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SMART WORKING

Cifa e Confasl, l’82% dei lavoratori è disponibile è essere valutato in base agli obiettivi


Cifa, Confsal e Fonarcom hanno presentato i risultati dell’Indagine nazionale sullo smart working 2020: capire il presente per progettare il futuro, realizzata attraverso il supporto del centro studi InContra.

L’indagine, condotta nell’arco di un mese, tra maggio e giugno, su un campione di 2mila lavoratori sia del settore privato e pubblico, presenta un quadro nel quale lo smart working sconta la scarsa progettazione organizzativa, contrattuale e legislativa, dovuta al ricorso massiccio imposto dal lockdown. Il lavoro agile è ancora una prerogativa delle aziende più grandi, con il 36% degli intervistati che opera in una realtà con oltre 250 addetti, con le imprese più piccole che hanno registrato un’impennata dello smart working in piena pandemia.

Il mancato ricorso allo smart working, prima dell’emergenza sanitaria è da imputare a due fattori: il 35% dei lavoratori ha risposto che si tratta di una scelta personale, e per un altro 30% perché l’azienda non ha fornito le adeguate strumentazione tecnologiche per portare avanti il lavoro da remoto. Rispetto ai vantaggi e agli svantaggi dello smart working, c’è un sostanziale accordo, nel campione intervistato, che una migliore conciliazione vita-lavoro, un incremento della produttività e un risparmio dei costi legati al trasporto e alla pausa pranzo siano i benefici principali. Di contro, il 70% delle persone ha dichiarato di aver percepito una certa difficoltà nel separare la vita lavorativa da quella privata, cosi come è diffusa la percezione, nel 60%, che all’aumento delle ore lavorate non corrisponda un commisurato riconoscimento di straordinari, insieme con un certo disagio nel sentirsi sempre connesso e reperibile.

Luci ed ombre che richiedono un cambio di paradigma completo e non, semplicemente, traslare un nuovo modo di lavorare su logiche vecchie. Infatti l’82% dei lavoratori si dichiara disponibile a essere valutato sulla capacità di raggiungere gli obiettivi lavorativi prefissati, percentuale che, tuttavia, scende al 60% se si chiede di immaginare la retribuzione legata a questo raggiungimento. Questo, perché, c’è poca fiducia in una valutazione oggettiva da parte dell’impresa e, inoltre, perché permane ancora l’idea della performance lavorative legata al tempo e alla presenza fisica.

La ricerca sottolinea, dunque, come la smart working, per poter veramente essere smart, imponga un salto significativo nella legislazione vigente e modo di pensare e di condurre le relazioni industriali. C’è la necessità di una profonda revisione dell’impianto dei contratti nazionali vigenti, soprattutto nell’istituto salaria, ancora prevalentemente ancorato a un preciso orario di lavoro da svolgersi fisicamente in ufficio. Allo stesso modo  

TN


24 Giugno 2020
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