Lo scenario di oggi, dicono molti osservatori, in poche settimane ci riportato ai lutti e alle incertezze della fine della seconda guerra mondiale Come coniugare ricostruzione e sviluppo

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Come coniugare ricostruzione e sviluppo


Tre emergenze gravi: quella sanitaria, quella economica, quella sociale. In attesa che ci vengano riconfermate quella ambientale e quella climatica. Questo il quadro certo, senza concedere nulla al pessimismo di un’epoca che viviamo “globalmente”. Uno scenario, come dicono molti osservatori, che in poche settimane ci riportato ai lutti e alle incertezze della fine della seconda guerra mondiale. Come allora è indispensabile saper coniugare quanto prima emergenza e prospettiva: “ricostruzione” e sviluppo.

La scorsa settimana abbiamo avuto i primi importanti provvedimenti governativi per sostenere, in emergenza, il reddito di chi ha perso o ridotto l’attività economica e il lavoro (e per assistere le persone senza casa e senza reddito). I sindacati sono giustamente impegnati per applicare ed estendere questi provvedimenti. Lunedì 30 è uscito un bel documento congiunto tra Forum Disuguaglianze Diversità (FDD) e Alleanza per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS) con proposte aggiuntive sullo stesso tema: la gestione dell’emergenza economica e del lavoro, in tutte le sue tipologie, anche quelle “irregolari” (cfr. forumdisuguaglianzediversita.org).

È certamente indispensabile partire dall’emergenza per attenuare nell’immediato la portata della crisi economica che si annuncia devastante. E farlo con il massimo di unità tra le diverse culture politiche e sociali rafforza l’efficacia dei provvedimenti. Tuttavia, a me pare sia necessario, fin da oggi, guardare almeno al medio periodo. Poiché, come sempre nelle crisi, è un’illusione pensare che, tamponata l’emergenza, si rigeneri da sé il modello economico e sociale precedente. Anzi, da sempre, la crisi è insieme causa e opportunità di cambiamento. E il problema resta quello di sempre: cambiamenti governati o subiti? Quali accettabili e quali no? Agire unitariamente sui fattori di crisi o separatamente? Di seguito alcuni spunti di riflessione sulle politiche di medio periodo da avviare fin da subito.

 

1.         È necessario e urgente creare nuove attività economiche e nuovo lavoro perché non riusciremo a salvare tutte le imprese e tutti i lavori che c’erano prima. Capisco che questo non possano dirlo Confindustria e le altre associazioni di imprese, ma le debolezze del sistema industriale italiano (sottocapitalizzazione e sottodimensionamento delle imprese e insufficienza della domanda interna) sono note da tempo. Le forze sociali possono e debbono dirlo: se è vero che viviamo la peggiore delle crisi dal dopoguerra è necessario un nuovo piano di sviluppo che crei nuovo lavoro. Davvero, come qualcuno dice, un nuovo Piano Marshall (il cui nome originario era: “Piano per la ripresa europea”).

 

2.         È già accaduto nella crisi del 2008, i poteri forti del libero mercato (in particolare quelli finanziari) tenteranno di ricostituire le posizioni di vantaggio (di rendita, di monopolio) che avevano prima. Basta guardare all’andamento della borsa per rendersi conto che non esiste una tregua possibile nemmeno in emergenza e che le dinamiche finanziarie di mercato accentuano la crisi invece che attenuarla (a meno di interventi davvero straordinari delle autorità monetarie). Insomma: la battaglia tra liberismo e sviluppo sostenibile (ambientalmente, socialmente, economicamente) va riaperta ora: immediatamente. Altrimenti le disuguaglianze tra territori, aree geografiche, stati, continenti, e le persone che li abitano cresceranno in maniera esponenziale.

