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FASE 3

Mantovani, non vedo un ritorno alla concertazione anni 90, per uscire dalla crisi servono relazioni industriali 4.0


Una gestione della crisi che sia collegiale, dove il dialogo sia autentico e non si trasformi in vuota ritualità. Per Mario Mantovani, presidente della Cida, è questo lo spirito con il quale si deve affrontare il momento presente. Mantovani non pensa a un ritorno della concertazione in stile anni ’90, ma ritiene indispensabile una profonda revisione delle parti sociali e dei corpi intermedi, che cancelli quella delegittimazione nella quale sono caduti.

Mantovani, ieri avete partecipato agli stati generali. Come è stato il confronto?

Siamo andati agli Stati generali non con delle richieste ma presentando una visione del paese. Il presidente Conte ci ha accolto illustrandoci il piano di rilancio, che contiene anche degli input messi a punto dalla task force di Colao.

Di che visione c’è bisogno in questo momento?

Ci troviamo davanti a una situazione complessa, mai vista prima, che non può essere affrontata e risolta da soli. Serve dunque uno sforzo collegiale, di squadra, da parte del governo e di tutte le parti sociali. Per usare una terminologia da cineasta occorre una troupe e un regista di alta caratura. In questi anni sono stati approntati numerosi piani per affrontare le criticità del paese, da quello energetico a quello relativo alle infrastrutture, solo per citarne alcuni. Dobbiamo capire, semmai, perché questi piani non sono mai stati realizzati. Con questo non voglio dire che qualcun altro avrebbe potuto fare meglio del governo attuale.

Ma anche voi a breve presenterete un documento al governo.

Certamente, accanto alla visione servono anche delle proposte. Chiediamo che ci sia un alleggerimento e una semplificazione della normativa vigente. Anche durante il lockdown c’è stata un’ingente produzione legislativa, fatta, a volte, in modo caotico. Crediamo che sia opportuno sviluppare delle linee guida, che poi vengono calate e rimodulate secondo le specificità dei singoli settori. Altro punto per noi centrale riguarda la destinazione di considerevoli risorse alla sanità, al mondo della scuola e dell’università, e alla pubblica amministrazione. Si tratta di realtà che vanno aggiornate dal punto di vista organizzativo e di competenze digitali. E infine salvare il salvabile in comparti come il turismo e l’agricoltura, duramente colpiti dalla crisi.

Quale sarà il ruolo della formazione nel mondo del lavoro che ci attende?

Centrale, di primo piano. Per noi la formazione continua deve essere pensata come un percorso unico tra il mondo della formazione e quello del lavoro. Oggi, purtroppo, sono due realtà che difficilmente sono in comunicazione tra di loro, quando, invece, ci sarebbe bisogno di una commistione.

Secondo lei è imminente un ritorno alla concertazione, come negli anni ’90?

Credo che difficilmente torneremo a quel tipo di concertazione, che era nata per risolvere i problemi strutturali che l’Italia aveva in quel momento, e come supplenza a una politica in difficoltà. Quello che dobbiamo chiederci, semmai, è perché sia la politica sia le parti sociali e le rappresentanze siano così in affanno.

Qual è il motivo?

Perché per anni abbiamo portato avanti un gioco al massacro e alla delegittimazione reciproca, e ora se ne pagano le conseguenze. Sempre meno persone credono nella politica e nel ruolo dei corpi intermedi.

In che modo vanno ripensate le relazioni industriali?

Servono relazioni industriali e un modello di rappresentanza 4.0. Bisogna essere presenti nei territori e nei luoghi di lavoro, eliminando le distanze. Solo in questo modo possiamo veramente intercettare i bisogni e affrontare le sfide future.

Che tipo di contributo possono dare i manager per disegnare il nuovo volto del paese?

I manager possono dare un contributo mettendo in campo le proprie competenze. Lavoro di gruppo, consultazione, monitoraggio degli effetti ex ante. Nel momento in cui si scrive una norma bisognerebbe ascoltare chi opera direttamente sul campo, altrimenti il dialogo sociale perde di valore e significato, diviene pura formalità e non porta a nulla.

Quale eredità dobbiamo portarci dietro dalla pandemia?

Come paese siamo stati in grado di dare una risposta rapida alla crisi, sfruttando anche la tecnologia. Credo sia questa la principale eredità che dobbiamo portarci dietro. Naturalmente dobbiamo raffinare questa risposta. In concreto si tratta di rendere lo smart working realmente smart, migliorando le infrastrutture, digitali e non solo. Dobbiamo inoltre riscoprire e valorizzare alcuni luoghi che fino a questo momento sono stati periferici. Infine dobbiamo capire che eventi come una pandemia, visto lo scenario attuale, potranno ripetersi. Si tratta dunque di essere pronti e di saper gestire al meglio i rischi.

Quanto è alto il rischio per la tenuta sociale del paese?

Il messaggio “andrà tutto bene” va ripensato. Andrà tutto bene se si prenderà una certa strada. Il rischio che qualcuno cavalchi il malcontento è ancora molto forte e vivo. Si tratta, dunque, di intercettare e di dare risposte a questi segnali, pensando alle differenze come a un valore e non un ostacolo o una fonte di discriminazione. 

Tommaso Nutarelli


19 Giugno 2020
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