Donatella Prampolini, vice presidente di Confcommercio, fa il punto sulla situazione non facile che imprese e attività stanno vivendo. Molte, afferma, rischiano di non ripartire, senza un accesso immediato alla liquidità. E chi è in grado di applicare tutte le norme igieniche e di sicurezza riapra subito Prampolini, il virus per le imprese si chiama burocrazia

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Prampolini, il virus per le imprese si chiama burocrazia


Un calo dei consumi, nel primo trimestre, del 10%, con un tonfo del 32% per il mese di marzo, per un valore di 84 miliardi di euro. Sono questi alcuni numeri diffusi da Confcommercio, che descrive la difficile situazione che attività e imprese stanno vivendo. Per la vice-presidente, Donatella Prampolini, la burocrazia è uno dei grandi ostacoli. Molte realtà, afferma, rischiano di non ripartire, senza un accesso immediato alla liquidità. E chi è in grado di applicare tutte le norme igieniche e di sicurezza, dice la numero due di Confcommercio, riapra subito.

Prompolini ad oggi qual è la situazione?

È difficile trovare un comparto che al momento non sia in difficoltà. Alcuni vivranno una crisi più profonda di altri, e difficilmente si rialzeranno nei prossimi mesi. Penso al turismo, la ristorazione, gli alberghi, l’arte e la cultura. C’è il tracollo del settore auto. Forse solamente il comparto alimentare non sta vivendo una crisi così drammatica. Ma anche qui andrebbero fatte delle eccezioni.

Avvertite molta incertezza.

Si. Non solo dobbiamo fare i conti con uno stop molto lungo, che già sta mettendo a dura prova le imprese, ma dobbiamo anche prendere atto del fatto che questo clima di insicurezza si protrarrà per molto tempo, influenzando sicuramente la ripresa, anche quando le attività riapriranno.

Uno dei temi più spinosi che sono emersi, in vista della riapertura, è quello della sanificazione e del rispetto delle norme di sicurezza. Cosa ne pensa?

Credo che ci sia stata trappa confusione sulle misure sanitarie e sul loro modo di interpretarle.

Perché?

Innanzitutto dobbiamo ricordaci che c’è un protocollo che governo e parti sociali hanno firmato. Si tratta di un documento condiviso, ed è da qui che dobbiamo partire. Nel pieno della pandemia, quando andare a fare la spesa era l’unico “svago”, il settore della distribuzione alimentare ha dato prova di come – se le regole vengono rispettate – il rischio di contagio si può veramente ridurre. Penso che nella distribuzione alimentare i contagi dei lavoratori si possano contare sulla punta di una mano. Dunque mantenendo il distanziamento, contingentando gli ingressi, mettendo a disposizione gel per le mani e igienizzando le superfici, penso che le attività potranno convivere con il virus.

Dunque se le attività rispettano tutte le norme di sicurezza potrebbero riaprire anche prima?

Credo proprio di sì. Anche perché con l’arrivo della bella stagione molti bar e ristoranti possono servire all’aperto.

Il dialogo con il governo come è stato?

Il dialogo è stato buono e costante. Ma dal dialogo bisogna poi passare ai fatti.

Cosa non vi soddisfa?

Innanzitutto i tempi. C’è un enorme ostacolo che in questo momento si chiama burocrazia. Bisogna snellirla, e dare alle imprese la possibilità di attingere il più velocemente possibile alle risorse. Ora si deve dare priorità all’accesso al credito e fare dopo i controlli per vedere se un’impresa ha tutte le carte in regola.  

Quello dell’accesso alla liquidità è un tema ripreso con forza dalla sua organizzazione.

Sì, lo abbiamo ribadito anche in audizione al Senato sul Dl Liquidità. In questo momento così difficile, bisogna dare la possibilità alle imprese, soprattutto quelle più piccole, di ottenere risorse a fondo perduto, anche perché i costi fissi ci sono, e i pagamenti sono stati solo rimandati. Non è giusto che le attività debbano indebitarsi per lo stop dovuto al coronavirus.

Quali prospettive avete per il futuro?

La speranza è che il maggior numero possibile di attività riesca a sopravvivere alla crisi. Certo il contesto non è dei migliori. C’è il rischio che gran parte del nostro tessuto di imprese e attività non riapra più, anche per non dover lasciare dei debiti alle future generazioni.  

Tommaso Nutarelli


06 Maggio 2020
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