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UGL

Paolo Capone, Temo l’autunno

Autore: Massimo Mascini

Il timore è che tutti i problemi economici e sociali, non risolti in questi mesi, esplodano in autunno creando gravi problemi al paese. Paolo Capone, segretario generale dell’Ugl, il sindacato della destra, anzi l’unico sindacato di destra al mondo, come afferma lui, guarda con preoccupazione al futuro prossimo. Solo il via ai 700 cantieri delle grandi opere già finanziati potrebbe evitare il disastro, ma bisognerebbe prendere delle decisioni controcorrente, e non è facile. L’Ugl, che si dichiara vicino non solo alla Lega, ma a tutto il centrodestra, preme molto perché si arrivi a una vera partecipazione, un aiuto per i lavoratori. E per questo pensa che sarebbe un bene irrobustire la contrattazione d’azienda.


Capone, fino a questo momento l’Italia ha, più o meno, tenuto. Ma cosa accadrà nel prossimo futuro?

Non lo so proprio. Ho grandi timori. Cosa accadrà, mi chiedo, quando le imprese sapranno che non riceveranno gli aiuti che sarebbero stati necessari e che non sono arrivati? O quando finirà la cassa integrazione? O ancora quando cesserà il divieto di licenziamento? A quel momento, cosa accadrà? Quanti lavoratori resteranno fuori? Quante aziende non aiutate decideranno di non riaprire? Temo un settembre di disagio senza gli strumenti per affrontarlo.

Cosa ci potrebbe aiutare in queste difficoltà?

Si potrebbero sbloccare i 700 cantieri di grandi opere già finanziati, avremmo un rilancio economico in un nano secondo. Il codice degli appalti è complicato, ma il modello Genova ha mostrato di poter funzionare. Certo, le difficoltà ci sono, ma se si pensa solo che tutte le imprese sono in mano a banditi, che la mafia controlla anche la distribuzione delle noccioline allo stadio, così non si va avanti, finiamo col perdere una guerra senza averla nemmeno combattuta. Io sono per fare le cose, andare avanti e poi, se qualcuno contravviene, eliminarlo dal contesto sociale. Un commissario può essere una garanzia? Proviamoci, a noi serve un modello che funzioni, subito però.

E’ molto pessimista.

No, al contrario. Chi si occupa di problemi grandi, che non riguardano la sfera personale, ma interessano milioni di lavoratori, cadrebbe in depressione se non facesse spesso esercizio di positività. Il punto è che i problemi da affrontare sono esplosivi, non facilmente risolvibili e sono stati aggravati da approcci sbagliati, da leggi sbagliate.

Quali leggi?

Le faccio un esempio. Abbiamo guardato con grande attenzione all’ultimo decreto che doveva rilanciare e far ripartire le attività produttive e quindi immediatamente dopo il lavoro, ma ci siamo scontrarti con il fatto che quella legge richiedeva la bellezza di 103 decreti attuativi e quindi una marea di pareri, raccomandazioni, pronunciamenti, una mole di lavoro che non finiva mai. Noi continuiamo a professare ottimismo, ma questi eventi ci mettono a dura prova. 103 decreti sono davvero troppi, a noi servono risposte immediate, il sostegno dello Stato doveva e deve essere più preciso.

Se ne può uscire?

Se ne deve uscire.

Di chi è la responsabilità di questo stato di cose?

Anche nostra, non mi tiro indietro. Perché non abbiamo capito che il mondo stava cambiando, che la divisione internazionale del lavoro stava modificandosi, che le trasformazioni avrebbero mutato tutto. Lo dovevamo capire e dovevamo fare maggiori pressioni sulla politica per garantire la tenuta dei nostri diritti e per mantenere la concorrenzialità delle aziende.

Anche il sindacato quindi è sul banco degli accusati. Lei crede che l’istituzione sindacato sia in crisi? E se è così, come ne esce?

Sicuramente c’è aria di crisi. Accade sempre quando ci sono i tornanti della storia, le inversioni di tendenza importanti. Vale per tutti. E allora è necessario ripensare il proprio ruolo davanti alle nuove esigenze. Un compito difficile, ma ineludibile. Nel sindacato c’è crisi di rappresentanza, lo avvertiamo da tempo.

Come è possibile intervenire?

