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Bunuel e i dilettanti allo sbaraglio


Luis Bunuel, nell’Angelo Sterminatore, mette venti rappresentanti dell’alta borghesia in un salone dal quale non possono uscire. Una barriera invisibile impedisce di superare la porta spalancata. Il film, surreale e grottesco come tutte le opere del regista, raffigura i personaggi in un viluppo di nevrosi, ipocrisie, invidie, fraintendimenti, ottusità, perversioni, odio. “La vita è imprevedibile, strana”, constata sconsolato uno dei reclusi. E un altro, un dottore, figura centrale, teme “la disgregazione della dignità umana, la nostra trasformazione in bestie feroci”. La promiscuità forzata avrà termine solo quando tutti avranno ripreso il posto che occupavano all’inizio del ricevimento. La scena si sposta in una chiesa, dove gli stessi protagonisti ascoltano la messa come se nulla fosse successo. Una coazione a ripetere gli stessi gesti che nemmeno la minaccia di una perenne costrizione è riuscita a mitigare.

Bunuel voleva sugellare la pervicace incapacità delle classi dirigenti, contrapposta alla simbolica innocenza delle pecore la cui presenza scandisce la pellicola, ma la sua opera è in realtà una metafora della condizione esistenziale. E in tempi di pandemia, la voglia di riprendere la stessa e identica routine cela il desiderio di cancellare e dimenticare, nella foga di svegliarsi da un incubo.

Non sarà così, non potrà essere così. All’iniziale, illusorio, ingannevole, “andrà tutto bene”, sta subentrando la consapevolezza che nulla tornerà alla beata ignoranza nella quale sguazzavamo a gennaio. Convivere con il virus, è il nuovo ritornello. Il che significa abituarsi a misure sanitarie e di contenimento che potrebbero durare molti mesi. Quando potremo stringerci la mano e abbracciarci? Quanto inciderà nei comportamenti di tutti i giorni la distanza sociale? Il prudenziale distacco diventerà un’istintiva abitudine? Vaccino e immunità di gregge sono il traguardo da raggiungere: ma una volta superatolo, sarà possibile ignorare il timore di una ricaduta?

È il senso stesso del vivere e del morire che sta cambiando, anche se la pantomima dei governanti, gli stessi che nulla hanno fatto per impedire che tutto questo accadesse e che ora si ergono a salvatori di quel pianeta che hanno contribuito a violentare infischiandosene di allarmi e ammonimenti, sembra volta solo a reprimere e a rassicurare nello stesso tempo. Il golpe bianco in nome della salute pubblica potrebbe plasmare il  nuovo volto del potere, in una catena decisionale nella quale le elezioni diventano inutili se non impossibili, la libertà individuale un pericoloso privilegio e la malattia una colpa.

Fosche considerazioni, aggravate da una crisi economica della quale non si riesce nemmeno a immaginare l’entità. Ma se il Covid19 è una sorta di angelo sterminatore, che oltre a mietere tante vittime sta facendo vacillare ogni nostra certezza, per evadere dalla prigione della paura bisogna pensare ad un mondo nuovo. Ed è curioso, ma non sorprendente, che mentre i politici, liberali, socialisti, conservatori, demagoghi, populisti, dilettanti allo sbaraglio, si affannano a indicare soluzioni che sono pannicelli caldi, solo l’Osservatore Romano abbia aperto il dibattito su come dovrebbe essere quel dopo che in realtà è già cominciato. Possibile che la battaglia delle idee sia così parziale?

Tutti siamo responsabili di quel che avverrà, nessuno si può più nascondere dietro una ottusa ignavia. Il poeta Franco Fortini non aveva dubbi: “In ogni momento, in ogni scelta, in ogni silenzio come in ogni parola, ciascuno di noi decide il senso della vita propria e di quella altrui”.

Marco Cianca


15 Aprile 2020
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