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PARTECIPAZIONE

Maurizio Castro, In Friuli tornano i consigli di gestione

Autore: Massimo Mascini

Carlo Bonomi rilancia agli Stati generali la concertazione, ma anche la partecipazione rischia di vivere una nuova primavera. Almeno è questa la suggestione che viene dal Veneto, dove è stato firmato all’inizio del mese un accordo per creare in un’impresa un consiglio di gestione, un organismo paritetico che supporti la proprietà nella conduzione della produzione. L’azienda è la ACC, una storica presenza nel bellunese. Maurizio Castro, che di questa azienda è il commissario straordinario, ed è stato l’anima di questo accordo, crede che possa essere questa la via per far rivivere la partecipazione, di cui lui è stato l’alfiere quando dirigeva le relazioni industriali in Electrolux. 

Castro, che sta accadendo alla ACC?

Stiamo cercando di dare a questa azienda un futuro, mettendola in grado di riprendere il ruolo che aveva anni fa.

Una fabbrica importante?

Era leader mondiale nella fabbricazione di compressori per frigoriferi, nell’ambito della Zanussi elettrodomestici.

E poi che è successo?

Nel 2003 fu ceduta a una serie di fondi speculativi che la hanno portata al disastro economico, con un buco di 450 milioni di euro. Io nel 2013 fui nominato commissario straordinario per cercare di rimettere la situazione in piedi e nel 2014 riuscii a venderla a un’azienda pubblica cinese, la Wando, che la ha gestita fino all’inizio del 2020, quando ha annunciato la decisione di vendere.

E lei è tornato in pista?

Ho riassunto il compito di commissario straordinario. Devo rimettere l’azienda sul mercato e trovare una nuova sistemazione con un nuovo investitore internazionale.

Che dimensioni l’azienda?

Occupa 300 dipendenti e fattura 45 milioni di euro l’anno.

E per raggiungere questo obiettivo ha realizzato questo accordo con la parte sindacale per creare un consiglio di gestione?

L’accordo non è solo di natura sindacale, ha una forte anima istituzionale, l’accordo porta la firma del ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico D’Incà, dell’assessore al lavoro della regione Veneto Elena Donazzan e di tutti i vertici degli enti locali interessati. L’accordo ha confermato l’esistenza del Consiglio di sorveglianza socioistituzionale, creato nel 2013, nel quale siedono appunto i rappresentanti delle istituzioni, e ha creato il Comitato industriale di consultazione permanente, quello che in fabbrica tutti chiamano già il Consiglio di gestione.

Che compiti ha questo comitato?

Il Comitato, che è paritetico, composto da sei persone, tre espressioni dell’azienda, tre dei rappresentanti dei lavoratori, si riunisce ogni quindici giorni per ricevere informazioni su tutti i problemi cruciali dell’impresa e dare pareri su tutto ciò che può interessare la gestione. Questioni tecniche, come prodotto o processo produttivo, commerciali per tutto quanto riguarda i clienti, gestionali amministrativi per i problemi più diversi.

Pareri solo consultivi?

Sì, sono pareri obbligatori ma non vincolanti. Ma hanno un forte peso, perché è vero che i vertici dell’impresa non devono necessariamente fare quello che dice il comitato, ma se chiedi questi pareri e poi non accetti l’indicazione che ti danno per tante volte di seguito, un problema si crea. Noi abbiamo scommesso che la partecipazione avrebbe portato effetti positivi. La capacità di influenzare le scelte di fondo è molto alta.

Un nuovo modo di gestire i rapporti in fabbrica.

A noi interessa riprendere la produzione, farla crescere, ma in generale dobbiamo e vogliamo affrontare tutti i problemi. Non è un caso se proprio in questi giorni abbiamo riassunto dei lavoratori che erano stati licenziati dalla proprietà cinese. Non avevamo alcun obbligo legale di farlo, ma abbiamo voluto dare un forte segnale etico.

Ma dietro non c’è solo una suggestione etica.

No, l’operazione ha una forte idea di business, vale soprattutto l’idea tecnica. In fabbrica ci sono saperi forti, operai e tecnici, che vanno valorizzati. Quella che si chiamava aristocrazia operaia e che può dare un supporto forte alla conduzione dell’azienda.

Per lei è un ritorno a vecchi amori.

Ho fatto queste cose in Zanussi negli anni 80, quando eravamo considerati degli eretici. Ma mi ricordo che Felice Mortillaro, grande direttore di Federmeccanica, aveva interesse a questi accordi e volle porre la loro gestione sotto l’osservazione di Federmeccanica, per controllarla forse, certamente per vedere come andava a finire, quali opportunità produceva. Ci considerava un laboratorio, era curioso di capire se si potevano fare relazioni industriali in un altro modo. Dietro la nostra azione c’era sempre il concetto dell’impresa comunità, un modo diverso di considerare il mondo della produzione.

Il sindacato come ha vissuto questa esperienza?

Con entusiasmo, si è impegnato fortemente in maniera diretta. La Fiom, che storicamente non è proprio vicina a questo modo di operare, si è impegnata a fondo. Non è un caso se Cisl e Uil hanno indicato come membri del Comitato loro delegati nell’impresa, la Fiom ha inserito il segretario generale, come dimostrazione del loro forte interesse.

Per la Cisl sarà stato più facile.

Questa iniziativa rientra appieno nella tradizione partecipativa della confederazione. Ma anche nella Uil non c’è stato alcun dubbio sul valore dell’iniziativa.

Castro, lei pensa che il varo di questa forma di partecipazione possa accordarsi con la strategia che sembra stia portando avanti il presidente di Confindustria Carlo Bonomi per un ripristino della concertazione?

Non vedo alcuna contraddizione, l’epoca della disintermediazione mi sembra davvero finita, anche Confindustria è molto interessata a un ritorno della concertazione, più declinata nella concretezza delle singole situazioni locali. Una contrattazione gestionale e non programmatoria. La specificità di questo nostro accordo, che non a caso porta la firma di un esponente del governo e delle istituzioni locali, è proprio di ritenere che un pezzo di politica industriale debba essere fatta sui territori con una forte anima triangolare. Quindi non vedo distanze rispetto alla politica di Bonomi che rivendica un ritorno del protagonismo delle parti sociali in una cornice appunto triangolare.

Massimo Mascini


19 Giugno 2020
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