Non ho soluzioni preconfezionate da offrire, l’unica raccomandazione è quella di prestare sempre la massima attenzione alle indicazioni che vengono dal basso, dai lavoratori. Bisogna cercare di capire come il singolo lavoratore vive il suo rapporto di lavoro e il suo rapporto con il sindacato. Per la mia generazione era normale impegnarsi, iscriversi al sindacato, lavorarci dentro. Oggi il lavoratore, che spesso non ha un lavoro stabile e ben contrattualizzato, non ci pensa perché è debole, alla mercé della capacità di pressione del datore di lavoro.

E’ in crisi anche la Confindustria?

Sì, una crisi grave, dettata dal suo stesso target di riferimento. Perché è l’associazione delle grandi imprese, che però rappresentano il 15, ma anche il 20% del tessuto produttivo nazionale, il resto sono tutte piccole imprese che hanno esigenze tutte diverse. Confindustria non sa adeguarsi allo scenario che cambia. Lo dimostra il caso della Fiat che è uscita dalla confederazione per poter applicare un contratto più confacente alle proprie esigenze.

Confindustria però ricorda a tutti sempre che è forte per l’adesione di tantissime piccole imprese, fino a 150mila.

Vorrei sapere come fanno quelle piccole imprese ad applicare contratti fatti per imprese con grandi dimensioni. Non dico che la funzione di Confindustria non sia valida, ma vedo che tante imprese cercano spazi di rappresentanza diversi, per avere più convenienze.

La moltiplicazione dei contratti nazionali nasce da questa realtà?

Certo, dal fatto che non si dà la possibilità di modificare in sede aziendale le indicazioni del contratto nazionale e raggiungere così più alti livelli di partecipazione. Ripeto, Confindustria dovrebbe cedere una parte della sua potestà contrattuale.

Lei crede che in questo modo si potrebbe aggredire con qualche chances di vittoria l’annoso problema della produttività, che ha smesso di crescere da più di venti anni?

Sì, con la contrattazione di secondo livello dovrebbe essere possibile ottenere dei risultati, la produttività potrebbe crescere e salirebbe la possibilità di condividerne i benedici. Non mi piace ragionare per sintesi, ma se un sindacalista della Uil afferma che si potrà lavorare meno ma alle stesse condizioni, non credo che questo rientri facilmente nel quadro della ricerca di nuova produttività. Occorre dosare gli interventi, guardando agli interessi dei lavoratori e alle esigenze delle imprese.

La Ugl pensa che si debba dare più spazio alla contrattazione aziendale?

Potrebbe essere utile soprattutto per uno sviluppo della partecipazione. Perché i percorsi partecipativi possono essere realizzati solo al livello aziendale, dal momento che ogni azienda è differente, presenta sue peculiarità, date anche dalla capacità delle persone che vi lavorano.

Che rapporti prevedete tra i due livelli di contrattazione?

Il modello che ci piace prevede che il contratto nazionale mantenga la forza dei diritti non negoziabili, per la sicurezza, la giusta mercede, le ferie, la difesa dei più deboli, la maternità. Diritti conquistati in centinaia di anni dal momento che le radici del sindacalismo affondano all’inizio del novecento. E dovrebbe a nostro avviso essere il livello nazionale a sviluppare il secondo livello. A questo spetterebbe di regolare l’organizzazione del lavoro, il salario aggiuntivo, il welfare, la partecipazione, tutte le cose che già vengono trattate a questo livello.

Ma i negoziati in azienda a vostro avviso dovrebbero essere più importanti?

Non servono le classifiche, io credo che un rafforzamento importante del secondo livello ci aiuterebbe a raggiungere gli obiettivi che ci siamo dati. Ma sarebbe necessario forzare le volontà contrarie di Cgil, Cisl e Uil e della Confindustria, che, come dice Pietro Ichino, non vogliono cedere il loro potere contrattuale. C’è molto da fare, ma la strada è quella.

E’ stata manifestata da più parti molto interesse per la partecipazione.

Sì, anche la Cgil di Maurizio Landini afferma da qualche tempo che la partecipazione può essere uno strumento utile da applicare, e questo ci fa ben sperare che in un futuro prossimo questo tema possa essere inserito nell’ordine del giorno delle cose da fare. Ma ci sono altre cose da fare per cogliere quell’obiettivo.

Quali per esempio?

