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Roderigo di Castiglia, Bobbio e la libertà


La biblioteca del faro è una sorta di bric-à-brac. E il guardiano recluso deve usare la bacchetta di mago Merlino per animare i libri. Vecchi volumi e pubblicazioni dimenticate volano giù dagli scaffali. Ecco planare sul tavolo, la carta ingiallita dal tempo, la copertina aleggiante, alcune pagine scollate, “Nuovi Argomenti”, la rivista diretta da Alberto Moravia e Alberto Carocci. È il numero bimestrale del maggio-giugno 1955. Norberto Bobbio risponde a Palmiro Togliatti, anzi a Roderigo di Castiglia, il caustico nom de plume, quello dell’Arcidiavolo Belfagor nell’omonima novella di Niccolò Machiavelli, che il segretario del partito comunista usava per firmare i propri articoli su Rinascita. Tema della contesa tra il filosofo e il politico: “Libertà e potere”.

Il Migliore, replicando ad un precedente articolo di Bobbio, da buon marxista aveva confutato la tesi che i princìpi del liberalismo e della democrazia formale rappresentassero di per sé un ottimale, ideale e definitivo concetto assoluto, sganciato dai rapporti economici. A suo giudizio, dietro queste categorie, evoluzione del processo storico inteso come continuo conflitto sociale, si nascondeva la difesa dei privilegi di classe, senza bisogno di imporli con la forza. “Siamo nel campo dell’ipocrisia”, la sferzante accusa: “Il regime liberale non ha bisogno di nessun abuso di potere per impedire l'esercizio di fatto di quei diritti di libertà che i suoi teorici proclamano. Basta la normale distribuzione delle ricchezze”.  E nella convinzione che “i privilegi vengono difesi, rafforzati, consolidati, le divisioni , i solchi che dividono gli uomini vengono resi più profondi” e che lungo questa strada “persino il guscio vuoto della democrazia e del liberalismo viene gettato via”,  ecco l’esortazione finale: “Quello che serve, nella pratica, è difendere la libertà concreta e con concreta azione, e nella dottrina, aiutare gli uomini a ricavare dai fatti l'insegnamento che sempre più chiaramente ne discende, ed è che se non si va avanti, con slancio e fiducia, per far scomparire tutti i privilegi e sconfiggere chi li difende, non vi è conquista di libertà che non sia minacciata”.

Il grande pensatore raccolse subito, e volentieri, il guanto di sfida lanciandosi in una dotta disquisizione sui diversi significati che può assumere la parola “libertà”, quella borghese e quella socialista, e sulle differenze concettuali tra la richiesta di “diminuire i vincoli” e quella di “aumentare le opportunità”, tra “facoltà “e “potestà”, tra “potere” e “non impedimento”. Rivendicando come principio basilare “la difesa della libertà individuale contro i regimi assolutistici” e ammonendo che deve sempre essere assicurata “all’individuo una sfera più o meno larga di attività non controllate, non dirette, non ossessivamente imposte”: “L’uomo non sia risolto tutto nel cittadino”. Soffia sempre, l’alito della libertà, “con la quale -precisa- intendo quell’irrequietezza dello spirito, quell’insofferenza dell’ordine stabilito, quell’aborrimento di ogni conformismo che richiede spregiudicatezza mentale ed energia di carattere, buone virtù per opera delle quali abbiamo visto, lungo i secoli, crescere e progredire i costumi, le leggi, il benessere, la vita civile”.

 Compendiare in poche righe un dibattito di siffatta portata, è impossibile. Ma il livello del confronto affascina ancora.  E in tempi di populismi conserva una sua attuale freschezza e una sconcertante attualità. La pandemia esaspera l’invocazione di poteri forti, come quelli attribuiti a Viktor Orban, in una sorta di spirale sadomasochista tra repressi e repressori.  Bobbio e Togliatti, ognuno a modo suo, costituiscono un buon antidoto al veleno del nuovo dispotismo.  Sì, l’alito della libertà soffia sempre. E nemmeno il coronavirus può fermarlo.

Marco Cianca


01 Aprile 2020
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