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Sulla neverending story dell’Ilva adesso cade la ‘’bomba’’ Melucci

Autore: Fernando Liuzzi

Mentre l’attenzione del Paese è concentrata sull’epidemia di coronavirus, annessi e connessi, oggi si può registrare l’ennesima puntata della vicenda (infinita?) dell’Ilva. Una puntata basata su due fatti, già  avvenuti, più un terzo fatto, per adesso solo annunciato.

Questi tre fatti si inseriscono, peraltro, nell’ambito di un quarto fatto o, per dir meglio, nell’ambito di un processo. Laddove, a scanso di equivoci, con “processo” si intende qui una sequenza di avvenimenti, e non uno di quegli antipatici scontri che si svolgono nei tribunali.

Partiamo dunque da qui, ovvero dal processo, e cioè dal fatto che è in corso una lunga e complessa trattativa sul futuro dell’Ilva, che è, assieme, il più grande gruppo siderurgico del nostro Paese, nonché il gruppo proprietario del più grande centro siderurgico dell’intera Europa, quello sito a Taranto.

In questa trattativa, da un lato, c’è ArcelorMittal, ovvero il più grande gruppo siderurgico del pianeta Terra; gruppo che. attraverso AM InvestCo Italy, società creata ad hoc, indossa i panni dell’acquirente. Dall’altra, nei panni del venditore, c’èla Repubblica Italiana, che agisce, in parte, per mezzo del Mise, il Ministero dello Sviluppo Economico, coadiuvato da altri Ministeri, e in parte per mezzo dei Commissari dell’Amministrazione straordinaria.

A questo punto della nostra sommaria illustrazione del teatro in cui si svolge attualmente la vicenda Ilva, un lettore avrebbe diritto di chiedersi: “Ma come, al tempo delle grandi privatizzazioni, l’Italia non si era liberata delle imprese a partecipazione statale?”. Risposta: sì, se ne era liberata. E, infatti, nell’ultimo decennio del secolo scorso, il grosso dell’ex Ilva era stato acquisito dal gruppo Riva. Solo che poi, e cioè nell’estate del 2012, il gruppo Riva fu aggredito dalla magistratura tarantina che, da un lato, sottopose lo stabilimento siderurgico della città jonica a un sequestro “senza facoltà d’uso”, a causa delle sue pecche ambientali, mentre, dall’altro, lanciò pesanti imputazioni contro vari membri della famiglia Riva.

A partire dal dicembre di quello stesso 2012, il Governo Monti, con la famosa legge “salva Ilva”, avviò il processo che, attraverso varie tappe, approdò al ritorno della stessa Ilva nell’area pubblica. Infatti, nel gennaio del 2015 il Governo Renzi affidò il gruppo, ormai posto in Amministrazione straordinaria, a tre Commissari straordinari - Corrado Carrubba, Piero Gnudi ed Enrico Laghi - cui fu assegnato il compito di trovare un compratore. Un compito, questo, che pareva assolto quando, nel giugno del 2017, sotto il Governo Gentiloni, in conseguenza dell’espletamento di una gara internazionale, fu definito l’accordo di vendita della stessa Ilva al vincitore della gara, AM InvestCo Italy. Vendita da perfezionarsi, dopo un primo periodo di “affitto di ramo d’impresa”, entro il 2023.

L’anno successivo, e cioè nel settembre del 2018, sotto il primo Governo Conte, fu poi raggiunto con i sindacati un accordo relativo alla parte occupazionale della vendita ad AM InvestCo Italy. Il che rese possibile quella che, a metà mese, parve essere un’integrazione definitiva del contratto.

Purtroppo, però, nel corso del 2019 la componente 5 Stelle del primo Governo Conte spinse per cancellare, ope legis, il famoso scudo penale che proteggeva i dirigenti di ArcelorMittal da eventuali iniziative della magistratura tarantina. Scudo che fu prima soppresso, poi reinserito e, infine, definitivamente cancellato, in Parlamento, dalla nuova maggioranza che sosteneva il secondo Governo Conte.

