C’è una forte e diffusa flessione della fiducia di famiglie e imprese. È quanto evidenziato dall'Istat nella Nota mensile sull'andamento dell'economia italiana Istat: shock senza precedenti, difficile una stima

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Istat: shock senza precedenti, difficile una stima


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Lo scenario internazionale "è dominato dall'emergenza sanitaria. Le necessarie misure di contenimento del Covid-19 stanno causando uno shock generalizzato, senza precedenti storici, che coinvolge sia l'offerta sia la domanda". È quanto evidenziato dall'Istat nella Nota mensile sull'andamento dell'economia italiana.

La rapida evoluzione della pandemia "rende difficile rilevare l'intensità degli effetti sull'economia reale con gli indicatori congiunturali la cui diffusione avviene con un ritardo fisiologico rispetto al mese di riferimento".

Le prime indicazioni disponibili sull'impatto economico in Italia "provengono dal clima di fiducia di famiglie e imprese, che a marzo ha segnato una forte e diffusa flessione, e dai dati riferiti a febbraio sul commercio estero extra Ue e le vendite al dettaglio".

Il commercio extra Ue è stato fortemente influenzato dal calo delle esportazioni verso la Cina, mentre le vendite al dettaglio hanno mostrato un deciso aumento trainato dagli acquisti di beni alimentari.

L'inflazione si è approssimata allo zero per i ribassi delle quotazioni dei beni energetici collegati al crollo di quelle del petrolio. La crescita dei prezzi al consumo nell'area euro si è confermata più elevata di quella italiana, ma anch'essa in decisa attenuazione.

Il lockdown delle attività produttive per 2,2 milioni di imprese, è pari al 49% del totale, il 65% nel caso delle imprese esportatrici, con un'occupazione di 7,4 milioni di addetti (44,3%) di cui 4,9 milioni di dipendenti (il 42,1%). Un'impresa su due, dunque, ha fermato l'attività.

Tutto questo "ha amplificato le preoccupazioni e i disagi derivanti dall'emergenza sanitaria, generando un crollo della fiducia di consumatori e imprese".

Nella Nota, l'Istat propone due scenari: il primo in cui la chiusura delle attività riguarderebbe solo i mesi di marzo e aprile; l'altro in cui la chiusura si estenderebbe fino a giugno. Nel primo caso la riduzione dei consumi sarebbe pari al 4,1% su base annua mentre nel secondo al 9,9%. La riduzione dei consumi determinerebbe una contrazione del valore aggiunto dell'1,9% nel primo scenario e del 4,5% nel secondo.

TN


07 Aprile 2020
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