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Il coronavirus e il mondo


La diffusione del COVID 19 non rallenta e i suoi epicentri sono ora i paesi poveri dell’Asia meridionale, dell’America Latina e di parte dell’Africa.

In questi stati, provvisti di sistemi sanitari estremamente fragili, si è ora alla disperata ricerca di ossigeno per dare assistenza ai pazienti con difficoltà respiratoria.

Come ci ricorda il New York Times di oggi, l’Organizzazione mondiale della sanità, la stessa Banca Mondiale e l’Unione africana stanno contribuendo allo sforzo e alcune associazioni benefiche di assistenza sanitaria stanno cercando donazioni per gli stessi obbiettivi.

Il COVID 19 tuttavia non colpisce soltanto i paesi poveri, anzi. Gli Usa si trovano ancora in una sorta di limbo. I casi di infezione aumentano in quasi tutto il paese con punte di 5000 nuovi casi nel Texas e incrementi altrettanto elevati in Oregon e Louisiana.

Con l’inevitabile conseguenza che, nonostante le irresponsabili dichiarazioni rassicuranti del presidente Trump sulla fine del pericolo, molte città e numerosi Stati stanno pensando di fermare i piani di riapertura e di ripristinare le precedenti limitazioni alla vita pubblica.

Nel cuore della vecchia Europa la situazione non è migliore. La drammatica diffusione del virus tra i lavoratori del mega mattatoio di Toennis con oltre 1550 contagiati su 7000 lavoratori ha costretto il Ministro presidente del Land Nord Reno Westphalia, Armin Laschet, a reintrodurre un rigido lockdown nel distretto di Guetersloh, chiudendo in casa i suoi 370.000 abitanti.

Un episodio che disonora la Germania considerato che questi lavoratori, provenienti in larga misura dai paesi dell’Est, sono sottopagati e vivono in condizioni drammaticamente precarie dal punto di vista sanitario, accalcati come sono in insalubri dormitori sovraffollati e sprovvisti delle più elementari norme di igiene.

Notizie non meno preoccupanti provengono da altri paesi europei come Belgio, Spagna e Portogallo. In tutti c’è la preoccupazione che la diffusione ormai planetaria del virus renda altamente improbabile la fine della pandemia in tempi brevi e in mancanza di una valida vaccinoterapia

Dal canto suo la Oms ha ribadito anche ieri che le oltre 49.000 sequenze genomiche del virus non hanno evidenziato mutazioni significative che siano indicative di una sua minore infettività. Questa del resto sarebbe un’aspettativa priva di senso, considerato che una variante del virus impiegherebbe un tempo lunghissimo, nell’ordine delle decine se non centinaia di anni, per diffondere e rimpiazzare le forme selvagge.

A fronte di tale situazione drammatica, il dibattito nel nostro paese è improntato al più sereno ottimismo. Oggi 10 esperti di chiara fama hanno firmato e diffuso un manifesto, ripreso dal quotidiano Il giornale, in cui si sostiene che l’emergenza è finita e che il virus oggi è meno aggressivo.

Le loro considerazioni nascono dalla constatazione della minore gravità clinica dei pazienti che si ammalano e dalla presenza di tamponi positivi al virus da cui si estrae una carica virale talmente bassa da renderne altamente improbabile la contagiosità.

Di parere contrario gli scienziati che fanno parte del Comitato tecnico scientifico di supporto al governo e l’epidemiologo-infettivologo di punta della regione Veneto Antonio Crisanti, per i quali il virus non è mutato e le modalità di presentazione clinica della malattia non dissimile da quelle osservata finora.

Paradossalmente anche la comunità scientifica è spaccata a metà; i pessimisti sono tutti quelli chiamati a consulenza dal governo; i negazionisti tutti quelli rimasti fuori o provenienti dalle regioni del Nord con la già citata eccezione del Prof Crisanti e del Prof. Massimo Galli, infettivologo dell’ospedale Sacco di Milano.

Per quanto riguarda la valutazione dello stato dell’epidemia si potrebbe dunque chiosare "quasi tutta l’Italia contro il resto del mondo". Eppure qualsiasi affermazione dovrebbe essere soppesata pensando alle conseguenze che da questa derivano.

Un atteggiamento troppo ottimista ha come immediate conseguenze un ulteriore indebolimento delle misure di distanziamento sociale che devono essere adottate nei luoghi pubblici. E di questo abbiamo già ampia documentazione osservando quanto accade nei luoghi di movida o sulle spiagge.

Un atteggiamento pessimista, dal canto suo, incide fortemente sui consumi, già drammaticamente crollati, e ha ripercussioni altrettanto forti sul turismo che per l’Italia è fonte importante di reddito.

La verità è che qualsiasi posizione assunta in modo perentorio risulta priva di reali fondamenti tecnico-scientifici e che pertanto, in osservanza del principio di precauzione da adottarsi sempre in condizioni di incertezza, sarebbe più opportuno mantenere un atteggiamento prudenziale.

Serve tempo per potere sciogliere i diversi nodi che caratterizzano l’emersione della pandemia. Serva inoltre approfondire gli studi di correlazione tra clima e inquinamento che si stanno facendo faticosamente avanti e che potrebbero dare indicazioni sulle ragioni che vedono la Lombardia come epicentro della pandemia.

Non solo fatti biologici, il virus saltato di specie dal pipistrello al pangolino e poi approdato all’uomo, ma anche le correlazioni tra individuo e società, tra predisposizione genetica ad ammalarsi e fattori di nocività presenti e più concentrati in determinati ambienti di vita e di lavoro.

Servirebbe dunque uno sforzo maggiore da parte della comunità scientifica e l’abbandono di quegli atteggiamenti da prime donne di cui molti scienziati si sono finora resi responsabili.

E’ triste osservare che la faziosità della politica ha ormai invaso altri campi da cui dovrebbe essere tenuta fuori e che il governo non è riuscito ad imporre sull’opinione pubblica un sentiment univocamente condiviso.

Roberto Polillo


24 Giugno 2020
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