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Fumagalli, il mondo artigiano sarà ancora il motore del Paese

Autore: Emanuele Ghiani



Il diario del lavoro ha intervistato il segretario generale di Confartigianato, Cesare Fumagalli, in merito ai cambiamenti che la pandemia ha portato nel mondo artigiano. Per Fumagalli, il settore ha risentito molto della crisi e i continui ritardi della pubblica amministrazione nell’erogare le risorse agli artigiani aggravano una situazione non facile da gestire. Il fondo artigiani, spiega il segretario, è stato tra i primi a erogare risorse alla categoria in tempi di lockdown, quindi servono rapidamente le risorse già stanziate dallo Stato. Con il recente Dl Rilancio, spiega Fumagalli, sono stati fatti alcuni passi avanti per la ripresa del settore, ma serve mettere in pratica molte delle promesse fatte dalla politica, e gli spazi di intervento per rilanciare tutto il settore sono molti e tutti realizzabili.

 

Fumagalli, in passato aveva denunciato i ritardi nel trasferimento delle risorse stanziate dal dl Rilancio per le prestazioni di sostegno al reddito per i dipendenti delle imprese artigiane. Ad oggi la situazione è cambiata?

Per niente, stiamo ancora aspettando le risorse per il Fondo di Solidarietà Bilaterale dell'Artigianato da oltre un mese e mezzo. Vorrei precisare che questo trasferimento di risorse prevede somme già stanziate e ricordo che il nostro Fondo artigiani è stato tra i primi a intervenire, erogando le risorse disponibili ai lavoratori in difficolta. Serve intervenire immediatamente.

Quale giustificazione vi hanno dato per questi ritardi?

Nessuna. Penso sia un problema di cattiva gestione, una lenta burocrazia, ma onestamente non sappiamo come sia possibile un tale ritardo.

Il recente Dl Semplificazione invece risponde alle vostre esigenze?

Ci sono punti all’interno del Dl Semplificazione che facevano parte del nostro documento di proposte, consegnato al Governo durante gli Stati Generali a Villa Pamphili.

Per esempio?

Sul mondo degli appalti, ci sono state a nostro avviso modifiche positive, per esempio sulle modalità di semplificazione delle procedure, oppure sulla modifica della soglia, fissata adesso a 150.000 euro, al sotto della quale è possibile fare delle assegnazioni dirette, osservando alcune regole di invito. Inoltre, riteniamo che le grandi opere, le 130 indicate dal governo, vadano bene, anche se si può essere d’accordo o meno sulla costruzione del ponte sullo stretto. Sono importanti però anche le piccole opere, come quelle manutentive sulle scuole, sul dissesto idrogeologico, oppure le piccole opere fatte dai comuni, perché riescono a fare girare l’economia molto rapidamente. 

Quindi suggerisce di puntare soprattutto sulle piccole opere?

No, alcune grandi opere sono sacrosante, come i collegamenti con l’alta velocità, la posa delle infrastrutture per i collegamenti stradali e ferroviari, la fibra ottica, sono tutte indispensabili, però non bisogna assolutamente dimenticare le piccole opere manutentive, che si attivano nei piccoli comuni, nei borghi, perché sono medicina rapida per il lavoro e l’economia. O ci ubriachiamo di affermazioni di principio, quando si sente dire che usciremo dalla pandemia trasformati, con la riscoperta dei borghi, la decongestione urbana delle grandi città, la distribuzione e valorizzazione del territorio dei suoi prodotti e filiere, oppure si sceglie di essere coerenti con queste idee e si mettono in pratica per renderle concrete.  Per esempio, una nostra proposta che aiuterebbe in questo senso è l’appalto a Kilometro zero, ma non è ancora stata accolta dal governo.

In cosa consiste?

Nelle assegnazioni degli appalti proponiamo di dare la priorità alle aziende locali, cioè quelle più vicine a dove si intende costruire l’opera. Impiegare le aziende del territorio significa che è poco probabile che queste piccole imprese lascino l’opera a metà, oppure generino ritardi artificiosi, perché prima di tutto mettono in gioco la loro reputazione agli occhi della popolazione locale, in secondo luogo esiste da parte delle autorità competenti una maggiore possibilità di vigilanza e controllo di questi lavori, data la dimensione e la collocazione territoriale di queste imprese. In questo senso abbiamo fatto una sperimentazione importante con la legge di bilancio dell’anno scorso.

