Per l’ex segretario generale della Cgil solo un grande accordo triangolare tra governo, imprese e sindacati può farci uscire con dignità dalla grave crisi che ci attanaglia. E in questo sforzo un ruolo di primo piano deve essere dello Stato. Cofferati, per uscire dalla crisi, un grande accordo triangolare e un nuovo ruolo dello Stato in economia

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ECONOMIA

Cofferati, per uscire dalla crisi, un grande accordo triangolare e un nuovo ruolo dello Stato in economia

Autore: Massimo Mascini

Sergio Cofferati, che ha guidato la Cgil negli anni novanta, è preoccupato. Al di là dell’emergenza, che si presenta con tante incognite, lui crede che al paese serva adesso un grande accordo triangolare, tra governo, imprese e sindacato, che indichi le vie da seguire per avere una vera ripresa evitando i conflitti inutili. In questo quadro a suo avviso un ruolo di primo piano spetta allo Stato, che deve produrre le risorse necessarie e indicare orientamenti precisi su cosa e come produrre, anche assumendo la proprietà temporanea di imprese da rimettere sul giusto binario. Ma è preoccupato perché a suo avviso il governo non ha nemmeno nell’emergenza coinvolto a sufficienza il sindacato, mentre le indicazioni che vengono al riguardo da Confindustria gli sembrano sbagliate e pericolose.

Cofferati, che relazioni industriali avremo nel prossimo futuro?

Il modello di relazioni industriali che si è consolidato negli ultimi 30 anni deve essere cambiato in molti punti. Cambieranno le materie del confronto e anche le dinamiche esterne. Ma il rapporto e il confronto tra chi rappresenta le imprese e chi rappresenta il lavoro sarà ancora fondamentale, più di quanto non lo sia stato negli ultimi anni.

Da cosa deriva questa certezza?

In una fase di cambiamento ci sono elementi di novità che vanno discussi e sperimentati assieme. Perché la cosa da evitare, che le relazioni industriali accantonavano o riducevano opportunamente alle sue dimensioni fisiologiche, è il conflitto.

Il conflitto tra interessi diversi c’è sempre.

Sì, ma è importante che non debordi, non diventi patologia, non si carichi di ragioni e significati diversi. Deve riguardare la materia del contendere, il lavoro, le condizioni del lavoro, tutte, dal salario alla sicurezza. In questi anni i cambiamenti che si sono succeduti sono stati prodotti essenzialmente dalle nuove tecnologie, che davano alle parti materie nuove, ma in un flusso continuo, in un’evoluzione prevedibile.

Adesso non è più così?

Adesso ci aspetta qualcosa di molto diverso, c’è bisogno di un cambiamento assai profondo, che va gestito al meglio. Ma prima di arrivare a questo cambiamento, nell’immediato c’è un passaggio che non sappiamo quanto profondo e quanto lungo sarà, ma che è difficilissimo, quello della gestione degli effetti della caduta.

Che saranno molto pesanti?

Sono a rischio tantissimi lavori, posti e intere filiere. Che possono ridimensionarsi o addirittura sparire. Questa emergenza va affrontata intanto con strumenti difensivi indispensabili, le forme di tutela come la cassa integrazione o i vecchi prepensionamenti, tutte forme di assistenza che abbiamo sperimentato nei decenni passati e che vanno messe in campo perché se non si proteggono le persone che o non trovano lavoro o lo perdono, il peggioramento delle loro condizioni di vita produce sofferenza e conflitto.

Quindi massima attenzione in questa fase di passaggio?

La situazione deve essere gestita con molta accortezza. Il governo deve mettere a disposizione gli strumenti da utilizzare, e ove possibile le parti sociali si devono mettere d’accordo tra loro. Anche usando strumenti di carattere più strettamente contrattuale, una riduzione temporanea dell’orario di lavoro, una rotazione dei posti che rimangono, una redistribuzione delle mansioni negli uffici e nei reparti produttivi. Gli strumenti che la contrattazione deve modulare perché non ci siano perdite vistose e soprattutto dolorose di lavoro e quindi di reddito. La protezione sociale è un tema delicatissimo, nei prossimi mesi sarà questo il tema più urgente da affrontare.

Ma poi si deve passare alla fase successiva.

Bisogna pensare al dopo, che deve presentare delle indubbie novità. La prima è il ruolo dello Stato. Dopo una crisi economica come quella che si annuncia, da una caduta così consistente, con conseguenze di tutti gli effetti, dai consumi al reddito, è impensabile che lo Stato svolga le funzioni che ha svolto fin qui. Deve esserci un cambiamento rilevante, lo Stato deve tornare a fare quello che ha fatto dopo l’ultima crisi assimilabile a questa che stiamo vivendo, quella successiva alla seconda guerra mondiale.

Cosa deve fare?

