La pandemia ci ha insegnato a far convergere gli interessi. Adesso, afferma Bernardo Quaranta, vicepresidente degli Industriali di Roma e Lazio, responsabile dei Corporate Affairs di Terna, dobbiamo puntare a un ruolo più attivo dello Stato nello stimolare lo sviluppo per valorizzare le energie imprenditoriali. Bernardo Quaranta, Ci servirà più protagonismo dello Stato

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POLITICA ECONOMICA

Bernardo Quaranta, Ci servirà più protagonismo dello Stato

Autore: Massimo Mascini

La pandemia ha abituato le parti sociali a un confronto sociale più forte di quanto fossimo abituati. Il sorgere di un nemico comune ha fatto convergere gli interessi e i risultati ottenuti sono stati all’altezza della situazione. Adesso è necessario continuare questa azione eliminando i problemi delle relazioni industriali, e, se possibile, aggredendo anche temi più generali del paese. E’ quanto crede Bernardo Quaranta, vicepresidente dell’Unione Industriali di Roma e Lazio, responsabile degli Corporate Affairs di Terna. A suo avviso è possibile avere in futuro un ruolo più attivo dello Stato, perché stimoli lo sviluppo valorizzando le energie imprenditoriali del paese.

Quaranta, che storia hanno avuto le relazioni industriali in queste difficili settimane di pandemia?

Credo che tutto sommato, per le aziende abituate a una modalità di confronto con il sindacato, questa sia stata un’esperienza importante per condividere decisioni una volta tanto incentrate sulla necessità di fronteggiare un nemico comune.

C’è stata intesa?

C’è stata convergenza oggettiva sull’interesse di tutelare allo stesso tempo le aziende e i lavoratori. Ed è stata l’occasione per sperimentare modalità nuove di lavorare, come lo smart working. Si è creata subito una grande convergenza di opinioni, molto costruttiva da ambo i lati. Si è creato un fronte nell’impegno di difendere per prima cosa la salute.

Si è manifestata subito questa disponibilità alla collaborazione?

All’inizio i segnali non erano univoci, c’è voluto un po' di tempo per definire le misure migliori per intervenire, ma nel complesso si è riusciti a farlo nel modo più razionale. Nel Lazio, la nostra regione, c’è stata da subito una grande consapevolezza delle difficoltà: è stato subito chiaro che le aziende potevano divenire un focolaio del virus e si è agito di conseguenza. Di qui la grande attenzione al mantenimento delle distanze, alla necessità di non trascurare le misure di igiene personale, molte aziende si sono dotate di termoscanner, è cresciuta l’attenzione nei confronti dei fornitori e in generale degli interlocutori abituali delle imprese.

Nessuna difficoltà?

Qualcuna per il reperimento delle dotazioni personali, le mascherine soprattutto, tema molto serio e complicato da affrontare. Ma nel complesso posso dire che tutti problemi sono stati affrontati e poi risolti.

Il sindacato ha avuto un atteggiamento di disponibilità?

Abbiamo trovato nei nostri interlocutori sindacali responsabilità e consapevolezza della necessità di fronteggiare il problema della salute dei lavoratori, ma anche quello delle esigenze della produttività. Una cosa molto positiva, anche perché altrimenti le difficoltà si sarebbero riverberate anche sui lavoratori. Il protocollo del 14 marzo e la successiva integrazione del 14 aprile, recepiti peraltro da successivi DPCM, sono stati e sono ancora fondamentali per guidare le aziende ad una corretta ripresa delle attività "in sicurezza".

Che relazioni industriali avremo nel prossimo futuro? Cosa ci hanno insegnato queste settimane?

La pandemia ci ha insegnato che quando siamo in una situazione di vera emergenza, e credo che questa sia tuttora la nostra situazione, occorra un atteggiamento di assoluta disponibilità all’ascolto dell’interlocutore. Possiamo dire che questo atteggiamento non ha sempre caratterizzato né la politica, ma nemmeno le relazioni industriali del nostro paese. E per questo penso che lo spirito costruito in questo periodo difficile dovrebbe essere mantenuto anche nel futuro prossimo. Io credo che questo sia possibile.

Un atteggiamento molto positivo.

Nel momento dell’emergenza è accaduto che le parti hanno affrontato il problema con la massima attenzione e pronte al massimo impegno. Bisogna fare in modo che ciò accada anche in futuro. E tutti dobbiamo renderci conto che le attuali tecnologie possono aiutarci a risolvere i problemi. Con le tecnologie di dieci anni fa non saremmo andati avanti così. La tecnologia quindi può aiutarci moltissimo, ma serve anche una mentalità aperta.

Considerando la capacità di dialogo espressa dalle parti sociali, lei crede possibile un negoziato generale, che affronti tutti i nodi del paese, economici e politici?

Il paese ha tanti problemi aperti, non mi riferisco solo alle relazioni industriali, ma ai temi politici generali. Per esempio, il nodo del Titolo V, i rapporti tra regioni e Stato centrale. Temi aperti, che nell’emergenza sono apparsi ancora più problematici. Ma se le relazioni industriali nell’emergenza hanno funzionato, grazie al buon senso e alla ragionevolezza di entrambe le parti, allora forse questo potrebbe essere di buon auspicio per affrontare anche i temi più generali.

