Il direttore dell’Unione degli industriali di Torino crede che sia questo il momento di fare le grandi riforme economiche mai fatte finora. Non vede alternative perché il pericolo è la marginalizzazione. E anche le relazioni industriali cambieranno profondamente. Del resto, pensa, il vecchio modello non ha mai funzionato al meglio. Beppe Gherzi, Ci serve un nuovo modello, dobbiamo fare grandi riforme economiche

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Beppe Gherzi, Ci serve un nuovo modello, dobbiamo fare grandi riforme economiche

Autore: Massimo Mascini

La pandemia ha colpito pesantemente questo paese, che rischia grosso, rischia di essere marginalizzato nel contesto mondiale. Un pericolo oggettivo, che può essere sventato, afferma Beppe Gherzi, il direttore dell’Unione degli industriali di Torino, solo se si riuscirà a imprimere a tutta l’economia un cambiamento globale. Dobbiamo arrivare a un nuovo modello economico, che ripensi la globalizzazione, che in questa emergenza non ha funzionato. E devono cambiare profondamente anche le relazioni industriali. Ci sarà un motivo, si chiede Gherzi, se i tantissimi accordi firmati da Confindustria hanno portato piccoli risultati, a volte sono perfino rimasti al palo. Dobbiamo cambiare tantissime cose. Forse dall’Europa potrà venire un aiuto, se si riuscirà a restare davvero uniti. Potremmo anche arrivare a un contratto unico per tutta l’industria, da declinare poi in maniera differente nei territori, nelle filiere, nelle aziende. Cambiamenti difficili da realizzare, ma non esiste alternativa.

Gherzi, come cambieranno nel prossimo futuro le relazioni industriali?

Per prima cosa dovranno cambiare le modalità stesse secondo le quali svolgere le trattative sindacali. Sembra un dettaglio, ma è molto importante. Perché questi negoziati si sono sempre svolti con grandi assembramenti di persone. Centinaia di persone che si aggiravano per le sale di Confindustria o del ministero del Lavoro. Tutto questo, almeno per la fase che ci separa dal momento in cui avremo il vaccino, dovrà finire. Dovremo trovare altre modalità, le trattative dovranno cambiare fisicamente.

Ai tavoli di negoziazione cosa accadrà?

Difficile dirlo. Non sappiamo cosa questa crisi comporterà, non sappiamo nemmeno se ci saranno le condizioni per andare avanti nelle trattative contrattuali. Dovremo verificare quale situazione dovremo gestire.

Non si prevede un buon momento economico.

No, la realtà economica sarà molto difficile, un po’ in tutti i settori e questo comporterà difficoltà da affrontare al tavolo negoziale. Tutto diventerà problematico, la definizione della parte normativa dei contratti, ma anche le erogazioni salariali, i premi legati all’andamento aziendale. Per un anno, diciamo per un certo periodo non breve dovremo gestire le conseguenze di questa crisi che ci è precipitata addosso.

Riprendere la produzione comporterà alti costi?

Dovendo condividere per un certo periodo, non breve, l’attività lavorativa con la pandemia non ancora sconfitta e i costi aziendali ne risentiranno. Costi non irrilevanti, legati alla messa in sicurezza dei lavoratori, per la sanificazione, i dispositivi individuali di protezione, la strumentazione necessaria per misurare la temperatura. E poi peseranno i cambiamenti della tempistica del lavoro, le nuove turnazioni, gli interventi sul layout aziendale, necessari per assicurare il distanziamento. Tutti maggiori costi che si sommeranno al calo del fatturato causato da questi mesi di inattività.

Nelle trattative cosa cambierà?

Tantissimo. Tutti diciamo la stessa cosa, che dopo le cose non saranno più le stesse, tutto cambierà. Ma soprattutto io credo, e spero, che questa crisi, così profonda, come non abbiamo mai avuto dal secondo dopoguerra, dia la possibilità al nostro paese, così appesantito da abitudini, consuetudini, riti, di fare quelle grandi riforme che finora non è mai stato possibile fare per tanti motivi. Riforme importanti, nell’economia, nel sociale, in capo alle nostre associazioni, anche in capo al sindacato. Ma dovremo essere in grado di fare questo salto.

Dovremmo ripensare il modello economico?

Certamente. Negli ultimi venti anni ci siamo affidati alla globalizzazione, questo grande processo senza confini, ma adesso, non c’è ombra di dubbio, dovrà essere rimesso in discussione perché in questa circostanza non ha dato risultati positivi.

Cosa occorrerebbe cambiare?

Per esempio, tutto il sistema delle forniture. E dovremo affrontare il tema del reshoring, perché sarà necessario far tornare in Italia quei pezzi di filiera che per un problema di costi era stato delocalizzato. Queste lavorazioni devono tornare in patria, ma serviranno interventi governativi, fiscali, finanziari, per favorire questo ritorno. E penso che dovremo al più presto guardare anche cosa accade e accadrà in Europa?

