Guglielmo Loy, presidente del Civ, il Consiglio di vigilanza dell’Inps, e segretario confederale della Uil fino al 2018, al Diario del lavoro fa il punto sugli scenari futuri del mondo del lavoro e delle relazioni industriali una volta che partirà la fase due Loy, con questa crisi si rischia di perdere il valore del lavoro

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Loy, con questa crisi si rischia di perdere il valore del lavoro


Occhi puntati sulla fase due, quella che dovrebbe incidere con una progressiva ripresa dell’economia e di tutto il paese. Ma i rischi all’orizzonte non mancano. Guglielmo Loy, presidente del Civ, il Consiglio di vigilanza dell’Inps, e segretario confederale della Uil fino al 2018 , spiega come il rischio è che, con questa crisi, venga meno valore del lavoro. E sul futuro delle relazioni industriali afferma: “tra politica e parti sociali il braccio di ferro non verrai mai meno”.

Loy si inizia a parlare della fase due, quelle che dovrebbe segnare l’inizio della ripresa. Che scenari dobbiamo aspettarci?

Assisteremo ad un disallineamento del nostro sistema produttivo. Molte imprese riusciranno a ripartire con maggiore rapidità di altre. Ci sarà anche una differenziazione tra quelle attività maggiormente esposte alla concorrenza internazionale, e quelle orientate di più al mercato interno. Molto dipenderà dagli interventi dei singoli stati, dalla liquidità che immetteranno per aiutare le imprese e far riprendere i consumi interni.

In tutto questo come cambieranno le relazioni industriali?

Credo che ci sarà una prima fase difensiva delle relazioni industriali, nella quale si cercherà, prima di tutto di limitare i danni, evitando licenziamenti di massa. Successivamente, si dovrà riprendere in mano la questione salariale, il tema della produttività e la redistribuzione della ricchezza. Tutte questo già lo stanno facendo alcune filiere, come quella agroalimentare, dove molte aziende stanno riconoscendo premi di risultato, in modo unilaterale o attraverso la contrattazione decentrata.

Pensa che assisteremo a una mutazione anche nel panorama dei contratti? Il contratto nazionale preserverà il suo peso?

Penso che dei cambiamenti ci saranno, ma il contratto nazionale manterrà sempre la sua centralità. Chiaramente dovrà rimodularsi, dimostrare una maggiore flessibilità per andare incontro alle sfide che si presenteranno nel futuro post epidemia.

Crede che il rapporto tra politica e parti sociali muterà?

La politica ha dimostrato, negli ultimi tempi, una certa schizofrenia nel rapporto con le parti sociali. Da una parte abbiamo assistito a un forte processo di disintermediazione e, dall’altra, al bisogno di confronto e di aiuto nei momenti di emergenza. Ma non credo che dopo l’epidemia i rapporti tra politica e parti sociali cambino. Innanzitutto il rapporto diretto con il cittadino e l’elettore rafforza la dimensione di potere che la politica è in grado di esercitare, ed è un modo anche per ampliare il consenso. Inoltre il confronto e la mediazione è un esercizio lungo, che richiede fatica e pazienza. Ci sarà sempre un braccio di ferro.

La produttività è un tallone d’Achille del nostro sistema. È una sfida che possiamo vincere?

Questo è sicuramente uno dei grandi nodi irrisolti del nostro sistema produttivo, dovuto a tutta una serie di motivazioni che conosciamo, come l’eccessiva burocrazia, il costo elevato dell’energia, gli scarsi investimenti e la mancanza di una politica industriale. Risollevarla non sarà di certo facile. Anche perché il rischio è che questa crisi ci faccia perdere il valore del lavoro.

In che modo?

Nei momenti di emergenza è giusto che lo Stato si adoperi affinché chi ha più bisogno venga aiutato e nessuno venga lasciato indietro. Tuttavia nella storia del nostro paese forme di sostegno, come gli ammortizzatori sociali, sono state sempre collegate al lavoro, che rappresenta la principale fonte di inclusione sociale. Nella crisi non è più così. Il rischio è che si dia avvio a un atteggiamento assistenzialistico diffuso. In questo modo non potremmo più vincere la sfida della produttività.

Possono esserci dei segnali che ci indicano questo pericolo?

Potremmo avere un’idea dal modo in cui saranno strutturati i prossimi interventi di sostegno alle fasce più deboli, come il reddito di emergenza. Sulla carta il reddito di cittadinanza ha cercato di legare il sostegno al reddito e lavoro, anche se i suoi effetti si devono ancora vedere. Non bisogna dare un’immagine indistinta dello stato sociale.

Cioè?

Voglio dire che un conto sono tutte quelle forme di sostegno sostenute dalla fiscalità generale, e un conto sono le pensioni, alimentate da versamenti di imprese e lavoratori. Concettualmente questi due rami dello stato sociale non devono essere sovrapposti perché, come detto, si arriverebbe poi all’idea che c’è una rete di assistenza universale e indistinta, quindi perché lavorare? Inoltre oggi abbiamo circa 22-23 milioni di persone attive. Ma se il rapporto tra attivi e inattivi dovesse alterarsi, in che modo si potrebbe ancora finanziare lo stato sociale? Sono scenari che non possiamo non ignorare.

In questa crisi c’è stata un’accelerazione della semplificazione e della digitalizzazione di molti processi. Potremmo assistere a una riduzione della burocrazia?

Su questo fronte possono esserci risvolti positivi. Il primo è che le nuove tecnologie potranno accorciare il rapporto tra stato e cittadini migliorandolo e velocizzando i processi. Il secondo è che potremo assistere a cambio significativo nella pubblica amministrazione, nell’organizzazione del lavoro, i rapporti tra lavoratori e quelli con l’utenza.

Questo in tutto il mondo del lavoro.

Certamente. L’accelerazione nel trasformare l’organizzazione del lavoro, in tutte le filiere, è un’eredità che ci porteremo sempre dietro, e che difficilmente potrà essere azzerata.

Un’ultima domanda sull’Inps. Il sito è andato in tilt lo scorso 1° aprile. Il sistema è in grado di reggere a questo stress?

Il sito dell’Inps è passato da 2 milioni di accessi al giorno a 4. Non è possibile pensare che tutte le prestazioni passino attraverso l’Istituto. Se si blocca l’Inps si blocca lo stato sociale, e questo non va bene. Come prima cosa si deve evitare il collo di bottiglia e poi si devono strutturare bene le nuove misure, per vedere se possono essere gestite in collaborazione con  altri istituti.

Tommaso Nutarelli


07 Aprile 2020
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