L’organizzazione del lavoro cambierà anche grazie a un negoziato generale?

Credo che se le soluzioni tecnologiche individuate nella fase dell’emergenza si rivelassero idonee anche in una situazione normale, sarebbe necessario rivedere certe abitudini. Tenendo presente che è sempre delicato fare una scelta uguale per tutti. Penso che la contrattazione nazionale possa definire le linee generali, per esempio sul ricorso allo smart working, in merito al quale tante implicazioni cominciano ad affacciarsi. Ma gli aspetti tecnico-operativi dovrebbero essere lasciati alla contrattazione di secondo livello. Comunque, la cosa più importante è che non si scada in un eccesso di intervento legislativo, perché i problemi potrebbero complicarsi invece di risolversi. Credo che debbano essere sempre le parti sociali a occuparsi di questi aspetti. E dipende anche da noi riuscirvi.

In passato sono stati raggiunti accordi molto importanti nel campo delle relazioni industriali, ma non sempre questi poi sono stati applicati al meglio. Mi riferisco per esempio all’accordo per l’applicazione del Testo unico sulla rappresentanza del 2014, rimasto poi lettera morta. Lei pensa che questa potrebbe essere l’occasione per superare queste difficoltà di fondo del nostro sistema di relazioni industriali?

Se si riuscisse a risolvere il nodo dell’articolo 39 della Costituzione sarebbe veramente un passo molto importante, ma la strada mi sembra ancora lunga. Ci sono problemi anche interni alle organizzazioni sindacali che non è facile superare.

Nei grandi gruppi sono stati fatti moltissimi accordi, anche molto importanti, nel confronto nazionale forse sono sorte delle difficoltà. Come giudica il comportamento del sindacato in questa situazione di emergenza?

E’ bene distinguere le diverse realtà aziendali e soprattutto valutare le differenze tra le diverse esperienze territoriali. Nei nostri territori, mi riferisco alle imprese di Roma e del Lazio, abbiamo avuto situazioni di emergenza, ma certo non paragonabili a quelle che hanno vissuto regioni del Nord Italia, dove la situazione è stata a volte molto drammatica. Alcuni interventi, necessari in Lombardia, avevano meno senso in altre regioni. Sarebbe stata opportuna una maggiore distinzione tra le situazioni dei diversi territori, almeno nel primo mese, nei primi 45 giorni. Quando poi si è passati dalle dichiarazioni di principio alle discussioni, ai diversi tavoli di trattativa, tanti problemi si sono appianati, è subentrata una concretezza che ha aiutato il confronto.

Si parla anche di un possibile intervento sul modello economico del nostro paese. Lo crede possibile?

In questa emergenza e forse ancora di più nei prossimi giorni sono venuti fuori problemi di fondo di grande rilievo. Riguardo alla nostra economia certamente, ma anche al ruolo dell’Unione europea. Mi riferisco soprattutto al dibattito sorto attorno alla nozione di aiuto di Stato alle imprese. Tematiche che, credo, debbano essere viste con un occhio diverso dal passato. E più che di aiuto di Stato parlerei di aiuto di sistema. Quando si profilano interventi dello Stato in settori strategici, l’Unione europea spesso li vieta, bollandoli come aiuti di Stato; bisognerebbe invece fare qualche passo in avanti in questa materia perché tanti settori rischiano di andare in stallo. Dei cambiamenti dovranno esserci, è necessario un ruolo più attivo dello Stato, non certo per nuove statalizzazioni ma per aiutare lo sviluppo.

Tema difficile, sul quale esistono partiti molto decisi.

Io credo che questo discorso non vada banalizzato bollando il processo solo come un tentativo di tornare alle partecipazioni statali. Credo che debba esistere un più forte ruolo stimolatore dello sviluppo da parte dell’Unione europea come degli Stati nazionali e che, specificatamente nel nostro paese, si debba tentare di risolvere il tema al quale abbiamo fatto cenno, quello dei rapporti, sempre difficili, tra le regioni e lo Stato. Una soluzione dovrà essere trovata, perché questi dissidi pesano non poco sul funzionamento dell’economia.

Un dato di fatto è che nel nostro paese da troppi anni manca ogni tipo di politica industriale.

Sì, ed è per questo che penso che assisteremo a un nuovo protagonismo pubblico, che però deve puntare a valorizzare le energie imprenditoriali italiane, che sono eccezionali e uniche al mondo per creatività, capacità di inventare nuove soluzioni e di conquistare nuovi mercati. Guai se tutto si risolvesse in modalità che mortificassero questa imprenditorialità, se arrivasse una nuova ondata di regole e regolette in ogni argomento, che facessero passare la voglia di fare impresa. Lo Stato deve essere il primo alleato dell’imprenditore, deve vedere l’impresa non come qualcosa di socialmente pericolosa, ma al contrario qualcosa di essenziale.

Massimo Mascini


08 Maggio 2020
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