In che senso?

Con il governo Conte I, ai piccoli comuni furono messi a disposizione 400 milioni di euro per avviare opere fino a 40.000 euro. In soli tre mesi furono assegnate tutte le opere possibili, conclusi tutti i lavori, e andarono subito in circolo le risorse, oltre ad avere tanti piccoli interventi migliorativi. Quindi si può fare.

Su questa proposta non avete ancora ricevuto risposta dal governo?

No, spesso hanno usato il ritornello “l’Europa non lo consente”. Per fortuna quest’anno stiamo assistendo alla caduta di tanti tabù europei, come la modifica del Temporary Framework oppure l’innalzamento dei limiti per gli aiuti di Stato. L’Europa insomma non sta rimanendo ferma. Quindi se l’Italia proponesse una modifica di questo tipo, probabilmente verrebbe concessa dall’UE.

Perché l’Europa dovrebbe ostacolare l’appalto a Kilometro zero che suona solo di buon senso?

Non riprendo la sua domanda e la faccio mia. Il buon senso purtroppo spesso manca, anche se ammetto si è utilizzato per quanto riguarda lo Spid, il sistema pubblico di identità digitale; usarlo è sempre stato di una complicazione incredibile. Per fortuna nel Dl semplificazioni è stata prevista la possibilità di utilizzare sia lo Spid che la carta d’identità elettronica, che è molto più semplice. Inoltre, hanno previsto che si può chiedere la carta elettronica anche se si è in possesso di quella cartacea in corso di validità, senza essere costretti a fare finta di averla usurata o persa. Insomma, si chiede al comune, non si aspetta molto, i dati sono univoci ed è più affidabile perché incorpora anche le impronte.

Servono anche infrastrutture tecnologiche che elaborino questi dati, secondo lei in che situazione siamo?

In Italia in parte queste infrastrutture sono già sono presenti, ma sono male gestite. Per esempio, riflettiamo sul fatto che siamo tra i pochi Paesi al mondo ad avere adottato la fatturazione elettronica obbligatoria, dal 1° gennaio 2019. In questo periodo quindi la pubblica amministrazione ha raccolto una enorme quantità di dati, che sono in pratica tutte le fatture di tutti i soggetti che fatturano il Italia. Un vantaggio conoscitivo che è stato buttato alle ortiche.

In che senso?

In questo periodo di Covid-19, l’erogazione dei vari contributi a fondo perduto era ordinata da una regola generale, cioè verificare se i vari soggetti economici avessero o meno subito una caduta di ricavi, di fatturato, tra aprile 2019 e aprile 2020. Bene, la pubblica amministrazione possedeva già questi dati. Invece di utilizzarli, incrociarli, ed erogare subito le risorse, ha obbligato tutti a compilare una domanda, presentarla, in molti chiedevano aiuto al proprio commercialista per capire se rientravano o meno nei requisiti, e varie altre lungaggini burocratiche. Insomma, si parla spesso di banche dati, di interoperabilità, ma si dovrebbe cominciare a mettere in pratica tutto questo; se si assumessero circa mille soggetti in grado di analizzare i dati sarebbe una bella svolta. È frustrante possedere questi dati, soprattutto dopo tutta la fatica di tutti i soggetti coinvolti per implementare nella propria azienda la fatturazione elettronica, e poi non saperli minimamente utilizzare, soprattutto in un momento di bisogno come quello che stiamo vivendo.

Quali altri proposte avete per la ripresa del Paese?

Per noi è fondamentale cambiare le regole della dimensione delle imprese e la loro capitalizzazione. Spesso si sente la tesi che l’Italia sia più fragile rispetto le altre economie occidentali e mondiali perché il suo tessuto produttivo è caratterizzato da una forte presenza di micro e piccole imprese. Noi invece siamo convinti, e non perché siamo l’oste di quel vino, che il modello produttivo della piccola impresa abbia avuto un ruolo importante nel fare rimanere l’Italia la seconda manifattura d’Europa, solo dietro la Germania.
Abbiamo proposto una modifica della legge quadro dell’artigianato, che risale al 1985, che alzi la soglia fino a quella indicata dalla definizione europea della piccola impresa, cioè fino a 49 dipendenti.

