Il Vecchio continente non sta attraversando uno dei suoi momenti migliori, con il rischio di avere un’Unione più debole dopo la crisi. Un regalo che non possiamo fare a Stati Uniti, Russia e Cina Orban, l’Europa e i tulipani

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Redattore de Il diario del lavoro

Orban, l’Europa e i tulipani


Verrebbe da dire che tempi e situazioni eccezionali richiedano misure altrettanto eccezionali. Ed è questa la strada che ha intrapreso il premier ungherese Viktor Orban che, per fronteggiare l’epidemia, ha ottenuto pieni poteri, senza durata di tempo, con la possibilità di poter sciogliere le camere e abrogare anche leggi votate dal parlamento. Il nostro ha deciso, come prima e essenziale mossa per contenere la diffusione del coronavirus, di impedire il cambio di sesso ai transgender.

Certo anche in Italia non stiamo vivendo una situazione che possa definirsi normale. La gran parte delle libertà personali sono state ridotte, il motore economico del paese è stato fermato e ogni giorno il bollettino della Protezione Civile ci restituisce uno scenario terribile e impensabile fino a qualche mese fa.

Tuttavia la tenuta democratica del nostro paese regge ancora. Si può o no apprezzare il governo Conte, si possono certamente criticare gli strumenti economici messi in campo, come si può criticare il tipo di comunicazioni adottata. Ma mettere sullo stesso piano la prassi legislativa del governo italiano con i pieni poteri di Orban, come fatto dalla leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, è una strada pericolosa e errata.

I vari DPCM, che in questi giorni hanno riempito la bocca e le orecchie degli italiani, si muovono all’interno di quello stato di emergenza, dichiarato a fine gennaio. Il loro scopo è quello di preservare la salute, che l’articolo 32 della Costituzione riconosce come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività. Inoltre i decreti del Presidente del consiglio non possono derogare né alla Costituzione né a altre leggi sovraordinate. Ci sono, dunque, una logica e una consequenzialità giuridica che come fine ultimo hanno, appunto, la tutela del diritto alla salute, che ora ha assunto una preminenza rispetto ad altri diritti. Qual è invece la ratio che accumuna l’aver impedito il cambio di sesso con la crisi sanitaria?

Poi possiamo dire che lo stare confinati in casa non è una delle prospettive più allettanti che ci possano essere, che ci manca la nostra sfera sociale, che ci manca stare con la famiglia, gli affetti più cari e gli amici senza il timore che un abbraccio possa trasformarsi in un veicolo di trasmissione del virus. Possiamo anche non essere allineati con buona parte della narrazione che ci racconta, in un modo troppo entusiasta, lo stare a casa. Questo perché non tutte le case possono disporre di un terrazzo o di un giardino, di ampi spazi nei quali ognuno può organizzare la propria quotidianità. O perché la casa è, purtroppo per moltissime donne, luogo di violenza. Possiamo dirci infastiditi (e il sottoscritto lo è) dei concerti improvvisati sui balconi di casa.

Tutto questo possiamo dirlo perché siamo in un paese libero e democratico, nel quale, anche se chiusi in casa, possiamo esprimere il nostro disappunto e la nostra frustrazione. Meloni dovrebbe ricordarsi che può liberamente e giustamente criticare il governo, perché siamo in uno stato libero, benché imperfetto sotto molti aspetti. Chi accentra su di sé tutti i poteri non perde tempo a confrontarsi con le opposizioni o i corpi intermedi, e ogni account di qualunque “dissidente” sarebbe di certo chiuso. Non mi sembra che i profili social di Salvini o della Meloni abbiano avuto una sorte simile.

E in tutto questo l’Europa che fa, verrebbe da dire? Beh l’Europa non sta di certo vivendo il suo tempo migliore. Schiacciata dall’onda dei contagi che non risparmia nessun paese, il vecchio continente si dimena in cerca di una soluzione, tra logiche e strumenti inadatti e antiche divisioni. La Commissione europea ha lanciato il piano Sure per il lavoro, ma si sta riproponendo con forza la dualità tra paesi del nord e del sud, con i primi poco propensi a percorre la via indicata dai secondi per contrastare il deterioramento dell’economia causato dall’insorgere del virus. Il nostro paese non sembra avere una strategia chiara e precisa nel chiedere maggiore solidarietà, tra lo slogan dei coronabond e i chi si oppone al Mes, perché ritenuto inadatto o pericoloso per le possibili conseguenze che gravano su chi lo richiede, con l’ombra della Troika sempre in agguato.

Il momento è cruciale per l’Europa, e in ballo c’è molto di più dei tulipani olandesi. La ricostruzione non sarà facile e il rischio che le diseguaglianze aumentino è molto alto. La prospettiva è quella di un’Europa a velocità diverse, con economie fiaccate più di altre dalla pandemia. L’Italia potrebbe essere benissimo tra queste, con un debito al 150% del Pil, una produzione industriale ferma, i consumi a terra e l’export con possibili contraccolpi. L’epidemia ci dirà chi siamo e che Europa vogliamo.

Il richiamo dei sovranismi è forte, e la tentazione di trovare l’untore al quale addossare tutte le colpe più viva che mai. La sospensione delle nostre libertà individuali non deve farcele dimenticare e non dovremo intraprendere la via delle facili soluzioni per venir fuori da questa tempesta. Ma non ci potremmo salvare da soli e l’Europa non può permettersi che i suoi stati cerchino di farlo. Questo vorrebbe dire avere un’Unione più debole, e quindi una capacità ridotta, per tutti gli stati membri, di poter far sentire la propria voce sugli scenari geopolitici. Un regalo che non possiamo fare a Stati Uniti, Russia e Cina.

Tommaso Nutarelli


06 Aprile 2020
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