 

3.         Le politiche della sostenibilità non implicano una “statalizzazione” dell’economia ma ne richiedono un governo regolato. Il soggetto pubblico non può rinunciare a un suo ruolo economico a vantaggio di un’iniziativa solo privata, anzi. È possibile un punto di equilibrio tra pubblico e privato che non guardi ai modelli del passato? È possibile uno Stato autorevole e responsabile che non sia uno Stato autoritario? È possibile una democrazia sociale solidale? Partiamo da ciò che è indispensabile: uno Stato che indirizzi le dinamiche di alcuni mercati strategici, uno Stato che giochi su alcuni mercati direttamente, uno Stato che favorisca l’iniziativa privata, uno Stato che regoli tutti i mercati. Uno Stato o un continente che torni protagonista delle politiche economiche e abbia le risorse da spendere per realizzarle: regolando e non subendo la speculazione finanziaria. A me parrebbe un buon punto di partenza. Anche per un’Europa meno “passiva” in materia economica.

 

4.         Spiace constatare che in questi giorni difficili Cina e Usa stanno intervenendo con politiche economiche di portata continentale. L’Unione Europea no (o non ancora). l’Unione Europea continua difendere i vantaggi e la competitività dei paesi forti (Germania, Olanda, Nord Europa) immaginando che siano quelle le locomotive in grado di rilanciare domani l’intera economia europea. (Abbiamo tutti notato che nella bella lettera della von der Leyen su Repubblica di qualche giorno fa non c’era più nessun accenno al green new deal e a niente di innovativo…). Questo atteggiamento neo separatista non è accettabile per chi crede ancora nell’Unione (unione, appunto) Europea. E c’è una certa differenza anche nella prassi europea tra l’attivazione di  nuovi strumenti di politica economica propulsiva e l’aiuto caritatevole (ed eccezionale) a chi è in emergenza. Per essere più espliciti: l’Europa a due cittadinanze e due velocità distruggerà l’Unione Europea anziché renderla più forte e inclusiva. Vinceranno i sovranisti se l’UE diventa UNE (Unione Nord Europea).

 

5.         (Una domanda tra parentesi. Ma l’Unione Europea è compatibile con qualsiasi forma di governo anche non democratico e para-dittatoriale nasca in uno degli stati membri? Non esistono norme che escludano l’appartenenza europea a chi si attribuisce, o si fa consegnare, pieni poteri? Penso che dovrebbero esserci: come ci sono i criteri per l’ingresso ci siano clausole di incompatibilità).

 

6.         Insomma: appena si potrà uscire di nuovo da casa, è necessario avviare politiche capaci di creare nuove imprese e nuovo lavoro, altrimenti il bilancio economico sociale non tornerà mai in pareggio (né in Italia né in Europa). Meglio sarebbe pensarci ora alle politiche utili per raggiungere questo scopo. Personalmente non credo ai redditi indipendenti da prestazioni, qualsiasi nome abbiano, a meno che siano di sostegno temporaneo alla povertà e all’inclusione: so di essere su questo (marxianamente?) antiquato… Ma nuovi lavori che corrispondano a nuovi redditi sono possibili (necessari e urgenti) per affrontare insieme tutti gli scenari della crisi in atto.

 

7.         Per creare imprese e lavoro è determinante la spesa pubblica anche in debito, certo: ma un conto è la spesa pubblica in debito che alimenta mercati nuovi altro è la spesa pubblica in debito che alimenta rendite vecchie. O la spesa pubblica consumata in una permanente logica di indennizzo urbi et orbi (come avviene da molti anni). La prima forma di debito è nel medio periodo economicamente sostenibile, le altre no.

 

8.         Per creare nuove imprese e nuovo lavoro la spesa pubblica è determinante ma non sufficiente se non è in grado di mobilitare consumi e investimenti privati su nuovi mercati. Sostenuta, ovviamente, da politiche fiscali che consentano un reperimento, un reimpiego e una redistribuzione adeguata delle risorse. Quali sono i mercati nuovi su cui investire (in conoscenza, competenza, attività, indirizzi) per creare nuovo lavoro e nuovi redditi? Soprattutto due secondo me: Welfare e infrastrutture (o, se si preferisce, un Welfare per le persone e un Welfare per il territorio).

