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La Gerusalemme del sindacato


Vittorio Foa, una volta, rivelò a chi scrive che gli sarebbe piaciuto, ogni sera, bussare ad una porta diversa. Chiedere, con estrema gentilezza: “Posso entrare a prendere un caffè?”. E poi, una volta superato l’uscio, stare a sentire i discorsi, i racconti, gli sfoghi. L’arte dell’ascoltare per capire la gente. Era mosso dall’ansia di apprendere in presa diretta i problemi delle persone, per potersene fare carico, per diventarne portavoce, per cercare soluzioni. Una sorta di missionario laico, non con lo scopo di convertire gli interlocutori al proprio credo ideologico, bensì di non farli sentire soli e inserirli nel suo sogno utopico di migliorare il mondo.

Oggi, un simile pellegrinaggio, ammesso che qualcuno avesse voglia di intraprenderlo, dovrebbe essere condotto con la mascherina e mantenendo sempre la distanza di almeno un metro dagli interlocutori. Missione improba. Come si fa ad andare casa per casa accompagnati dal fantasma del coronavirus? Eppure, proprio quell’opera capillare volta alla conoscenza, interpretazione e rappresentazione di bisogni e desideri auspicata da Foa in tempi meno calamitosi degli attuali, sarebbe indispensabile se non ci si vuole attardare nella difesa di un sistema che sta crollando. Maurizio Landini parla di un sindacato di strada, un’immagine che richiama a questa necessità di una ubiqua presenza. E già, chi meglio delle grandi confederazioni, con i partiti che hanno le proprie basi solo nei sondaggi, possiede, almeno sulla carta, capillari sensori per percepire i suoni della trasformazione in atto? Tutte le categorie, dai disoccupati ai pensionati, le rappresentanze di base, le organizzazioni territoriali: strutture che andrebbero mobilitate, un grande sforzo di democrazia nel quale ogni diversa realtà potrebbe dare il suo contributo, per un grande progetto di cambiamento.

La Confindustria, per bocca del neopresidente Carlo Bonomi, sta andando all’attacco. Chiede allo Stato di mettere soldi, tanti soldi, per la ripartenza ma restando al suo posto, senza interferire con la proprietà privata, e vorrebbe avere mano libera il più possibile per ridefinire tempi e modi di produzione. A questa offensiva, un tempo la si sarebbe definita padronale, non si può rispondere solo esigendo le sacrosante misure di tutela della salute e invocando nuovi contratti per lo smart working. È giunto il momento di lasciarsi alle spalle quello che Bruno Trentin definiva “il modello taylorista-fordista e le sue culture produttivistiche, industrialistiche ed evoluzioniste”. Se non ora, quando?

Il Pil crolla, i prezzi aumentano, il debito pubblico cresce, l’Europa latita, la Corte costituzionale tedesca ha bacchettato la Bce per l’eccessivo sostegno agli Stati, come il nostro, in difficoltà, il protezionismo resta il rifugio dei nazionalisti alla Donald Trump, la guerra commerciale con la Cina è esasperata dalle accuse sulla diffusione della pandemia, Vladimir Putin aspetta e spera. La recessione economica è ormai una vera e propria regressione.

E allora non bastano certo le tanto invocate politiche di redistribuzione del reddito, pur necessarie per aiutare i poveri, sempre più numerosi. Occorrono scelte radicali. “Lavorare meno, tutti”, ha titolato l’Avvenire, richiamando quello che non fu solo uno slogan dell’autunno caldo ma un profetico, e inascoltato, progetto di Pierre Carniti. Serve un diverso modello di società. Magari riesumando il patto tra produttori, rimasto un volontaristico sogno, sepolto dall’intransigenza dell’antagonismo e dalla miopia degli imprenditori. Lo stesso Trentin ha teorizzato: “Un nuovo compromesso sociale tra le forze che concorrono a creare la ricchezza di un paese in merci, servizi, cultura e conoscenza non può che essere l'approdo, non la premessa, di questo patto di solidarietà fra i diversi soggetti del mondo del lavoro per conquistare un’effettiva uguaglianza di opportunità nell'esercizio di diritti individuali e collettivi di valenza universale”.

Costruire quella che il segretario della Cgil chiamava “la città del lavoro”. L’edificazione della nuova Gerusalemme, “cioè -per citare ancora Foa- la terra promessa, la libertà del lavoro e nel lavoro”, non può essere ancora rimandata.


Marco Cianca


06 Maggio 2020
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