Sul fronte del credito bancario, qual è la situazione del mondo artigiano in questo periodo?

Esiste una forte dipendenza dal credito bancario. Le banche si sono strutturate, dopo la crisi di Lehman Brothers, con un iper-regolazione, i vari Basilea e ulteriori regole dell’Unione Europea tali per cui oggi l’aera dei prestiti è sostanzialmente a fallimento di mercato. Inoltre, i trattamenti fiscali sono troppo differenziati tra le imprese.

In che senso?

Se una impresa è una società di capitali soggetta a Ires, ha una aliquota bassa, che è scesa negli ultimi 10 anni dal 37% al 24%; se invece la società non è di capitali, segue l’irpef con i classici scaglioni e quindi è soggetta ad una aliquota molto più alta. Bisognerebbe fare una seria riforma fiscale, rendendo indifferente la forma giuridica.

Anche le società offshore non aiutano il fisco

Esatto, bisogna stare attenti a non creare false concorrenze. La creazione di società offshore, cioè quando sia apre la sede legale a Londra, quella fiscale in Olanda, sono operazioni per ottenere una imposizione fiscale di molto inferiore rispetto l’Italia. I più bravi con questi sistemi sono i colossi del Big Tech come Google, Amazon, Microsoft, Apple, che riescono ad avere le migliori tassazioni del mondo. Il paradosso è che i mercati sono aperti mentre le regole fiscali sono ancorate ai confini dei singoli Stati. Quindi almeno a livello europeo si dovrebbe ridurre il range di oscillazione possibile delle politiche fiscali dei vari Paesi membri.

L’artigianato è sempre stato una parte trainante nel panorama produttivo italiano, ma dopo questo periodo di crisi il settore è quasi in ginocchio, si rischia di arrivare a un punto di non ritorno?

Siamo andati oltre, in realtà ci siamo interrogati se nel 2030 ci sarà ancora mercato per le imprese artigiane in Italia.  Dalle nostre osservazioni, senza fare la parte del medico pietoso che non aiuta il paziente, la risposta è stata per fortuna positiva. Il consumatore è sempre di più alla ricerca di prodotti personalizzati, ben fatti, di gusto, e dall’altra parte sta tramontando l’idea dell’uso e getta. Oggi si pensa al recupero, all’economia circolare, del prodotto di valore che poi si ripara. Per fare un esempio, meglio un maglione di cashmere che ci si tiene una vita che 10 maglioni che si andranno a buttare in poco tempo. Oppure, pensiamo alla micromobilità, e quindi tutto il mondo della bicicletta, monopattini, anche loro bisognose di riparazioni e aggiustamenti. Ancora, il recupero edilizio, dove spesso in passato il consumo di suolo non era considerato, adesso invece alle persone piace il valore storico dell’immobile, ben recuperato, dove si innestano i migliori impianti, insomma questo è il mondo di domani delle imprese artigiane.

Lo smart working come cambierà il mondo artigiano?

Ha un impatto non solo di sostenibilità economica, ma anche sociale, perché consentire di lavorare da casa significa permettere alle persone di vivere anche lontano dai centri urbani e di riflesso rivitalizza le attività artigiane presenti nelle piccole realtà come i paesi, i borghi, innestando un circolo virtuoso di ripopolazione dei piccoli centri, decongestionamento delle grandi città, creazione di lavoro sul territorio, riqualificazione urbana e un accrescimento della qualità della vita di tutti, che attira a sua volta nuove persone a vivere nei borghi, con un rifiorire di queste belle e spesso abbandonate realtà. Se ci pensiamo ci muoveremo verso un meccanismo ben conosciuto, in fondo il casa-bottega è un modello urbanistico-edilizio dell’artigianato rinascimentale italiano; sappiamo quindi il fatto nostro.

Emanuele Ghiani


10 Luglio 2020
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