Serve un intervento pubblico, che vuol dire risorse e orientamenti precisi su cosa e come produrre da parte dello Stato. Altrimenti non se ne esce. Dobbiamo ripartire da un’idea di sviluppo e di ricrescita che introduca elementi di novità. Il cuore di un modello di competizione, tanto più in una condizione di ripresa, deve essere la conoscenza, scuola, innovazione, ricerca. Per dare forza al sistema produttivo e poi costringere anche i singoli territori a competere in alto, non a cercare di conquistare i mercati non pagando il lavoro o togliendo i diritti.

Diritti individuali o collettivi?

Devono andare di pari passo, devono essere ambedue componenti fondamentali di un modello futuro. E’ stato così per 70 anni, dal dopoguerra si sono difesi e sviluppati assieme, i diritti individuali e quelli collettivi. E vanno usati per affrontare l’emergenza in tempi brevissimi e costruendo un riferimento economico che risponda ai bisogni delle persone, che rispetti l’ambiente come un pilastro fondamentale del suo essere, cosa che potrebbe essere negata da chi vuole fare in fretta e con disinvoltura.

Come va costruito questo sistema di riferimenti?

Questa somma di grandi capitoli, che hanno al loro interno un certo numero di incognite, a mio avviso deve essere il prodotto di un confronto triangolare, tra il governo, il sistema delle imprese, tutte, le grandi e le piccole, e chi rappresenta le lavoratrici e i lavoratori.

La triangolazione è indispensabile?

Sì, perché così si mettono a confronto opinioni anche diverse, si cercano le mediazioni e si evita il conflitto che può nascere dal dolore prodotto dalla crisi, dalla scarsità di reddito, dal peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro, ma anche dall’emarginazione dalla costruzione del nuovo.

E’ possibile che ciò avvenga nel migliore dei modi?

Sono abbastanza preoccupato, non mi pare che in questa fase di pura difesa il governo abbia coinvolto a sufficienza il sindacato. Così come le cose dette dalle imprese, in particolare dalla nuova direzione di Confindustria, sono a mio avviso sbagliate e pericolose. Mettere in discussione il sistema del confronto negoziale, superare i contratti nazionali è assurdo, di più, è un danno per le imprese. I contratti nazionali sono storicamente un regolatore della concorrenza tra le imprese. Se li togli è conflitto, ci sarà uno che ci guadagna, può darsi, ma ci saranno dieci che ci perdono. Abbiamo un sistema che ha dato risultati egregi, perché all’inizio degli anni novanta questo paese era in condizioni peggiori di quelle che dieci anni dopo hanno prodotto il tracollo della Grecia, per reddito, inflazione e scarsità di risorse. Come ne siamo usciti? Esattamente così, Amato e Ciampi, egregi presidenti del Consiglio, hanno avuto il coraggio e la lungimiranza di affrontare l’insieme dei problemi dell’epoca con tutte le loro controparti.

Con gli accordi tripartiti del 1992 e del 1993.

Che hanno fatto solo bene al paese. E posso dire che il rispetto che Ciampi aveva in Europa è valso oro in quelle circostanze. La credibilità della sua politica nasceva anche dal fatto che lui era una persona rispettatissima, gli elementi di novità l’Europa li ha accolti senza resistenze perché li proponeva Ciampi. Eravamo sull’orlo del baratro, eppure ci siamo salvati, e tutti hanno partecipato, tutti hanno contribuito. Ci sono stati sacrifici, ma redistribuiti, e soprattutto finalizzati. E così siamo riusciti a venire fuori da una crisi devastante, e a entrare nel gruppo di testa in Europa nel sistema della moneta comune e a rimetterci in corsa. Come poi sia andata questa corsa è oggetto di discussione, di confronto di pareri, però non siamo caduti nel burrone.

Sembrano cose molto lontane.

Lo sono, ma non bisogna avere la memoria corta. Le condizioni economiche dell’Italia all’inizio degli anni novanta erano terribili e tutti se le sono dimenticate, ma sono storia. Io credo che da quello che è successo sarebbe bene trarre qualche stimolo, qualche insegnamento.

Cofferati lei è ottimista o pessimista? Crede che forze politiche e sociali ce la possano fare?

Tutto si può sempre fare se c’è volontà, ma vedo sul piano della rappresentanza politica e sociale alcune lacune che non lasciano tranquilli. Il pessimismo della ragione…

Il ruolo dello stato nell’economia fin dove può spingersi?

Fino a diventare proprietario di aziende importanti in settori strategici, senza la necessità di restarlo per sempre, ma assumendosi questo onere e questa responsabilità per rimettere quelle attività sul binario giusto.

Come tante volte è stato fatto negli anni.

Esatto. Tante esperienze sono andate a buon fine, non si capisce perché si tenda a dimenticare. E’ curioso, abbiamo una memoria incredibile per le cose che abbiamo fatto male, quelle che abbiamo fatto bene le accantoniamo con una rapidità impressionante. Ma sbagliamo.

Massimo Mascini


14 Maggio 2020
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