In che senso?

Tutto dipenderà se nel futuro prossimo noi avremo un’Europa vera o quella divisa che abbiamo visto. Perché se avessimo un’Europa davvero unita, questo potrebbe portarci un’omogeneizzazione anche delle politiche del lavoro, potremmo creare una politica del lavoro della zona euro. In queste settimane abbiamo visto cosa è accaduto per gli interventi della cassa integrazione, interventi finanziari importanti.

Potremmo avere regole omogenee in Europa anche per la contrattazione?

Regole omogenee per i rapporti di lavoro e anche per i minimi salariali. Potremmo non avere più i cento contratti dell’industria che abbiamo adesso, potremmo arrivare ad avere un solo contratto nazionale per tutta l’industria e un solo contratto nazionale per tutti i servizi. Dei macrocontratti, che poi dovrebbero essere declinati nei territori e nelle singole aziende per dar luogo a situazioni di redditività e di produttività.

Un accordo difficile.

Sì, ma quella è la strada da percorrere, innovando le nostre abitudini. Basta pensare a tutti gli accordi interconfederali che Confindustria ha firmato in questi anni: hanno avuto tutti risultati molto modesti, molte parti di questi accordi sono state recepite in modo non preciso, quando non è successo, come per le regole della rappresentatività, che l’intesa è rimasta al palo.

Quegli accordi non hanno funzionato?

In tanti casi no. E noi non ce ne siamo nemmeno accorti. Per questo dico che dovremmo fare un passo importante per ammodernare le relazioni industriali. Non dimentichiamo che in questa crisi perderemo tante aziende e i bilanci prossimi saranno drammatici.  La pandemia ci spinge verso accelerati processi di innovazione, ci sarà un uso diverso della tecnologia, cambierà il modo di lavorare, come del resto è già cambiato profondamente in queste settimane. E noi dovremo abituarci a questi nuovi sistemi di relazioni industriali.

Ci sarà più partecipazione, più abitudine al dialogo?

Sì, certamente, ma credo in maniera diversa dal passato. Anche perché la crisi si calerà in maniera disomogenea da area ad area, da settore a settore. Non tutta l’industria avrà gli stessi danni, la stessa caduta verticale. E quindi dovremo immaginare condizioni non uguali per tutti. Per questo dicevo che le regole dovranno poi essere declinate in maniera differente tra le diverse aree, le filiere, le aziende. Dovremo ripensare i modelli che abbiamo costruito negli ultimi 50 anni.

Ma i soggetti, imprenditoriali come sindacali, saranno capaci di operare questo salto in avanti?

Saranno costretti a farlo, proprio perché il mondo non sarà più quello di prima. Se devi sopravvivere, provare a restare a galla, devi mettere in campo grandi cambiamenti, economici, sociali, di relazioni industriali, un nuovo modello economico.

Si può affermare che in questo non partiremmo da zero, perché un dibattito su questo nuovo modello è in corso da tempo nel nostro paese.

Sì, è vero. Ma i tempi per avere questo nuovo modello non possono essere lunghi. Le difficoltà che stiamo vivendo spingono per accelerare i tempi del cambiamento. Se rimanessimo ingessati ai nostri vecchi metodi correremo il rischio di essere marginalizzati. Non dimentichiamo che il rischio di una desertificazione industriale esiste e dobbiamo combatterlo appunto con grandi cambiamenti. Il governo dovrà fare la sua parte sburocratizzando, sveltendo tutta la pubblica amministrazione.

Il punto è che per fare questi cambiamenti serve una classe dirigente di grande levatura, che purtroppo non abbiamo.

Sì, capisco, ma noi dobbiamo per forza fare questa forzatura. Se non avessimo contezza che è questo che ci serve, se non arrivassimo con violenza a questa fase di cambiamento e, superata l’emergenza, tornassimo ai vecchi vincoli, ai lacci e lacciuoli, non andremmo da nessuna parte.

L’elezione di Carlo Bonomi alla presidenza di Confindustria può rappresentare un atout importante per cogliere quel risultato?

Questo futuro presidente arriva in un momento difficilissimo, ma, se riuscisse a fare quelle cose, quel cambiamento, potrebbe portare a casa risultati fantastici. Dovendo ricostruire tutto e partendo da un prato verde, se saprà scegliere validi interlocutori, sindacali e politici, potrà cambiare in profondità il nostro sistema. Usciamo talmente scossi da questa vicenda che o ripartiamo o chiudiamo. Se ci fossero le condizioni lui potrebbe riuscirvi. Me lo auguro per tutte le imprese e tutti gli imprenditori. Non sono pessimista, perché siamo in un momento particolare nel quale tutto è possibile, anche far ripartire il paese.

Massimo Mascini


22 Aprile 2020
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