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Redattore de Il diario del lavoro

Quis custodiet ipsos custodes?


Quis custodiet ipsos custodes? Chi custodirà i custodi stessi? È questa la domanda che il poeta latino Giovenale si pone nella VI delle sue sedici Satire. Ancora prima Platone, nel III libro della sua Πολιτεία, La Repubblica, asserisce “Γελοῖον γάϱ τόν γε φύλαϰα φύλαϰος δεῖσϑαι”, ossia che sarebbe ridicolo che un custode avesse bisogno, a sua volta, di un custode. Per il filosofo greco, chi è chiamato a guidare la polis, in quanto egli stesso filosofo, sarà educato all’idea di giustizia e del bene, e non avrà bisogno di un guardiano che ne sorvegli le azioni.

Con il mondo ancora nella morsa del coronavirus, dovremmo chiederci se il comportamento dei politici, nostrani e internazionali, abbia manifestato qualche elemento di virtù nei confronti del pericolo pandemico. E non tanto per auspicare un'inverosimile e velleitaria ascesa dei filosofi al potere ma, semmai, per capire quanto una politicizzazione del virus e atteggiamenti superficiali di alcuni politici possano avere effetti nefasti sulla popolazione.

Ancora non c’è chiarezza se e in che misura la Cina abbia nascosto o manipolato i dati del contagio agli albori dell’epidemia. In questi giorni una missione dell’Organizzazione mondiale della sanità è arrivata nel Regno di Mezzo per capire le origini del Covid. La diffusione del virus ha riacceso un duro scontro politico tra Cina e Stati Uniti, con accuse reciproche circa la propagazione del rischio pandemico.

Proprio gli Usa, in questo momento, sono uno dei paesi più sferzati dal coronavirus. Dire che la gestione della crisi da parte del presidente Donald Trump è quanto meno imbarazzante è usare un eufemismo. The Donald aveva suggerito, lo scorso aprile, un’iniezione di disinfettante e la luce solare per combattere l’infezione da coronavirus. Risultato? Numerosi casi di avvelenamento e decessi, con le raccomandazioni delle autorità sanitarie alla popolazione a non ingerire disinfettate per le mani. Sempre l’inquilino della Casa Bianca, nel suo comizio a Tulsa, in Oklahoma, oltre a non rispettare nessuna forma di distanziamento sociale, candidamente aveva affermato che si trovavano molti casi di positivi perché si facevano molti tamponi. Dunque bastava ridurre il numero dei tamponi per non avere nessuna notizia del virus. Risultato? Il virologo Anthony Fauci ha dovuto ribadire la necessità di aumentare i tamponi, e il rischio di raggiungere i 100mila casi al giorno. Una diffusione dunque che non può essere imputata unicamente alle manifestazioni del movimento Black Lives Matter, ma che sconta un lockdown a macchia di leopardo, con riaperture precoci.

La situazione non è migliore in Brasile, con il presidente Bolsonaro che nei giorni scorsi ha deciso di non diffondere più i dati del contagio, che continua a mostrarsi in pubblico, senza mascherina né distanziamento, avendo dichiarato che forse avrebbe avuto il virus. La follia di Bolsonaro si abbatte sugli ultimi delle favelas, dove un malato su tre muore, e dove è la criminalità a imporre il lockdown.

In casa nostra, fortunatamente, la situazione è molto meno grave di qualche mese fa, ma c’è chi ancora confonde, come la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, la mascherina con il bavaglio. Un atteggiamento votato alla prudenza non vuol dire un impedimento al sacrosanto diritto di manifestare, ma, casomai, evitare nuovamente quel bordello umano, ammassato e schiacciato, che si è visto per le strade di Roma il 2 giugno. Anche Matteo Salvini non ha ancora introiettato appieno i nuovi stili di vita che il virus ci ha imposto. Per fare un selfie e parlare con i propri sostenitori, in assenza della giusta distanza di sicurezza, serve ancora la mascherina.

Comportamenti poco consoni da parte di chi ha l’ambizione di governarci, e non tanto perché difformi rispetto un moralismo patinato e vuoto, o perché privi di quella virtù che il filosofo-re platonico dovrebbe avere. Non abbiamo di certo queste pretese. Il problema non è neanche quello di trovare dei guardiani per i nostri politici. Questo ruolo dovremmo ricoprirlo noi. Ma il comportamento sprezzante di una parte della classe politica verso il virus e le misure di contenimento rischia di creare solo più confusione nelle persone, già fortemente disorientate. Dire no alle mascherine o al distanziamento sociale soddisfa solo quel bisogno immediato e frenetico di libertà, che sembra farci dimenticare tutto quello che è successo nelle scorse settimane. Certo ognuno dovrebbe essere il miglior giudice e custode di sé stesso, adottando così quella condotta che ritiene più virtuosa, nel rispetto degli altri, prescindendo da qualsiasi autorità esterna.

Infatti il rischio che stiamo correndo è molto più concreto di quanto non si voglia vedere. Cavalcare l’insofferenza della gente, alimentarne il sospetto verso la scienza, la politica e gli altri, mina quel bisogno di concordia al quale tutti dovremmo tendere. Non si tratta di annullare e soffocare il confronto. Si tratta, invece, di riportarlo verso la realizzazione di quella coesione sociale alla quale tutti anelano ma che, per il momento, è ancora rimasta lettera morta.

Tommaso Nutarelli


02 Luglio 2020
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