Se i 2.500 ingressi, a fronte di 5mila uscite volontarie, dovessero essere confermati, spiega Massimo Masi, segretario generale della Uilca, in questa intervista al Diario del lavoro, sarebbero comunque numeri negativi. E aggiunge: “bisogna valutare bene anche le conseguenze sull’intero sistema bancario” Masi (Uilca), troppo presto per valutare l’operazione Intesa San Paolo-Ubi, ma le 5mila uscite non sono un buon dato

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Masi (Uilca), troppo presto per valutare l’operazione Intesa San Paolo-Ubi, ma le 5mila uscite non sono un buon dato


L’offerta di Intesa San Paolo a Ubi è arrivata inaspettata nel cuore della notte tra lunedì e martedì. I primi numeri della fusione parlano di un piano di uscite di 5mila unità, su base volontaria, e di 2.500 nuovi ingressi. Per Massimo Masi, segretario generale della Uilca-Uil, è ancora presto per valutare tutte le conseguenze di questa operazione, anche sull’intero sistema bancario.

 

Masi come valuta l’operazione tra Intesa San Paolo e Ubi?

Siamo ancora solo agli inizi di questa operazione, in una fase nella quale è opportuno usare grande prudenza. Abbiamo da poco ricevuto tutte le carte, e dobbiamo capire il piano nella sua complessità, anche perché ci sono tutta una serie di passaggi e di verifiche che devono essere fatti prima che l’operazione possa essere portata a compimento.

Il piano parla di 5mila uscite, su base volontaria, e dell’ingresso di 2.500 nuovi addetti. Lo ritiene possibile?

Il piano questo dice, però, come detto è ancora prematuro dare una valutazione. Se questi numeri saranno confermati, non saranno numeri buoni perché ci sarà una riduzione considerevole del numero di occupati. C’è poi da capire il riposizionamento delle filiali, che vorrà dire mobilità.

Ci saranno degli effetti sul sistema bancario italiano?

Sicuramente da questa fusione molte banche, come Unipol, Bper, avranno sicuramente dei benefici. Quello che è importante capire sono le conseguenze che questa operazione avrà sull’intero sistema bancario.

Quali?

Assistiamo a fusioni tra banche che sono in buono stato di salute, ma che fine faranno quelle in difficoltà come Monte dei Paschi e Banco Popolare di Bari? Non possiamo aspettarci sempre l’intervento dello stato.

Nel 2019, in Italia, sono state chiuse 3mila filiali, di diverse banche, su un totale di circa 24mila. Sono numeri fisiologici o no?

In parte è un processo fisiologico, perché la crescente diffusione dei servizi on line fa sì che le persone non debbano più andare fisicamente in banca per svolgere le operazioni, e questo genera un tipo di occupazione che non si concentra più nelle filiali. Al tempo stesso, però, ci sono degli effetti negativi che non possono essere ignorati.

Di che natura?

Innanzitutto l’uso, attraverso l’on line, dei servizi offerti dalla banca non è uniforme, ma si concentra soprattutto al Nord, meno al Sud, ed è più presente nelle grandi città rispetto ai piccoli centri. C’è poi una fetta della popolazione più grande meno avvezza all’uso delle nuove tecnologie, che predilige ancora il rapporto diretto con la banca. Inoltre la chiusura delle filiali causa un impoverimento di ampie zone, facendo venire meno quelle che è anche un presidio di legalità.

Hsbc ha annunciato il taglio di 35mila posti di lavoro, anche a causa del coronavirus. Pensa che sia una motivazione valida o più una forzatura?

Allo stato attuale delle cose mi pare una forzatura. Ovviamente non possiamo dire quali saranno gli sviluppi futuri dell’epidemia e quali saranno le conseguenze. È dunque ragionevole pensare che le banche che hanno scambi continui con la Cina potrebbero adottare misure anche molto forti. Ma, come detto, al momento mi sa molto di forzatura.

Tommaso Nutarelli


18 Febbraio 2020
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