Fare domande, anche quelle scomode, non deve mai venir meno. Soprattutto in un momento come questo In questo mondo non c’è posto per la filosofia

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Redattore de Il diario del lavoro

In questo mondo non c’è posto per la filosofia


In questo mondo, anche ai tempi del virus, non sembra esserci spazio per la filosofia. Una convinzione e un rammarico crescenti, che le convulse e drammatiche vicende di questi giorni mi stanno dimostrando. Eppure di filosofia ce ne sarebbe un disperato bisogno. Il mio potrebbe essere un appello di parte, lanciato da laureato in filosofia e cultore della materia. Ma, mi chiedo, perché rifuggire la parola di chi dovrebbe aver fatto del pensiero e del porre domande il proprio habitus?

La risposta potrebbe essere proprio per questo motivo. In un momento così caotico ciò che forse le persone esigono è il dare risposte e soluzioni, non appesantire la testa con altri problemi. Nondimeno le soluzioni che in modo famelico tutti invochiamo non possono non essere esenti da interrogativi e dubbi. Certamente il rapporto tra il filosofo e la società non è esente da contraddizioni e incomprensioni. Per vederlo basta sfogliare brevemente gli episodi e gli aneddoti presenti nella storia del pensiero. In molti casi, questo rapporto ha condotto il filosofo alla morte. Basti pensare a Socrate o Ipazia. Oppure è stato fonte di derisione e vergogna per il filosofo. Talete, intento a osservare il cielo, cade nel pozzo provocando le risate della servetta della Tracia.

Insomma una relazione che oggi si definirebbe complicata, nella quale, tuttavia, le colpe non possono essere imputate solamente a una parte. Parte della filosofia ha rifiutato progressivamente il proprio ruolo nella vita, si è fatta ancella di altre discipline come la scienza o la psicologia, rinunciando ad aspetti del reale e dell’uomo che le erano propri. Ha costruito un’immagine di sé vetusta, eccessivamente accademica, impolverata, lenta, svuotata dell’ardore vitale. Nei decenni passati diversi approcci filosofici sono stati la base delle ideologie, che hanno cercato di armonizzare le contraddizioni del reale, fornendo un’immagine della storia il più possibile unitaria e coesa. Oggi quest’opera aggregante non è più praticabile, dovendo governare le contraddizioni piuttosto che cercare di portarle a unità.

In questi giorni, oltre a dolore e allo spaesamento, abbiamo vissuto contraddizioni e antinomie più o meno grandi. Molte persone hanno continuato a svolgere il proprio lavoro, anche nel pieno della pandemia, dovendo uscire di casa, adottando tutte le precazioni necessarie, convivendo gomito a gomito con il virus, come i medici e gli operatori sanitari, eppure il rischio di una sanzione era dietro l’angolo se osavano fare una passeggiata, in totale solitudine, un po’ più lontano da casa. Da giorni ormai ci dicono che dobbiamo ripensare la nostra socialità, cambiare e rieducare le nostre abitudini. Ma come possiamo farlo se non abbiamo un minimo di libertà nel gestire gli spazi all’aperto dove, mantenendo il distanziamento sociale, il rischio di contagio è pressoché nullo? La collettività conta sulla nostra responsabilità e il nostro impegno nel gestire i mezzi pubblici. Ma in che modo è posta questa fiducia e questa richiesta se ci sono stati sbarrati i parchi pubblici, e ogni volta che mettevamo piede fuori dal pianerottolo con un occhio scrutavamo il cielo per assicurarci della presenza di droni o elicotteri?

Per la fase di convivenza con il virus ci sarà, forse, una presenza ancora più massiccia della tecnologia nella nostra vita. Molti esaltano il modello di alcuni paesi asiatici nella gestione e nel contenimento del contagio attraverso le app e un monitoraggio costante degli spostamenti, senza porsi domande sulla legittimità di operazioni di questo tipo e senza chiedersi se è questo il modello di società che veramente vogliamo avere. Anche in Italia si è iniziato a parlare dell’uso dell’app Immuni, che dovrebbe servire a informare gli altri smartphone se qualcuno ha contratto il virus. Stando alle prime indiscrezioni non dovrebbe registrare né i dati anagrafici né il numero di telefono e neanche la posizione, perché Immuni “guarda” chi abbiamo intorno e non dove siamo. Ma per sapere se abbiamo contratto il virus con certezza dobbiamo prima essere sottoposti ad almeno due tamponi, ma la cronaca di queste settimane ci dice come non ci sia stata sempre la necessaria tempestività nel farli. La app, ha precisato, il premier Conte non sarà obbligatoria, ma il commissario straordinario Arcuri ha detto che quest’app è l’arma alleggerire le restrizioni, e che l’alternativa alla mappatura tempestiva dei contatti è il lockdown. In questo scenario non mi sembra che la libertà sia molta. Ovviamente nel nostro quotidiano scarichiamo un’infinità di applicazioni che prendono i nostri dati, che ci chiedono l’accesso alla posizione e ai contatti dello smartphone, che noi diamo senza problemi. Anche qui si dovrebbe aprire una discussione. Ma già mi immagino il livore negli sguardi delle persone verso chi non vorrà scaricare Immuni. L’untore digitale, l’untore 4.0 che non ha a cuore il bene comune di tutti.

Anche sull’idea del perseguimento di un bene comune a tutti andrebbero spese due parole. Bisognerebbe discutere prima sul concetto di bene e poi sul fatto se esista o meno un bene comune, universalmente condiviso. L’emergenza sanitaria ci ha posto davanti con drammatica forza la salute come bene universale, ma quando negli anni passati si procedeva allo smantellamento del Sistema Sanitario Nazionale, la tutela della salute non era la stella polare che guidava le decisioni politiche. Dunque si dovrebbe abbandonare ogni pretesa universalità quando si parla delle vicende umane. Inoltre non possiamo rassegnarci all’idea che la definizione del bene di una comunità sia totalmente delegata alla task force di turno. Questo richiede un discorso pubblico condiviso.

Abbiamo inoltre accettato, come ha sottolineato Giorgio Agamben, l’idea che durante la pandemia i nostri cari morissero soli, e che i defunti venissero cremati senza l’ultimo saluto della famiglia. Ci siamo abituati a sentire storie nella quali un figlio riceve una semplice telefonata che annuncia la morte della madre che non vedeva da settimane. Ci siamo abituati all’idea che alcune persone fossero sacrificabili, che dopo un certo limite la fragilità fosse un ostacolo. Una volta superata la pandemia dovremo non solo ricostruire e ripensare la società, ma anche quei valori che, in una situazione di normalità, abbiamo dichiarato di professare. Così come dobbiamo anche interrogarci su che cosa sia quella normalità, alla quale ora guardiamo tutti come un paradiso perduto. È forse normale pensare di avere il diritto di depredare il pianeta, affamando i paesi più poveri ed esposti ai cambiamenti climatici, contribuendo all’estinzione di intere specie animali? Forse no.

Ecco perché il bisogno che qualcuno, per “mestiere”, ponga domande, soprattutto quelle scomode, è più forte che mai. Sicuramente non è ben visto, perché solitamente si tende a preferire il comodo e il conosciuto a ciò che è ignoto e fastidioso. Allo stesso tempo chi sa compiere domande scomode dovrebbe trovare il coraggio di porle, senza temere di essere pubblicamente “uccisi” o derisi.

Tommaso Nutarelli


22 Aprile 2020
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