Il 60% dei lavoratori vuole proseguire l'esperienza di smart working anche dopo la fase di emergenza legata al Coronavirus. Il 22% preferisce, invece, interrompere questa modalità di lavoro. Il 18% è indeciso. E' la fotografia scattata dall'indagine della Cgil/Fondazione Di Vittorio sullo Smart working. Cgil, 6 lavoratori su 10 vogliono proseguire con smart working

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Cgil, 6 lavoratori su 10 vogliono proseguire con smart working


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Il 60% dei lavoratori vuole proseguire l'esperienza di smart working anche dopo la fase di emergenza legata al Coronavirus. Il 22% preferisce, invece, interrompere questa modalità di lavoro. Il 18% è indeciso. Le donne sono meno convinte, gli uomini più propensi. Per le donne, infatti, lo smart working è più pesante, alienante, stressante e porta ad un aumento dei carichi familiari. E' la fotografia scattata dall'indagine della Cgil/Fondazione Di Vittorio sullo Smart working.

Prima dell'emergenza Covid, in Italia, lavoravano da remoto circa 500mila persone. In queste settimane di lockdown si stimano siano state più di 8 milioni. Quello sperimentato durante l'emergenza - ha ricordato la Cgil - non è lo Smart working ex Legge n. 81/2017, una modalità di lavoro senza vincoli spazio temporali ma organizzata per fasi, cicli e obiettivi, né Telelavoro, più rigido soprattutto su luoghi della prestazione e orari, ma nella maggior parte dei casi il mero trasferimento a casa dell'attività svolta fino a qualche giorno prima in ufficio. Si tratta, in pratica, di un home working.

L'82% degli intervistati ha cominciato a lavorare da casa con l'emergenza, di questi il 31,5% avrebbe desiderato farlo anche prima. Il 18% ha cominciato prima, l'8% per scelta personale (soprattutto gli uomini +5% rispetto alle donne) e nel settore privato (+4% rispetto al pubblico); per scelta del datore 5%; per esigenze di conciliazione 5%. Una leggera prevalenza dell'inizio per scelta nei titoli di studio più alti (+3% rispetto a quelli più bassi). Nel 37% dei casi, lo smart working è stato attivato in modo concordato con il datore di lavoro; nel 36% dei casi in modo unilaterale dal datore di lavoro; nel 27% dei casi in modo negoziato attraverso intervento del sindacato.

La stragrande maggioranza di chi ha risposto al questionario predisposto dalla Cgil è "precipitato" nel lavoro Smart in corrispondenza dell'avvio delle misure di contenimento del virus. Non c'è stata, molto probabilmente per ragioni di gestione dei tempi, in emergenza, una riflessione sull'organizzazione del lavoro, sugli spazi, sul lavorare per obiettivi, in gruppo, né un'adeguata preparazione.

La quasi totalità degli intervistati ritiene che per lavorare da casa occorrano competenze specifiche. Nella maggior parte dei casi tali competenze erano già sviluppate, come ad esempio l'uso di strumenti e tecnologie informatiche: il 69% le aveva già ma il 31% non ne era in possesso. Nel lavorare da casa, poi, si presta poca o nessuna attenzione al diritto alla disconnessione (56%).

Il 94% delle lavoratrici e dei lavoratori che hanno risposto al questionario sono d'accordo sul fatto che lo Smart Working faccia risparmiare tempi di pendolarismo casa-lavoro, consenta flessibilità nel lavoro, renda efficace il lavoro per obiettivi, permetta il bilanciamento tempi di lavoro, cura e libero, consenta di stare al passo con i cambiamenti in atto 58% (+6% uomini), riduca lo stress lavoro-correlato 55%, consenta di organizzare al meglio i diversi aspetti della vita e di avere tempo per la cura della casa e dei cari e avere tempo per sé.
Infine, dello Smart working fa paura il fatto di avere meno occasioni di confronto e di scambio con i colleghi, l'aumento dei carichi familiari 71%.

E.G.


18 Maggio 2020
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