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SETTORE ALIMENTARE

Mininni, un rinnovo contrattuale importante dopo una trattativa complessa


Il segretario generale della Flai-Cgil, Giovanni Mininni, spiega i contenuti del contratto dell’industria alimentare che la Cgil, assieme Cisl e Uil, ha rinnovato con Unionfood, Ancit e AssoBirra. La frattura aperta da Federalimentare, spiega Mininni, non è stata ricucita, ma essere arrivati a un unico contratto è un risultato decisivo, per evitare una frammentazione contrattuale che avrebbe alimentato il dumping e la concorrenza tra le imprese, indebolendo i lavoratori e danneggiando l’intero settore. Inoltre il numero uno della Flai Cgil spiega i motivi del perché non ci sia stato un ritorno massiccio degli italiani sui campi. E se la regolarizzazione dei lavoratori stranieri non ha prodotto i risultati auspicati, afferma Mininni, è colpa di certa politica.

Dopo una trattativa lunga e complessa siete giunti al rinnovo del contratto dell’industria alimentare.

È stato un rinnovo sicuramente difficile, che assieme a Cisl e Uil siamo abbiamo concluso con Unionfood, Ancit e AssoBirra.

Tuttavia la rottura del fronte datoriale non si è ricomposta.

Non le divisioni tra le associazioni di imprese di Federalimentare non si sono ricomposte.

La Flai ha sempre sottolineato l’importanza di arrivare a un unico contratto.

Il contratto dell’industria alimentare è il secondo, nel comparto manifatturiero, dopo quello dei metalmeccanici, per numero di aziende e lavoratori interessati. Con tre contratti questo verrebbe meno. La frammentazione contrattuale alimenterebbe il dumping e la concorrenza tra le imprese, indebolendo i lavoratori e danneggiando l’intero settore.

Nello specifico quali sono i contenuti dell’accordo?

Il contratto sottoscritto stanotte riconosce un aumento salariale significativo di 119 euro a regime. Inoltre ci sono importanti avanzamenti sulla formazione, la salute e la sicurezza, il welfare e gli appalti. Il lavoro agile viene normato in maniera innovativa, a partire dal diritto alla disconnessione e alla privacy. Il capitolo sugli appalti, poi, vincola all’applicazione del contratto nazionale del settore merceologico delle attività appaltate, sottoscritte dalle organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative. In tema di contrattazione inclusiva è stato raggiunto l’importante obiettivo del riconoscimento della comunità di sito. Infine i congedi parentali vengono ampliati, sia quelli retribuiti che non retribuiti, per i figli a carico e l’assistenza familiare, e viene riconosciuto il congedo per donne vittime di violenza.

In ballo c’è anche il rinnovo dei contratti agricoli provinciali. A che punto siamo?

A un sostanziale stallo causato dalle parti datoriali. Questi contratti sono scaduti lo scorso dicembre, e noi già da settembre avevamo inviato la piattaforma per il rinnovo ai rappresentanti delle parti datoriali. Queste ultime non hanno sostanzialmente avviato il confronto fino ad oggi adducendo in maniera pretestuosa l’incertezza legata al Covid. Un comportamento poco rispettoso nei confronti dei lavoratori, che durante il lockdown sono stati ritenuti indispensabili e non si sono tirati indietro e ora si vedono negare il rinnovo dei contratti.

Voi come vi siete mossi?

Attraverso un’opera di informazione e sensibilizzazione e una mobilitazione crescente, che diverrà ancora più forte a settembre se la situazione non si sbloccherà. I contratti provinciali sono molto importanti per i lavoratori agricoli definendo i livelli salariali e la classificazione dei lavoratori.

In che stato di salute si trova al momento il settore?

Sta progressivamente uscendo dalla crisi e riconquistando quote di mercato importanti grazie all’export. Il protocollo sul contenimento del contagio nei luoghi di lavoro del 14 marzo e l’estensione degli ammortizzatori sociali si sono rivelati strumenti estremamente utili, per garantire la sicurezza dei lavoratori e gestire gli inevitabili cali di produzione.

Il 2020, a causa del covid, avrebbe dovuto segnare il ritorno degli italiani nei campi, ma i numeri ci dicono tutt’altro. Anche a voi risulta questa situazione?

Sì, questo ritorno non c’è stato.

Per quale motivo?

Credo che nei mesi in cui le misure di contenimento erano più stringenti ci sia stato un certo timore da parte delle associazioni datoriali di trovarsi senza manodopera. Poi, con la riapertura delle frontiere, la situazione si è stabilizzata, tornando alla normalità.

Si poteva comunque fare affidamento su quei lavoratori regolarizzati con il Dl Rilancio.

Teoricamente sì.

E nella pratica le cose come sono andate?

Che al momento le istanze presentate sono al di sotto delle nostre aspettative.

Perché?

Contestualmente al Dl Rilancio sarebbe dovuto uscire anche il decreto del ministero del Lavoro, nel quale dovevano essere riportate le somme che il datore di lavoro avrebbe dovuto versare, sia in termini di retribuzione sia di contributi, per procedere alla regolarizzazione del rapporto di lavoro. Ma il decreto è uscito solo qualche giorno fa senza indicarle e la finestra per la regolarizzazione termina il 15 di agosto. Una situazione assurda, che ci lascia estremamente adirati con il governo. La regolarizzazione era un segnale molto forte, a un anno dall’entrata in vigore dei decreti sicurezza di Salvini.

Secondo lei qual è la causa di questo ritardo. La burocrazia?

Sicuramente la burocrazia non aiuta, ma qui intravedo una chiara volontà politica.

Può essere più chiaro?

Come le avevo detto nella nostra precedente intervista una parte dei Cinque Stelle, con una sensibilità più vicina a quella della Lega, è sempre stata poco propensa a questo tema. Conseguentemente anche l’atteggiamento del Ministero del Lavoro è stato molto freddo se non addirittura ostativo.

E il Pd in questo ha delle responsabilità?

Guardi credo che ci siano delle responsabilità in tutta la maggioranza per il modo in cui ha gestito la questione. Il tema della regolarizzazione doveva essere affrontato separatamente rispetto al Dl Rilancio e lasciare spazio per gli emendamenti. Noi li avevamo presentati per migliorare l’articolo 103, come ad esempio l’allungamento della finestra della regolarizzazione. Ma il governo ha respinto tutti gli emendamenti, anche di altre associazioni e forze politiche, presentati sull’articolo 103.

La ministra Bellanova si è molto spesa per la regolarizzazione.

È vero e ha denunciato più volte questi ritardi. Devo dire che è stata molto coerente su questo punto e si è battuta con forza fino alla fine. Bisogna riconoscere che lo stesso impegno è stato profuso dal Ministero dell’Interno ed in particolare dal Viceministro Mauri.

Tommaso Nutarelli


31 Luglio 2020
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