Federica Masciulli Ferri, titolare di un’azienda di 7 dipendenti che si occupa di segnaletica stradale, racconta in che modo un’attività produttiva cerca di fronteggiare l’emergenza del coronavirus Come una piccola azienda cerca di sopravvivere al coronavirus

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Come una piccola azienda cerca di sopravvivere al coronavirus


Federica Masciulli Ferri, titolare della Erreci Segnaletica, azienda di 7 dipendenti che si occupa di segnaletica stradale, racconta in che modo un’attività produttiva cerca di fronteggiare l’emergenza del coronavirus.

Masciulli, come state affrontando la crisi?

Noi siamo una piccola azienda che si occupa di segnaletica stradale, con 7 dipendenti, 6 dei quali sono operai, e una persona che si occupa dell’amministrazione. I nostri principali clienti sono soprattutto le amministrazioni pubbliche, come comuni e regioni, ma anche Anas.  Dall’11 marzo scorso abbiamo iniziato ad avere i primi contraccolpi. Prima di tutto perché con la riduzione dell’organico delle pubbliche amministrazioni i contatti si sono progressivamente ridotti. Parte del lavoro abbiamo continuato a gestirlo da remoto, ma pensare di gestire un cantiere in queste condizioni è davvero difficile.

Come pensate di andare avanti?

Al momento tutto è fermo, anche perché, vista la situazione, non vengono avviati nuovi cantieri. Possono presentarsi piccoli lavori che, tuttavia, di certo non ci permettono di coprire le spese, e che soprattutto sono difficili da gestire anche dal punto di vista logistico. I miei due capicantiere sono campani. Molte regioni del sud hanno bloccato ogni tipo di spostamento, dunque se li chiamassi avrebbero dei problemi a tornare a casa e, al tempo stesso, mi è impossibile sostituirli, trattandosi di operai altamente specializzati.

La sua azienda rientra tra quelle che ancora possono lavorare?

In teoria si. Il nostro codice ATECO ci consente, per il momento di operare. Tuttavia come dicevo il nostro lavoro è bloccato, non solo per il rallentamento della pubblica amministrazione, ma anche perché molti nostri fornitori non possono operare, e questo ci limita anche noi. Alla fine le scorte che abbiamo nei magazzini termineranno.

Quindi in ogni caso dovrete fermarvi?

Proprio questo è il nodo della questione. La mia azienda, proprio perché può continuare a lavorare, non ha diritto a chiedere la Cassa integrazione straordinaria, ma, al tempo stesso, gran parte della nostra filiera di riferimento è ferma, dunque lo siamo anche noi. Se ne avrò necessità potrò richiedere la Cassa integrazione ordinaria.

In che modo ha garantito la sicurezza dei suoi dipendenti?

Fin da subito ha garantito la salute e la sicurezza dei miei dipendenti, che è la cosa più importante, fornendo loro i dispositivi di protezione individuali. Fortunatamente, vista la natura della mia azienda, noi siamo abituati a lavorare con mascherine e tutta una serie di altre protezioni. Dunque, all’inizio, non abbiamo avuto problemi in questo senso. Inoltre abbiamo adottato il distanziamento necessario tra le persone.

Poi come avete gestito l’approvvigionamento?

Con il passare dei giorni le difficoltà nel reperimento, soprattutto delle mascherine, sono cresciute. È normale, visto che noi come paese non ne siamo un grande produttore, e i blocchi che ci sono stati su questo tipo di materiale tra un paese e l’altro. Se poi pensiamo che anche gli ospedali, che sono in prima linea contro il virus, hanno incontrato ostacoli simili, si ha la cifra della situazione che stiamo vivendo.

Passata l’emergenza, come ripartirete?

Prima di tutto è importante che l’emergenza rientri, poi potremmo ripartire. Una o due settimane in più cambiano poco. Certo se i tempi dovessero allungarsi la situazione potrebbe deteriorarsi. Gli oneri fiscali sono stati solo spesi, le spese fisse, anche se minime, ci sono sempre, e dobbiamo continuare a pagare lo stipendio ai lavoratori, anche quando la liquidità inizia a scarseggiare.

Tommaso Nutarelli


25 Marzo 2020
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