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Morire in Arizona


Vivere, in un modo o nell’altro, si vuole. Morire, prima o poi, si deve. È la condizione umana. Ma se tra il possibile e l’ineluttabile, tra il diritto all’esistenza e la sua negazione, tra l’istinto e il destino, tra la ragione e l’oblio, tra il desiderio e il nulla, a decidere è una classifica, beh, siamo nell’orrore. Eppure, è proprio quello che accade in Arizona. Il governatore Doug Ducey, repubblicano, gran supporter di Donald Trump, ha annunciato un piano che consente ai medici, mettendoli al riparo da qualsiasi responsabilità legale, di negare le cure a chi è colpito dal coronavirus qualora non ci siano buone possibilità di restare in vita per almeno cinque anni.

Parametri diagnostici sono in realtà riconosciuti e utilizzati di norma per predisporre adeguati piani terapeutici. Ma in questo caso siamo di fronte ad una totale distorsione della loro finalità. I criteri si basano su un metodo apparentemente oggettivo, che misura lo stato di salute del paziente valutando le sue condizioni complessive e dando un punteggio ad ogni criticità. Meno punti si hanno, maggiori sono le possibilità di essere curati. Qualcosa del genere accade quando si stipula un’assicurazione: chi soffre di particolari patologie ed è più avanti negli anni deve pagare un premio maggiore o può vedersi rifiutare la polizza. Tutto ha un prezzo, anche la salute. Ed essere poveri, viene considerata una colpa. Incurabili in base al censo. Ma nel caso dell’Arizona andiamo oltre ogni aberrazione capitalista fin qui conosciuta: una sorta di selezione della razza, o quantomeno una pulizia sociale, in nome della lotta alla pandemia.

Tu sì, tu no. E come ben rileva il Los Angeles Times, che al terrificante argomento ha dedicato un lungo articolo scritto dal premio Pulitzer Michael Hiltzik, la presunta, e tutta da dimostrare scientificità dei punteggi, viene completata con una valutazione della “qualità di vita” del paziente, che è quanto di più discrezionale possa esserci. E il giornale ha gioco facile nel prevedere che in testa alla classifica degli esclusi dalla ventilazione polmonare ci saranno gli anziani e i neri.

Siamo all’eugenetica. Una via di mezzo tra i vecchi buttati giù dalla rupe a Sparta e i deboli, i malati, i diversi messi nelle camere a gas. Nei giorni tragici del morbo, quando i bollettini della Protezione civile costituivano un macabro appuntamento pomeridiano, anche in Italia, nelle regioni dove le terapie intensive non reggevano l’urto dei contagiati, sono state compiute scelte sconvolgenti. Non potendo salvare tutti, si dava la precedenza ai più giovani. E tante teste canute sono finite in anonime bare.

Una logica di guerra, spietata. Ma si era agli inizi, impreparati e atterriti. Al contrario, pur sapendo, personaggi come Trump e il governatore Ducey hanno cercato di minimizzare l’impatto del coronavirus, arrivando persino a negarne l’esistenza. E tutte le misure di contenimento sono state adottate tardi e di malavoglia, facendo l’occhiolino all’opinione pubblica, come a dire “sono tutte esagerazioni”, ridicolizzando l’uso della mascherina e il rispetto della distanza. E così gli Stati Uniti sono diventati un enorme lazzaretto.

Ora, proprio chi non ha voluto o saputo frenare il Covid 19, di fronte alle legioni di ammalati, cerca di correre ai ripari adottando per i soccorsi le classifiche a punti. Conclude Hiltzik: “Non si può incolpare l’Arizona per il piano di razionamento volto a fornire assistenza solo a coloro che si ritiene possano trarne beneficio. Ma i suoi leader possono essere incolpati per aver permesso che si giungesse a questo punto. I semi del disastro sono stati piantati molto tempo fa”.

Dove sono finiti, qui da noi, gli aedi della sanità privata?

Marco Cianca


07 Luglio 2020
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