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SOCIETA’

Istat, la pandemia aumenterà le diseguaglianze presenti


La crisi provocata dalla pandemia "produrrà i suoi effetti anche nelle dinamiche di riproduzione sociale delle diseguaglianze collegate alle classi sia perché c`è una diversa esposizione ai rischi, legata ad esempio al tipo di lavoro, sia per una differente vulnerabilità in termini di malattie croniche e di capacità di avvantaggiarsi delle cure disponibili". Lo ha messo in evidenza il Rapporto annuale dell'Istat presentato oggi alla Camera.

"Pertanto sarà più probabile che gli effetti negativi si distribuiscano in modo diseguale e si osservino di più nelle classi basse che in quelle alte", aggiunge l'Istat evidenziando come "nonostante la diminuzione tra le generazioni del livello complessivo di ereditarietà sociale, la classe di origine continua a condizionare i destini occupazionali degli individui, creando disuguaglianze nelle opportunità degli individui".

In sintesi, scrive l'Istat "i nati nell`ultima generazione (1972-1986) hanno visto aumentare il grado di meritocrazia presente nel Paese, ma anche conosciuto una contrazione delle probabilità di accedere alle posizioni più vantaggiose della scala sociale. Nel loro caso, dunque, le disparità collegate alle classi sociali si accompagnano a un aumento delle disparità tra le generazioni".

Le possibilità di miglioramento delle posizioni sociali diminuiscono "perché la stagnazione del sistema economico e i modelli organizzativi della Pubblica amministrazione impediscono una sufficiente espansione delle posizioni più qualificate, determinando di fatto un downgrading delle collocazioni per le giovani generazioni", aggiunge l'Istituto di Statistica.

La pandemia da Covid-19 si è innestata su una situazione sociale caratterizzata da forti e crescenti disuguaglianze. La classe sociale di origine influisce ancora "in misura rilevante sulle opportunità degli individui nonostante il livello di ereditarietà si sia progressivamente ridotto". Per la generazione più giovane però è "anche diminuita la probabilità di ascesa sociale".

Per tutte le generazioni nate fino alla fine degli anni '60 la mobilità sociale è cresciuta in senso ascendente, ossia verso classi di livello superiore rispetto a quella di origine, ed è diminuita in senso discendente.

La probabilità di accedere a posizioni più vantaggiose della scala sociale è invece diminuita per i nati nell'ultima generazione (1972-1986): più di un quarto (26,6%) è infatti mobile verso il basso, un valore che, oltre a essere più alto rispetto a tutte le generazioni precedenti (era 21,8% tra i nati prima del 1941) supera per la prima volta quello di chi è mobile in senso ascendente (24,9%).

La probabilità di rimanere nella classe superiore è più alta per gli uomini e tra i lavoratori autonomi. Per le donne invece è più alta la probabilità di permanere tra gli impiegati direttivi e di concetto, anche se questo fenomeno è meno evidente nell'ultima generazione.

Sempre tra le donne è alta, anche se non maggioritaria, la diffusione dei cosiddetti orari antisociali - serali, notturni, nel fine settimana, turni - che assumono grande rilevanza per la qualità del lavoro e la conciliazione con la vita privata.

Più di due milioni e mezzo di occupati - di cui 767mila donne - dichiarano infatti di lavorare di notte; quasi cinque milioni - di cui 2 milioni donne - prestano servizio la domenica e oltre 3,8 milioni - 1 milione e 600mila donne - sono soggetti a turni.

L'Italia, inoltre, presenta i livelli di scolarizzazione tra i più bassi dell'Unione europea, anche con riferimento alle classi di età più giovani. Nell'Ue27 (senza il Regno Unito), il 78,4% degli adulti tra i 25 e i 64 anni ha conseguito almeno un diploma secondario superiore. In Italia l'incidenza è del 62,1% (dati 2019).

I tassi d'occupazione degli adulti di 25-64 anni con titolo universitario sono, in Italia e nell'Ue27, più elevati di quasi 30 punti rispetto a quelli di chi ha al più la licenza media. I possessori di diploma secondario superiore hanno, a loro volta, tassi d'occupazione più elevati di quasi 20 punti percentuali rispetto a chi è meno istruito. Nel caso delle donne, nel nostro Paese il differenziale complessivo è di quasi 42 punti.

In Italia, prosegue il rapporto, i diplomati hanno un reddito superiore del 34% rispetto a chi ha al più la licenza media, e la laurea conferisce un premio aggiuntivo di un ulteriore 37%.

TN


03 Luglio 2020
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