La segretaria generale della Cgil Marche, Daniela Barbaresi, spiega da quali basi si dovrà ripartire, una volta superata l’emergenza sanitaria, con lo sforzo di tutti, intervenendo sulle criticità che ci portiamo dietro Barbaresi (Cgil), per uscire dalla crisi non dovremo commettere gli errori passati

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Barbaresi (Cgil), per uscire dalla crisi non dovremo commettere gli errori passati


Con ancora i postumi della recessione del 2009, la pandemia si è abbattuta come un macigno. Daniela Barbaresi, segretaria generale della Cgil Marche, spiega come il tessuto produttivo e sociale marchigiano e dell’intero paese si porta dietro forti criticità e debolezze del passato. Per la ripresa, afferma Barbaresi, serviranno politiche lungimiranti e lo sforzo di tutti.

Barbaresi, qual è la situazione nelle Marche?

Al momento ci sono ancora troppe aziende escluse dalla lista delle attività essenziali, ma che vogliono continuare a lavorare, con cifre che toccano le 2.500 unità. Stiamo parlando ancora di numeri troppo elevati per una realtà come quella delle Marche, soprattutto considerando che sono già tante le aziende le cui attività sono considerate essenziali. Abbiamo stimato che i lavoratori privati di queste realtà sono circa la metà dei lavoratori dipendenti complessivi. In questo modo è davvero difficile arginare il contagio, e soprattutto le persone non capiscono perché hanno delle limitazioni a portare fuori il cane, quando la mattina devono comunque andare al lavoro. La tutela della salute delle persone è prioritaria anche quando vestono i panni di lavoratori e lavoratrici. È vero che ci sono dei comparti in questo momento essenziali, ma non tutte le aziende lo sono e non tutte sono parti vitali di una filiera.

Le aziende ancora non applicano le norme sul contenimento del Covid-19?

Non tutte purtroppo, e molte spingono ancora per restare aperte. Questo non va bene. La salute dei lavoratori si baratta con niente. Poi ci sono quei lavori nei quali è oggettivamente difficile mantenere il distanziamento sociale.

State riscontrando altre criticità?

Ci sono dei problemi con le prefetture, che devono vagliare tutte le comunicazioni delle aziende per decidere chi far rimanere aperto e chi chiudere, che si trovano a gestire una mole di lavoro mai vista, con l’impossibilità di avere una mappatura dettagliata del tessuto produttivo. Il sindacato può avere il polso in quelle aziende con un alto tasso di sindacalizzazione, ma per le realtà più piccole le difficoltà aumentano. Per questo è fondamentale che tutte le prefetture ci mettano nelle condizioni di esprimere le nostre valutazioni mettendoci subito a disposizione gli elenchi delle imprese che hanno comunicato di far parte di filiere essenziali.

Quali sono le prospettive per la ripresa?

Tutto il nostro paese stava ancora scontando i postumi della recessione del 2009, quindi partivamo da una situazione di fragilità. Nello specifico le Marche stavano scontando una situazione ancora difficile con due aree di crisi complessa, un’area con accordo di programma e tre province duramente colpite dal terremoto che ancora si misurano con incertezze e difficoltà.

Dalla seconda metà del 2019, stavamo assistendo a una nuova recrudescenza della crisi, basti guardare il dato del ricorso alla cassa integrazione, praticamente raddoppiato in un anno, o quello del  nostro export, che nei primi nove mesi del 2019 aveva registrato un preoccupante calo del 2,5%. La pandemia rischia di darci il colpo di grazia.

Cosa servirà per ripartire?

Per ripartire servirà lo sforzo di tutti, delle Regioni e una forte cabina di regia al livello nazionale, senza tralasciare il ruolo dell’Europa, che in questo momento sta dimostrando fragilità e lentezza, affidandosi a strumenti inadatti per l’emergenza. Gli interventi sin qui messi in campo dal governo sono positivi, ma serviranno molte più risorse.

Come si dovrà intervenire?

Dovremmo intervenire su tutte le criticità e le debolezze che il nostro sistema si porta con sé da anni. Le Marche, come altre regioni, scontano ritardi nelle infrastrutture, non solo strade e ferrovie, ma anche in termini di infrastrutture digitali. Serviranno, inoltre, politiche lungimiranti, votate a un’economia sempre più sostenibile, in termini sociali e ambientali, e in grado di affrontare le sfide tecnologiche.

Cambierà anche l’organizzazione del lavoro?

Molto, e già lo si vede con lo smart working. Avere uno strumento del genere è un bene, perché permette a molti di stare a case, ma dobbiamo vigliare sulle possibili contrindicazioni. Lo smart working ci tiene sempre connessi, elimina ogni distinzione tra vita lavorativa e privata senza contare il fatto che fa perdere la dimensione collettiva del lavoro. È una forma di lavoro sicuramente utile, ma per la quale dobbiamo pensare le giuste tutele.

In questo momento qual è il ruolo del sindacato?

Fondamentale. Nei momenti di crisi come questo che stiamo vivendo il sindacato è sempre presente, dimostrando un grande senso di responsabilità, come con la firma del Protocollo del 14 marzo scorso. La salute delle persone e dei lavoratori viene prima di tutto. Senza di loro l’economia non potrà ripartire.

Ha qualche certezza per il futuro?

Sì, che ce la faremo, ma il mondo che ci troveremo davanti e che vivremo sarà, dopo questo flagello, del tutto diverso.


01 Aprile 2020
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