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La regola della "via d’uscita"


Durante la crisi di Cuba John F. Kennedy si attenne rigorosamente ad una precisa linea di condotta: "in politica è indispensabile lasciare all’avversario una via d’uscita". Le regola non vale solo quando si corre il rischio - come in quella vicenda - di un conflitto nucleare, ma, si parva licet, in ogni occasione di controversie nei rapporti politici, economici e sociali, persino in quelli tra persone e all’interno delle coppie. In caso contrario si alimenta l’impossibilità di trovare delle soluzioni ragionevoli, si inaspriscono le relazioni, si coltiva un clima di rivincita e di ritorsione, si perpetuano odi ed inamicizie. Spesso sono sufficienti soluzioni diplomatiche, magari concordate in via riservata e presentate all’esterno in modo condiviso e complice. Da uomo di mondo non mi sono mai stupito di fronte ad un’intesa truccata da una narrazione visibilmente infondata nelle motivazioni pubbliche, ma corredata da comportamenti di civiltà reciproca che non esitano a riconoscere l’onore delle armi a chi, in quella circostanza, è stato sconfitto. Mi è capitato tante volte di assistere al caso di dimissioni da una carica, date per motivazioni di carattere personale, quando tutto il mondo capiva che si trattava di un escamotage volto, appunto, a concedere all’avversario "una via d’uscita", magari nel tentativo di salvare la capra dell’interessato e i cavoli dell’organizzazione di appartenenza. In queste circostanze la buona educazione vorrebbe che al dimissionario fossero rivolte parole di ringraziamento per l’attività svolta: una sorta di lettera di referenze come si usava in un’epoca più civile. Queste considerazioni fanno da premessa ad un giudizio, a mio avviso, scandaloso sull’atteggiamento della segreteria confederale della Cisl (a partire dalla segretaria generale) dopo le dimissioni di Marco Bentivogli dalla guida della Fim-Cisl. I motivi addotti nella sua lettera non hanno convinto nessuno. Ma quest’atto unilaterale faceva parte del gioco diplomatico. Quello che è mancato è stato il silenzio assordante della Confederazione: non una parola di commento, non un gesto di riconoscimento per il lavoro svolto da un suo dirigente per decenni. Ho fatto una ricerca - se ho sbagliato sarò contento di essere smentito - e con stupore non ho trovato una sola parola di ringraziamento, di saluto, di augurio nei confronti di Marco Bentivogli, da parte dei dirigenti confederali. Peraltro questa è stata l’impressione di un ex segretario generale come Savino Pezzotta, il quale in un articolo a commento della vicenda, non ha usato mezzi termini. scrive e annuncia le sue dimissioni, non mi ha convinto che a spingerlo in questa direzione fosse solo il desiderio di "lasciare spazio ad altri", nobile intenzione che però non mi ha convinto. Ma il fatto che affermi "questa è la migliore condizione di proteggere la Fim" - conclude l’ex segretario - lascia trasparire l’esistenza di questioni interne alla categoria e alla Cisl. Ma la maleducazione non finisce qui. Annamaria Furlan, dopo la elezione del nuovo segretario generale della categoria dei metalmeccanici, ha pubblicato alcune righe su twitter: Non una parola su Marco Bentivogli (che aveva forse indebolito il ruolo negoziale del sindacato?). Quanto a Roberto Benaglia, nella nota emessa dopo l’investitura, ha ritenuto di non nominare il suo predecessore, come correttamente aveva fatto nella relazione svolta in Consiglio generale. E’ il caso allora di riportare il brano omesso anche in sintesi nella nota: "Saluto e ringrazio Marco per l’impegnativo e intenso lavoro che in questi anni ha caratterizzato la sua gestione e per aver sinceramente e significativamente sostenuto la mia candidatura. Non tocca a me oggi decifrare o rappresentare cosa è stato Marco Bentivogli per la Fim Cisl. Marco è stato da sempre un sindacalista significativo, presente, pieno di azione. Ha saputo stare sulla frontiera di innovazione e di autonomia che la Fim ha sempre ricercato. Mi piace, oggi che lascia, sottolineare tra le tante cose fatte l’importante sua prima densa attività di coordinatore della Fim Giovani, tramite la quale sono passati un numero importante di delegati, attivisti e dirigenti, diversi qui oggi presenti. Rigenerare l’organizzazione e le persone che la animano - ha proseguito Benaglia -  è una delle caratteristiche indispensabili e più motivanti che dobbiamo continuare a coltivare, anche nel solco del lavoro tracciato da Marco. Quando un segretario generale termina il proprio percorso penso che non dobbiamo mai guardare alla eredità che lascia. Le eredità sono spesso fonte di spartizioni e anche divisioni. Io penso che di ogni dirigente dobbiamo saper scovare e far fruttare il patrimonio che ci consegna. Il patrimonio che Marco lascia alla Fim è rilevante. Sarà non solo nostra ma anche mia cura – ha concluso - poterlo utilizzare per il bene e il valore della nostra organizzazione". Benaglia con queste parole ha ristabilito un rapporto diplomatico corretto, sia pure, da quanto risulta, nel "foro interno" del Consiglio generale. "Questi furon gli estremi onor renduti al domatore di cavalli Ettorre": così finisce il XXIV ed ultimo libro dell’Iliade, nella versione di Ippolito Pindemonte. Ma è sufficiente? A chi scrive è addirittura capitato di ricevere una replica critica, da parte di un dirigente della Fim,  ad un articolo  di stima per Bentivogli. Il fatto è che il mio interlocutore ha usato il nomme de plume di Pietro Bertoli. Tanto valeva scegliere l’anonimato, come fanno i delatori.

Giuliano Cazzola


16 Luglio 2020
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