommaso Nutarelli


18 Febbraio 2020
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