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Le statue di Erewhon


Erewhon. Anagramma di Nowhere. Nessun posto. Un mondo alla rovescia, un dove immaginario, nel quale i malati finiscono in prigione perché ritenuti criminali, i truffati vengono processati dal "tribunale della fiducia mal riposta", la tecnologia è proibita. E le statue costituiscono una sorta di ossessione. Ci sono le dieci a guardia del valico tra le impervie montagne. Antichissime, enormi, un’espressione di sovrumana malevolenza, ululanti quando il vento penetra nelle teste cave. E poi quelle che spuntano ovunque, nella strana contrada. Molte, per lo più obbrobri, fatte scolpire dai vivi per esaltare le proprie virtù. In un tale numero che ad un certo punto il popolo si ribellò e, invaso da cieca furia, le distrusse tutte. Ma nel giro di alcune generazioni il fenomeno riprese.

"Sarebbe certo scoppiata ben presto una seconda rivolta iconoclasta se uno statista previdente non fosse riuscito a far emanare una legge per cui nessuna statua pubblica, maschile o femminile, poteva restare intatta per più di cinquant'anni, a meno che, allo scadere del termine, una giuria di ventiquattro persone, scelte a caso per strada, non decidesse di lasciarla vivere per altri cinquanta anni. Ogni cinquanta anni le statue venivano sottoposte a questo giudizio e se non si avevano almeno diciotto voti in favore del loro mantenimento, venivano distrutte".

Samuel Butler, intellettuale inglese, traduttore dell’Iliade e dell’Odissea, scrisse questo bizzarro romanzo, Erewhon, nel 1872. Una divertente presa in giro dell’ottuso perbenismo e della morale ipocrita sulle quali si basava la società vittoriana. La sua ironia, e la soluzione adottata, torna alla mente ora che la guerra delle statue è scoppiata qui da noi.

Dopo l’uccisione di George Floyd, le sacrosante proteste contro la violenza della polizia americana hanno suscitato un moto antirazzista che ha ben presto preso di mira le effigi di personaggi identificati con lo schiavismo, il razzismo, il colonialismo. Il generale confederato Robert Lee, Edward Colston, Cecil Rhodes. Oltraggiato Winston Churchill e destinato alla rimozione Theodore Roosevelt perché raffigurato a cavallo con ai piedi un indiano e un nero. Vituperato Cristoforo Colombo, che con la scoperta dell’America ha, pur inconsapevole, dato il via al genocidio dei nativi. Imbrattato Indro Montanelli per i suoi rapporti con una bambina di dodici anni in Eritrea durante l’occupazione fascista. 

Pressoché unanime la condanna di tutti gli atti vandalici anche se non sono mancate alcune voci fuori dal coro come Alessandro Portelli che vorrebbe avere una gru per rimuovere l’obelisco di "Mussolini Dux" o Tommaso Montanari secondo il quale gli enfatici tributi a personaggi controversi andrebbero tolti dalle piazze celebrative ed esposte nei musei per spiegare e capire il passato. 

Se la pietra diventa propaganda, difficile arginare reazioni uguali e contrarie. E quando cade un regime, i suoi simboli finiscono in frantumi, come il Saddam Hussein abbattuto a Bagdad. Enzo Forcella ha raccontato, in una mirabile cronaca, l’inaugurazione, "la più impegnativa realizzazione dell’art officiel italiana nell’ultimo trentennio", dell’imponente monumento ad Alcide De Gasperi durante una cerimonia orchestrata nel 1956, in occasione di un congresso della Dc, da Amintore Fanfani che voleva così accreditarsi come l’erede dello statista trentino. Ma oggi quale politico potrebbe meritare un tale omaggio?

Butler sosteneva che bisognerebbe proibire di erigere una statua ad una persona celebre finché non siano trascorsi almeno 100 anni dalla sua morte; e anche in questo caso ogni 50 anni si dovrebbe fare una revisione dei meriti del defunto. Una proposta geniale.

Marco Cianca


23 Giugno 2020
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