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La sostenibilità ambientale ed economica dopo la pandemia


1. Ieri (giovedì 22 maggio) si è tenuta un’importante iniziativa a più voci organizzata dell’Alleanza per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS). Se ne trova testimonianza nel sito ASviS e su futuranetwork.eu, la nuova piattaforma lanciata ieri. La sintesi della proposta ASviS sulla sostenibilità (sociale, economica e ambientale) sta nelle inequivocabili parole di apertura di Pierluigi Stefanini e Enrico Giovannini: "Quale futuro ci attende?" dopo la crisi sanitaria, economica, ambientale che stiamo attraversando? Il futuro sarà "quello che sceglieremo" (o non sceglieremo) di avviare da oggi. Ancora più duro è stato Frans Timmermans, commissario europeo, che ha sostenuto l’importanza dei finanziamenti europei per la gestione dell’emergenza ma ha avvertito che se queste risorse devono essere spese per creare l’economia del futuro e non per cercare di ricostruire l’economia del passato. Altrimenti saranno insufficienti e mal spese. Limitarsi a "salvare il lavoro che c’è" ha detto il commissario, "significa sprecare i soldi". Timmermans ha poi indicato i filoni della nuova economia: salute, lavoro, equilibrio sociale, circolarità, fisco, una nuova industria delle costruzioni e della mobilità, agricoltura sostenibile, natura resistente. E ha invitato a fare in fretta.

2. Condividendo questa visione strategica, come è possibile avviarla e realizzarla "in fretta" in Italia? A me pare ci sia una strada sola: quella dell’accordo tra Governo e parti sociali (a partire da sindacati e imprese) che condivida finalità e percorsi per realizzare il "nuovo modello di sviluppo e di lavoro sostenibile". Un tavolo triangolare e una procedura "concertativa" che riesca ad andare oltre la gestione della sola emergenza di chi ha perso il lavoro. È molto improbabile che la crisi economica si superi riproducendo l’economia e il lavoro del passato (quale?), non è mai accaduto. Tanto più quanto la crisi è stata moltiplicata dall’inefficienza di alcuni servizi fondamentali (il sistema sanitario concentrato sugli ospedali, ad es.) e ha acuito altre inefficienze e disuguaglianze che finiscono per ridurre la domanda interna. Lasciar fare alle imprese allentando i controlli sulla sicurezza e le condizioni di lavoro, o immaginare che l’economia possa essere trascinata dalle poche imprese che continuano (encomiabilmente) a esportare è segno di automatismi istintivi e una visione corta anche per il sistema della produzione e dei servizi. Cosa vuol dire, infatti, che "è l’impresa che crea lavoro"? E le condizioni perché l’impresa prosperi chi le determina, il libero mercato? E quale tipo di lavoro creerà la libera impresa dei prossimi tempi senza indirizzi comuni, investimenti pubblici e regole condivise? Un secolo dopo Keynes!… via, non scherziamo.

3. Sono sempre più numerosi, per fortuna, coloro che pensano sia giunto il momento di preparare la fase 3: quella in cui si definiscono e condividono gli indirizzi per un nuovo modello di sviluppo economico e sociale sostenibile (a partire dall’appello lanciato sul Diario del Lavoro il 24 aprile). Ma un tavolo "triangolare" su questi temi non è ancora stato nemmeno immaginato da chi lo dovrebbe fare, cioè il Governo. Forse perché ancora, comprensibilmente, preso dall’emergenza, dalla riapertura (e dalle perturbazioni politiche interne). Forse perché ancora non percepisce la necessità e l’urgenza di questa nuova sfida e preferisce la sequenza infinita dei tavoli bilaterali. Della miopia di Confindustria abbiamo detto. E i sindacati?

4. Qui non c’è (ancora) una voce sola. La Cisl (Furlan) ha detto esplicitamente che occorrerebbe un "Patto sociale" come ai tempi di Ciampi. Anche la Uil chiede un "Patto per il Paese". La Cgil è impegnata prioritariamente nella difesa quotidiana della sicurezza, dei diritti e dei posti di lavoro. Impegno condivisibile ma non sufficiente a gestire la crisi e il suo superamento.. Senza la Cgil non si può sperimentare la concertazione per aprire la fase 3: creare nuovo lavoro (specie per i giovani), con nuove modalità e nuovi diritti, all’interno di un nuovo modello di sviluppo sostenibile. È auspicabile che questo salto anche culturale venga fatto in fretta. Senza creare nuova occupazione e nuovo sviluppo non si riuscirà a difendere a lungo nemmeno il lavoro che c’è.

5. Alcuni paradossi. Tutte le organizzazioni sindacali, Confindustria e le altre associazioni di imprese sono aderenti ad ASviS, ma (per ora) non è emerso un comportamento convergente, malgrado le dichiarazioni di principio. Il Governo italiano (e quelli europei) hanno sottoscritto e quindi condividono l’Agenda Onu per lo Sviluppo Sostenibile, ma non ne sono ancora derivate politiche comuni. Gli enti di governo territoriale (Presidenti e Sindaci) richiedono l’intervento dello Stato quando c’è un’emergenza ma rivendicano la massima autonomia appena le responsabilità lo Stato le ha fatte proprie. I partiti nazionali (alcuni dei quali vorrebbero elezioni nazionali a breve) non hanno una visione nazionale di ciò che è necessario fare, preferendo corrispondere alle "sensibilità" dei propri affiliati e dei propri rappresentanti territoriali. Occorre superare in fretta questi comportamenti schizoidi altrimenti è difficile avere più credibilità in Europa, malgrado le telefonate e le lettere.

 

Gaetano Sateriale 


22 Maggio 2020
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