 

9.         Non scandalizzi l’idea che il Welfare delle persone possa essere considerato un mercato: per mercato voglio intendere il contrario dell’idea - purtroppo molto praticata - che nel Welfare si debba investire solo quel poco che si può, come fosse una spesa improduttiva. Per Welfare di mercato intendo un mercato aperto (a soggetti pubblici e privati) ma regolato in diffusione, costi, appropriatezza e qualità. Sapendo distinguere fra il concetto di “universalità” e quello di “gratuità” dei servizi. Tra l’idea di pubblico “regolatore” e pubblico “attore”. Tra un privato convenzionato e integrato e un privato che opera in un suo proprio mercato. Sono quattro fattispecie che possono convivere (come convivono nella sanità dell’Emilia Romagna) ma che non debbono essere confuse o sostituite l’una con l’altra.

 

10.       L’emergenza sanitaria in corso ha dimostrato che il sistema ospedaliero è, per certe patologie, sottodimensionato e non in grado di fornire i servizi necessari non solo nel Mezzogiorno. Se questo è vero è indispensabile che intervenga lo Stato dove le Regioni hanno fallito. Nemmeno in questo caso sono necessarie “neo-statalizzazioni” del sistema, ma che ci sia un’autorità nazionale che risponde della qualità e della omogenea diffusione delle prestazioni generali e specialistiche: questo sì, è indispensabile. I modelli di integrazione tra pubblico e privato possono essere diversi ma la qualità e l’universalità va garantita ovunque. Per l’acuzie e gli interventi salvavita anche la gratuità indipendentemente dal reddito del paziente. Per il resto una contribuzione legata al reddito.

 

11.       Ovviamente, se l’iniziativa privata, anche nel settore sanitario, decide di restare fuori dal sistema universale integrato e di rispondere a logiche di domanda e offerta sue proprie sarebbe bene che non fosse finanziato con fondi pubblici. Come purtroppo avviene creando un paradosso non sostenibile né sul piano logico né su quello economico.

 

12.       (Sia detto fra parentesi, come autocritica non di oggi, il Titolo V fu un grave errore derivato da una cultura di sinistra che intendeva concedere qualcosa all’onda del federalismo montante, senza averlo mai studiato e condiviso. E ne è venuto fuori un gran pasticcio: la sanità non può essere ad “autonomia differenziale”, e nemmeno la scuola, la difesa, la pubblica sicurezza, il fisco, ecc.). 

 

13.       Ma il Welfare delle persone è già e può diventare ancor di più un mercato che va oltre la salute. E che si occupa di assistenza, povertà, emarginazione, inclusione, cittadinanza, prossimità, sicurezza, istruzione, cultura, cittadinanza attiva, non autosufficienza, ecc Il Welfare “largo” può diventare un mercato enorme in cui entrano pubblico, privato e terzo settore: purché diffuso, regolato e di qualità. Con un modello nazionale integrato analogo a quello sanitario.

 

14.       Le case di riposo erano uno scandalo anche prima di diventare un focolaio di contagi. L’assistenza domiciliare alle persone deve diventare il futuro baricentro del nuovo Welfare sanitario e assistenziale. Questo servizio non può essere appaltato alle badanti che ci sono e rischiano oggi la propria salute. Serve personale addestrato e dotato di nuove competenze e nuove tecnologie. Servono nuovi saperi, nuovi prodotti, nuove tecnologie e nuovo lavoro.

 

15.       Il Welfare assistenziale largo deve essere organizzato e diffuso nella stessa logica e con gli stessi criteri di integrazione, appropriatezza, direzione e controllo propri del “nuovo sistema sanitario nazionale”. Anche qui potendo distinguere tra servizi universali e gratuiti e servizi a pagamento a seconda delle necessità, della gravità e della continuità dell’assistenza. Sapendo che sia nel settore della salute che in quello dell’assistenza si muovono decine di imprese che forniscono prodotti e servizi paralleli che aumentano (direbbero gli economisti) l’effetto “moltiplicatore” di ogni euro investito.

 

16.       Con questa idea di fondo andrebbe rivisto, secondo me, e riconvertito il cedimento troppo facile e opportunistico che in questi anni si è fatto, anche contrattualmente, con il cosiddetto Welfare “integrativo”, “contrattuale” o “aziendale” che dir si voglia. Quel Welfare ha aggiunto prestazioni a chi godeva già di quelle da Welfare universale e ha allargato le disuguaglianze (con il benestare dei sindacati firmatari) tra gruppi di lavoratori e loro famiglie e il resto dei lavoratori, dei cittadini, delle famiglie. Altra cosa sarebbe passare da un Welfare integrativo individuale a un Welfare di comunità basato sul concetto di responsabilità sociale delle imprese e sulla sua attuazione solidale nel territorio con il contributo, anche economico, degli enti locali.