Non sarà indifferente la misurazione della rappresentanza, ma è un obiettivo per cui si tratterà di lavorare molto, perché è in corso un tentativo di cristallizzare la rappresentanza in capo alle grandi organizzazioni confederali, la Confindustria per quanto si riferisce alle imprese, Cgil, Cisl e Uil per i lavoratori. Noi crediamo che le regole della rappresentanza debbano essere regolate non da una legge, ma dalla contrattazione, per lasciare libertà di associazione. Lo dobbiamo per rispetto alla Costituzione che ha sancito la libertà di iscriversi a un’organizzazione sindacale. Ma soprattutto noi crediamo che non sia possibile affermare che un contratto nazionale può essere contrattato e firmato solo da chi ha almeno il 5% della rappresentanza in quella categoria, e lo stesso principio non valga anche per i contratti aziendali. Una trattativa aziendale deve poter essere avviata e conclusa da tutte le formazioni che in quella realtà specifica hanno una rappresentanza superiore al 5%.

E’ la partecipazione il vostro dato distintivo? Ma come pensate si possa realizzare davvero?

Intanto banalmente applicando l’articolo 46 della Costituzione, un articolo che non è certo stato ispirato dalla Cisnal o dall’Ugl. I padri costituenti lo hanno inserito nella carta costituzionale perché ne avevano intuito la grande portata rivoluzionaria a beneficio dei lavoratori. Come il diritto alla sindacalizzazione, il diritto alla partecipazione e quello dello sviluppo del movimento cooperativo, esempi di una spiccata cultura sociale. A nostro avviso è da lì che occorrerebbe partire, declinando la partecipazione attraverso diversi livelli, fino alla cogestione che in momenti così difficili come quello che stiamo vivendo potrebbe essere lo strumento vincente per recuperare produttività.

E ne avremmo molto bisogno.

Non dimentichiamo che il paese sta vivendo una crisi molto acuta, che non è nata con la pandemia, tanto è vero che non avevamo ancora recuperato la caduta del 2008. Trovare soluzioni partecipative comuni ai lavoratori e alle imprese ci potrebbe dare delle prospettive di crescita maggiore.

Capone, un’ultima domanda. Abbiamo letto che la Lega di Matteo Salvini prende casa a Roma vicino alla vostra sede. Che significa questo per voi? Cambierà qualcosa?

No, cambierà davvero molto poco. Al di là della vicinanza fisica non vedo possibili cambiamenti. Può accadere di abitare vicino ad altre realtà. La sede romana dell’Ugl era fino a poco tempo fa nello stesso stabile dove era Leu, che non è proprio vicino a noi. Resta valida la nostra prospettiva di restare un’organizzazione vicina a tutto il centrodestra, una struttura che raccorda la politica con i corpi intermedi portatori delle esigenze della società, specie delle persone più fragili, più esposte.

Lei parla di centrodestra, non solo di Lega.

No, tutta la formazione del centrodestra. Forza Italia, Fratelli d’Italia, fino alla Lega, ma magari anche altre formazioni che dovessero crescere e acquisire statura parlamentare. Noi siamo la sintesi di una storia antica, che risale al 1950, quando nacque la Cisnal nelle stanze del Msi. Sono passati 70 anni, li abbiamo festeggiati da poco, nei quali abbiamo portato le istanze del lavoro alla politica, senza dimenticare mai che le esigenze dei lavoratori non sono contrastanti con quelle della produzione, ma complementari. Ci ispiriamo al dettato dell’articolo 46 della Costituzione, che parla della possibilità che i lavoratori partecipino alla gestione delle imprese.

Questa vicinanza quanto influisce sulla vostra autonomia?

Ci piace definirci autonomi e indipendenti, ma non neutri, facciamo scelte di campo, sempre con i lavoratori. Le nostre tesi congressuali collocano stabilmente l’Ugl nell’alveo per noi più naturale del centrodestra. Posizione che anche all’estero guardano con grande attenzione.

Chi vi guarda?

Il sindacato dei conservatori inglesi, per esempio, i sindacati argentini di matrice peronista, i sindacati identitari ungheresi. Abbiamo avuto contatti con i sindacati spagnoli che hanno prodotto recentemente delle dichiarazioni a favore della partecipazione considerando non più efficace la lotta di classe, quindi molto vicine ai principi scritti nei nostri statuti. Un movimento molto ampio. Ma non abbiamo limitazioni nella nostra azione dalle vicinanze politiche. Non dobbiamo essere ecumenici, farci volere bene da tutti, vogliamo essere vicini agli interessi dei lavoratori. L’Ugl è un sindacato diverso dagli altri, è l’unico sindacato di destra al mondo.

Massimo Mascini


24 Luglio 2020
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