Ebbene sì, lo confesso: sono un ‘’negazionista’’ . Dell’ olocausto (la ‘’o’’ minuscola è voluta) da Coronavirus, naturalmente. Non della Shoah. Ma, a quanto pare, è divenuto ‘’politicamente (più) corretto’’ sostenere che Auschwitz-Birkenau era un campo di lavoro (e che gli ospiti erano regolarmente retribuiti a cottimo) e che i forni servivano a fare il pane, piuttosto che azzardare dei dubbi sul contagio da Coronavirus. Sono un "negazionista" del Coronavirus

Il guardiano del faro

notizie del giorno

›› tutte le notizie

I Blogger del Diario

›› tutti gli interventi

calendario

DoLuMaMeGiVeSa
1 2
3 4 5 6 7 8 9
10 11 1213 1415 16
17181920 212223
2425262728 29 30
31

dalle istituzioni

newsletter

link

argomenti

Galleria fotografica

Galleria fotografica

Sono un "negazionista" del Coronavirus


Ebbene sì, lo confesso: sono un ‘’negazionista’’ . Dell’ olocausto (la ‘’o’’ minuscola è voluta) da Coronavirus, naturalmente. Non della Shoah. Ma, a quanto pare, è divenuto ‘’politicamente (più) corretto’’ sostenere che Auschwitz-Birkenau era un campo di lavoro (e che gli ospiti erano regolarmente retribuiti a cottimo) e che i forni servivano a fare il pane, piuttosto che azzardare dei dubbi sul contagio da Coronavirus.

Senza sottovalutare, peraltro, la gravità della pandemia, ma limitandosi a fornire dei dati statistici (rigorosamente di fonte Istat) per chiarire che la dinamica dei decessi, anche per malattie del sistema respiratorio, non ha subìto, in conseguenza del nuovo diabolico virus, particolari variazioni rispetto agli anni precedenti (salvo alcune zone in conseguenza di cause specifiche). Solo che per motivi - non sempre comprensibili da chi scrive - questa volta, in una quarantina di giorni, si è messa in moto un’infernale partita di domino che ha condotto l’economia mondiale sull’orlo del collasso. Lo shock è stato tanto devastante che i governi e le istituzioni internazionali si stanno ponendo il problema di quando e di come ripartire, anche se, per ora, si tenta di dare risposte – con stanziamenti straordinari anche nel loro ammontare – all’esigenza del ‘’primum vivere’’ sia pure con la consapevolezza di avere i giorni contati.

Il mio rimane, dunque, solo un invito alla riflessione in mezzo a un coro impaurito e disorientato che sposa una sola tesi in modo acritico ed integralista: morire ma guariti! Credo che i numeri abbiano importanza e di essi si debba tenere conto. E i numeri ci dicono che non è corretta una rappresentazione della realtà sanitaria del Paese come se le persone avessero cominciato a morire in seguito al Coronavirus (40 giorni di tam tam mediatico hanno dato questa impressione). E continuassero a farlo soltanto per quella patologia sconosciuta.

Nel 2019 vi sono stati ben 641mila decessi, di cui 53mila per affezioni alle vie respiratorie. Come ha spiegato in una recente intervista ad Avvenire Gian Carlo Blangiardo, presidente dell’Istat oltrechè autorevole demografo: ‘’ Più che i morti per influenza, che è più difficile da attribuire come effettiva causa di morte, conviene ricordare i dati sui certificati di morte per malattie respiratorie. Nel marzo 2019 sono state 15.189 e l’anno prima erano state 16.220. Incidentalmente si rileva che sono più del corrispondente numero di decessi per Covid (12.352) dichiarati nel marzo 2020’’. Tanto che, ha aggiunto il presidente: ‘’ Abbiamo tre tipi di morti: quelli che ricollegabili soprattutto al Covid, con o senza altre patologie; coloro che non muoiono di Covid ma per Covid, cioè ad esempio infartuati che in condizioni normali si salverebbero; i morti che non hanno contratto Covid. Noi siamo in grado di dare elementi sui decessi, distinguerli per 21 fasce d’età e farlo estraendo questi numeri dall’anagrafe centralizzata, in modo da dare ai decisori preziosi elementi di valutazione’’. 

Nella vulgata comunicativa, invece, l’assassino seriale è il Covid-19. Al virus malefico vengono attribuite anche le morti che non sono state certificate a causa di quella patologia. Si vede che, nella patria del lavoro nero, anche i virus agiscono nel sommerso ed evadono il fisco. Si aprirà – quando e come – la fase 2? L’Unione europea e la Bce hanno reagito tempestivamente nel fronteggiare il primum vivere, sia con la sospensione delle regole di bilancio, sia con la messa a disposizione di ingenti risorse (al punto da lasciare a bocca aperta e senza argomenti plausibili i ‘’sovranisti’’). Anche il governo italiano ha fatto la sua parte, per quanto riguarda sia l’emergenza sanitaria, sia il sostegno dei lavoratori e delle famiglie.

Il decreto d’aprile dovrebbe aiutare le aziende ad accedere al credito e a ripartire.
Naturalmente non sarà consentito di cambiare linea da un giorno all’altro. La riapertura deve essere organizzata per tappe, attentamente monitorata ed accompagnata – ce lo auguriamo – da una campagna mediatica più equilibrata. Nessuno si aspetti però che l’incubo svanisca coi primi caldi. E proprio qui stanno le scelte da compiere nei prossimi giorni: scelte che non sono solo politiche, ma culturali, persino esistenziali. Il contagio può diminuire di intensità; le strutture sanitarie riusciranno a ridurre dei ritmi di intervento ormai divenuti, da tempo, insostenibili; la medicina, la tecnologia e la farmacologia faranno sicuramente dei progressi.

Ma il virus non se ne andrà. Con la riapertura delle attività vi saranno, periodicamente, delle ricadute. E a questo punto emergeranno le due linee che covano (da troppo tempo) negli anfratti della società italiana e che l’epidemia ha soltanto riproposto in termini drammatici. Salviamo il reddito degli italiani attraverso la spesa pubblica, senza limiti, in barba a tutti i ‘’dogmi’’ della stabilità, al limite stampando moneta in proprio (come se l’inflazione fosse una panzana dei poteri forti), oppure, come ha scritto Mario Draghi salviamo i posti di lavoro, salvando le aziende? In parole povere, dobbiamo imparare a convivere col nuovo virus e ad affrontare quelli che verranno, sperando che la scienza, diventata la protagonista della nostra vita collettiva, si metta in grado di scoprire terapie adeguate che vadano oltre quelle praticate da Ponzio Pilato.

Per inciso, solo il 53% degli over 65 anni ha fatto la vaccinazione antiinfluenzale disponibile da decenni. Il passaggio di fase non è scontato. In questi giorni circolano auspici e speranze su di un futuro diverso, in cui tutto cambierà e noi saremo migliori. Stanno uscendo dozzine di elzeviri in cui si racconta la vita tra le mura domestiche con la riscoperta di antichi affetti e valori. Sembrano le canzoni del Ventennio inneggiavano alla vita agricola e alla bellezza di lavarsi nel ruscello (perché non c’era l’acqua corrente). Sono discorsi che mi ricordano le predizioni messianiche di mia nonna Virginia, bracciante agricola socialista (rigidamente frontista), quando ero bambino: ‘’Giuliano, tu lo vedrai il socialismo. Quel giorno poterai un garofano rosso sulla mia tomba’’. In verità, considero una fortuna che la nonna abbia sbagliato previsione. Purtroppo, però, non riuscirò a sottrarmi alle barbarie.


08 Aprile 2020
Powered by Adon