 

17.       Il secondo “nuovo” mercato da riavviare e sviluppare  è  il “Welfare del territorio”. Quello che interviene sulle città, sui paesi, le campagne, i fiumi, le montagne, le spiagge, i mari, con la manutenzione, la prevenzione dei rischi, la riqualificazione, la ristrutturazione, il riuso, la rigenerazione, l’edilizia sociale, la diffusione dei servizi, ecc. Guardando ai bisogni ormai cronici del Paese, a partire dai quelli nuovi di una popolazione che invecchia, si inurba nelle periferie degradate o vive in solitudine nei borghi e nelle aree interne senza servizi.

 

18.       Anche in questo caso il pubblico indirizza e investe assieme ai privati. Questo secondo mercato ha il vantaggio di non necessitare - almeno in parte - di competenze nuove da creare (a eccezione della infrastrutturazione ICT, indispensabile anche per la telemedicina e la teleassistenza) e può essere avviato più rapidamente del primo a partire dalle risorse europee, nazionali, regionali e locali che ci sono. Impiegando i Neet e riconvertendo a questo scopo il servizio civile e, perché no, lo scambio studio-lavoro.

 

19.       Perché queste politiche economiche abbiano successo è necessario che sia ridotta la dispersione (in qualche caso “disconnessione”) amministrativa e di controllo. In questo campo si dovrebbe rendere sostenibile e “normale” ciò che oggi sembra possibile solo in emergenza: passando dalla proliferazione delle norme e dei commissari (con pieni poteri in deroga alle norme) alle procedure attuative predefinite, più semplici, trasparenti, omogenee per territorio e con un iter temporale certo. Non penso a una nuova centralizzazione statale nemmeno in questo caso ma non è più sopportabile il vestito di Arlecchino tecnico e normativo che abbiamo sperimentato nella gestione, ad esempio, del sisma del 2016/17.

 

20.       Nel Welfare del territorio e delle città il settore delle costruzioni e l’edilizia abitativa non possono ripartire a ondate di manufatti che occupano progressivamente il suolo pubblico come è stato nel dopoguerra, spesso indipendentemente dalla reale domanda di case e stabili di servizio. Ma l’edilizia può tornare a essere un importante volano di rilancio economico se saprà coniugare nuove domande con nuove offerte (i nuovi bisogni delle persone e del territorio con le nuove tipologie e le nuove tecnologie).

 

21.       Per ora su questo terreno si è agito spontaneamente. La migliore assistenza domiciliare agli anziani autosufficienti oggi è costituita dal sorgere spontaneo del cohousing o di un’abitazione dotata dei servizi primari o dell’organizzazione di un’assistenza di quartiere o di singola strada. Anche questo è un mercato soprattutto privato (e del terzo settore) che può essere indirizzato ed avviato da un soggetto pubblico che guardi fin da ora a uno sviluppo sostenibile nel medio periodo. Anche questo può essere un mercato che necessita di nuove competenze e nuove tecnologie: nuove imprese che generano nuovo lavoro.

 

22.       Infine. Sono convinto che i due Welfare e i nuovi mercati da rilanciare possano rappresentare anche una nuova fase di sviluppo e di lavoro in Europa in una logica di sostenibilità ambientale, sociale ed economica assunta come direttiva principale delle politiche europee (non solo uno slogan nei discorsi ufficiali). O l’Europa pensa di continuare a giocare la sua competitività con l’Asia e con l’America ancora sull’industria manifatturiera? O sul settore dell’automobile? Sarebbe una scelta ridicola e senza senso: destinata a un inesorabile fallimento. È indispensabile e urgente che l’Unione Europea, il più grande mercato economico esistente al mondo, smetta di essere un nano politico.

Gaetano Sateriale

 


06 Aprile 2020
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