Nicolò Montesi, presidente dell’ANAR, l’Associazione Nazionale Autonoma dei Rider, ci racconta come il virus abbia cambiato il lavoro del ciclofattorino, tra vecchie polemiche e nuove opportunità Montesi, così la pandemia ha cambiato il nostro mestiere rider

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Montesi, così la pandemia ha cambiato il nostro mestiere rider


Nicolò Montesi, presidente dell’ANAR, l’Associazione Nazionale Autonoma dei Rider, ci racconta come il virus abbia cambiato il lavoro del ciclofattorino, tra vecchie polemiche e nuove opportunità.

Montesi, in che modo la pandemia ha cambiato il lavoro del rider?

Il lavoro è cambiato radicalmente. Fino a 2-3 mesi fa il 90% delle nostre consegne era incentrato sul cibo, e il restante 10% su altri beni, come sigarette o medicine. Con lo scoppio della pandemia questa percentuale si è totalmente capovolta. Oggi il food delivery è una componente minoritaria, che ovviamente non è scomparsa, perché c’è sempre qualcuno che ordina sushi o hamburger. Ma in molti ci chiedono la consegna di altri beni, come appunto i farmaci.

I suoi guadagni sono aumentati? La platea dei suoi “datori di lavoro” è cambiata?

I mei guadagni sono aumentati, come quelli di altri. Naturalmente non è possibile fare un discorso generalizzato, molto varia da città a città. Nel mio, ho convinto diversi ristoranti ad aderire a Glovo, la piattaforma per la quale lavoro principalmente. Per i ristoranti si tratta sempre di un modo di guadagnare, anche se non è paragonabile al poter stare aperti come prima. Inoltre sono aumentati anche i miei “datori di lavori”. Una farmacia mia ha fatto un contratto di collaborazione per la consegna dei farmaci.

Siete diventati dunque un servizio essenziale per moltissime persone?

Assolutamente sì. E le persone si sono fidate sempre di più di noi, proprio perché in questi giorni abbiamo continuato a garantire un servizio essenziale e in assoluta sicurezza. E questo le ha rassicurate.

Le piattaforme vi hanno fornito i dispositivi di sicurezza, dandovi anche indicazioni in merito alle modalità di consegna?

Riguardo a questo secondo punto la linea è quella di non vedere mai il cliente di persona. Le piattaforme hanno dato delle indicazioni esplicite riguardo a questo aspetto, dicendoci di lasciare la merce fuori dal pianerottolo o nell’ascensore, senza un contatto diretto con le persone. Sul versante di guanti e mascherine, alcune piattaforme li hanno forniti direttamente al rider, altre rimborsano chi li acquista in proprio. Glovo ha deciso di lasciare anche dei kit a quei ristoranti dai quali partono più ordini, per poi consegnarli a noi rider. Mentre Just Eat li ha spediti a casa. Insomma, anche se con modalità diverse, le piattaforme ci hanno supportato in queste settimane.

Ma non sono mancate le critiche. Alcuni vi hanno additato come potenziali diffusori del virus.

Si le critiche ci sono sempre. I sindacati hanno detto che la nostra era una prestazione che andava soppressa, perché troppo a rischio. Ma in questo modo avremmo tolto un servizio indispensabile a molti. Inoltre muovendoci autonomamente, e non avendo contatti diretti sia con la persona del ristorante sia con il cliente, siamo in assoluta sicurezza. Molto più di altri lavoratori. Ci è stato addirittura detto che se veramente volevamo svolgere un vero servizio di aiuto non dovevamo farci pagare.

Voi come avete risposto?

Noi siamo dei lavoratori e per il nostro lavoro vogliamo essere remunerati. La scelta di fare il volontario per aiutare chi sta in difficoltà è una scelta bellissima e nobile, ma è un altro tipo di scelta, che non può essere sovrapponibile con quella di essere un lavoratore. Inoltre molti rider hanno deciso di non lavorare più, chiedendo giustamente i 600 euro, lamentandosi che siano pochi. Ma questo non dipende certamente dal fare il rider o dalle piattaforme. Vedo sempre il tentativo di screditare questo lavoro, da parte di alcuni rider e del sindacato, anche quando non ce n’è motivo. Molti altri si sono lamentati che ci sono stati dei ritardi nelle consegne delle mascherine da parte delle piattaforme

Beh molto spesso anche il personale sanitario non le aveva.

Appunto, questo ci dice quanto le settimane passate siano state difficili.

Voi come ANAR cosa avete fatto?

Soprattutto un’azione di informazione e comunicazione. Siamo sempre stati pronti ad ascoltare chi aveva domande o dubbi su come ricevere i kit di protezione, mettendoci a disposizione delle piattaforme per distribuire guanti e mascherine.

Tommaso Nutarelli


29 Aprile 2020
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