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Le ragioni (attualissime) del ‘’memoir’’ di Pierre Carniti


Mi sono chiesto quali fossero i motivi che, nell’ormai lontano 2003, indussero Pierre Carniti a mettere per iscritto le sue ‘’memorie’’ (‘’Non ho mai tenuto diari. Ho sempre potuto contare su di  una discreta memoria’’) riguardanti un periodo cruciale della storia italiana (e del sindacato) compreso tra il 1973 e il 1985. Uno scritto che poi Carniti non cercò mai di pubblicare e che circolò all’interno di uno stretto giro di amici ed ex colleghi; fino a quando, dopo la sua morte, Marco Bentivogli, segretario generale della Fim-Cisl e figlio di Franco che fu uno stretto collaboratore di Pierre, ha provveduto a darlo alle stampe col titolo ‘’Passato prossimo, memorie di un sindacalista d’assalto, 1973-1985’’ per  le edizioni Castelvecchi, 2019.

 In sostanza, il saggio è stato scritto a più di venti anni di distanza dagli avvenimenti che vi sono raccontati e pubblicato ben sedici anni dopo. Ciò non vuol dire che il libro sia datato, perché i fatti di quel periodo hanno contribuito a cambiare le prospettive del Paese e seppellito (per sempre?) il sogno di una riunificazione delle grandi confederazioni sindacali. Non a caso, il tempo  scelto per il titolo (‘’Passato prossimo’’) spiega un’azione che si è svolta nel passato ma che continua a dispiegare i suoi effetti nel presente. In quel periodo, il sistema politico del dopoguerra si stava scavando la fossa in cui sarebbe stato seppellito alcuni anni dopo; la caduta del Muro di Berlino nel 1989 non si limitò a liquidare uno dei due imperi nati dopo la Seconda guerra mondiale, ma cambiò – senza che i vincitori se ne rendessero conto – il corso degli equilibri mondiali e della storia (che non finì sotto quelle macerie). Il sindacato, che si specchiava in quel contesto politico, riuscì a sopravvivere e si mise alla ricerca di nuove identità, ogni confederazione per suo conto, senza trovare nulla che giustificasse il permanere di una divisione che, tuttavia, non sarà mai superata.

Ma, tornando alla domanda da cui nasce questo articolo (scritto da ‘’uno che c’era’’) che cosa può aver indotto Carniti a ripercorrere ‘’il periodo che va dalla prima crisi petrolifera (1973) al referendum sulla scala mobile (1985)’’? Proprio  per il ruolo  che l’ex leader della Cisl  ha ‘’personalmente avuto’’ in quella fase storica, si avverte nella lettura di ‘’Passato prossimo’’ l’impegno, innanzi tutto etico, di rimettere a fuoco la proprio linea di condotta, di ritrovare la conferma delle proprie scelte (almeno di quelle fondamentali), non solo per  giustificarsi davanti al tribunale della storia, ma per testimoniare a se stesso che quelle  decisioni andavano  prese anche a costo delle rotture che esse provocarono nell’animo di Pierre, in presenza della dissoluzione di quel disegno di unità che aveva rappresentato la sua ‘’buona battaglia’’ per tanti anni.

Non è un caso che Carniti lasciò la Cisl nel momento in cui aveva sconfitto, in campo aperto, il Partito comunista più forte al di qua della Cortina di ferro. Avrebbe potuto dire legittimamente, dopo il referendum del 1985, che i comunisti ‘’se la erano cercata’’. Ma non stava nel suo stile.  Anni dopo, un altro segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni, di sé scrisse: «Sono stato il segretario generale della Cisl che ha fatto il più alto numero di accordi separati e non me ne pento». Non solo: «Sono stato l’unico ad aver fatto manifestazioni solo Cisl-Uil: prima di me, nessuno aveva mai osato usare la piazza senza la Cgil». È per questo diverso stile che Pierre, nell’ultima parte del saggio, si sofferma puntigliosamente a rievocare tutte le vicende che portarono, prima, al decreto del 14 febbraio 1984, quando il governo Craxi, d’accordo con la Cisl, la Uil e i socialisti della Cgil, ‘’tagliò’’ alcuni punti (poi ridotti nel numero e nella durata) dell’indennità di contingenza allo scopo di rallentare la corsa dell’inflazione. Vengono ricordate così la preoccupazione del premier Bettino Craxi, spesso tentato di fare marcia indietro (come suggerivano gli alleati della Dc), le difficoltà di Luciano Lama nei confronti di un Pci che non intendeva ‘’fare sconti’’ al governo a direzione socialista, anche perché il suo gruppo dirigente  era convinto di ottenere in questo modo un ampio consenso nel Paese.

Ma anche tra i comunisti vi era qualcuno che cercava di ricucire i rapporti o almeno di non logorarli del tutto. In particolare, Pierre narra dei suoi incontri riservati con Gerardo Chiaromonte, con lo stesso Enrico Berlinguer, che si sforzarono di proporre soluzioni benché inadeguate. Addirittura, Carniti ricorda di essere stato ‘’convocato’’ dalla Confindustria, presenti i più importanti imprenditori italiani (sono indicati tutti per nome e cognome), che gli chiese di rinunciare alla sua battaglia. Come Dio volle, dopo un durissimo scontro parlamentare, il decreto fu convertito, ma il Pci annunciò che avrebbe promosso un referendum abrogativo. La tragica morte sul campo di Enrico Berlinguer, pochi mesi dopo a Padova, determinò per i dirigenti comunisti l’obbligo morale di rispettare quell’impegno. Anche in questo caso Lama – sostiene Pierre - non era d’accordo insieme ad altri dirigenti del partito, ma la decisione non fu cambiata.  Non mancarono i contatti informali, alla ricerca di  ‘’soluzioni che non risolvevano’’;  e si andò al voto. Contro ogni previsione, il No vinse con nettezza. E il Pci vide venir meno il potere di veto (o, se si vuole, di partecipazione e condivisione) che aveva sempre potuto esercitare in materia di lavoro e previdenza. La Federazione Unitaria chiuse i battenti.

Carniti rammenta, in particolare, un colloquio, svoltosi durante la campagna referendaria, con Chiaromonte nei cui confronti nutriva stima e amicizia. Il dirigente comunista ammise che il Pci non avrebbe potuto fare altrimenti, per non lasciare l’iniziativa del referendum abrogativo nelle mani di Democrazia proletaria, per essere poi costretti ad adeguarsi, come era avvenuto nel caso del tfr (un referendum, promosso, appunto, da Dp che fu evitato grazie ad una riforma dell’istituto di cui fu incomparabile regista Gino Giugni). A pensarci bene, si trattò, più o meno, della stessa giustificazione che Amintore Fanfani diede, una decina di anni prima, per spiegare la partecipazione della Dc al referendum contro il divorzio (‘’se non la avessimo fatto noi lo avrebbe fatto qualcun altro al nostro posto’’). Era assolutamente vero. Ma la fine dei grandi partiti inizia quando sono costretti a dire ‘’non possum’’ negli appuntamenti con la storia.  

Giuliano Cazzola


20 Febbraio 2020
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