In un anno segnato da un preoccupante calo della domanda mondiale d’acciaio, questa cancellazione ha offerto il destro, ad ArcelorMittal, per presentare al Tribunale di Milano una causa volta ad affermare il diritto di AM InvestCo Italy al suo recesso dal contratto di acquisto. Causa cui i Commissari dell’Ilva in Amministrazione straordinaria, nel frattempo sostituiti da un nuovo terzetto, hanno contrapposto una loro procedura cautelare “d’urgenza”.

Ultimato il nostro sommario riassunto delle puntate precedenti fino al dicembre dell’anno scorso, possiamo adesso venire alla prima delle tre notizie odierne, quella solo annunciata.

A tutt’oggi, risulta dunque confermata la data del 6 marzo come quella del giorno in cui le parti sopra citate si incontreranno presso il Tribunale di Milano. Una data, questa, che costituisce il punto d’arrivo di due successivi rinvii, il primo dei quali fu deciso a fine dicembre 2019 dopo un pre-accordo, di natura metodologica, volto a creare lo spazio temporale per riaprire la trattativa fra le parti.

La seconda notizia, meno certa ma assai più robusta della prima, è che, a quanto si apprende, le parti stesse avrebbero raggiunto un accordo che dovrebbe essere firmato ai primi della settimana prossima, e comunque prima di venerdì, ovvero del giorno per il quale, come abbiamo visto, è stata fissata l’udienza presso il Tribunale di Milano.

L’accordo, definito in questi giorni, dovrebbe sostanzialmente e principalmente consentire alle parti di ritirare, consensualmente e congiuntamente, le proprie contrapposte iniziative giudiziarie. Ciò aprirebbe uno spazio temporale, traguardato al mese di novembre, in cui svolgere una trattativa di merito volta a ridefinire il contratto di acquisto in termini, da un lato, più favorevoli ad ArcelorMittal da un punto di vista finanziario, e, dall’altro, più vicini alle sensibilità “verdi” degli ambientalisti.

Quanto alla terza notizia, può essere compresa solo tenendo presenti le prime due. Ovvero tenendo presente che, sia pure tra mille difficoltà e con snervante lentezza, si è riaperta la prospettiva di una permanenza nel nostro paese di ArcelorMittal in quanto proprietario del gruppo Ilva. E quindi ha perso, almeno parzialmente, in valore e credibilità, la prospettiva contrapposta, quella di una chiusura per sfinimento dello stabilimento di Taranto. Chiusura che, non nascondiamocelo, ha rappresentato il vero obiettivo di parte delle forze politiche e sociali attive a Taranto e, comunque, in Puglia.

Ed ecco dunque che il Sindaco della città jonica, Rinaldo Melucci, ha firmato ieri un’ordinanza con cui intima all’Ilva in Amministrazione straordinaria e ad ArcelorMittal, rispettivamente proprietaria e affittuaria dello stabilimento tarantino, di individuare le cause delle emissioni inquinanti dello stabilimento stesso e di risolvere tali problematicità entro 30 giorni. Altrimenti, entro 60 giorni dovranno ultimare le procedure di sospensione o di fermata di una serie di impianti, esplicitamente richiamati nell’ordinanza. In pratica, è stata messa nuovamente sotto tiro l’intera area a caldo del centro siderurgico.

Per comprendere portata e contesto di questo scontro annunciato, si tenga presente che lo stesso Sindaco Melucci ha già chiesto anche il riesame dell’Aia (Autorizzazione integrata ambientale) in base a cui lo stabilimento funziona e che ArcelorMittal ha impugnato tale richiesta presso il Tar di Lecce. E c’è dunque chi, come il “Sole 24 Ore” di oggi, adombra l’ipotesi che ArcelorMittal possa impugnare nello stesso modo anche l’ordinanza del Sindaco.

Un’ultima pennellata.La RegionePuglia, guidata, come è noto, da un attivo antipatizzante dell’Ilva, il Presidente Michele Emiliano, si è costituita contro ArcelorMittal nel procedimento relativo all’Aia pendente presso il Tar di Lecce. In sostanza, sembra che, dopo un periodo di relativa freddezza reciproca, Emiliano e Melucci siano tornati a suonare la stessa musica.

@Fernando_Liuzzi


28 Febbraio 2020
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