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Smart-working, oltre l’emergenza Covid


Era inevitabile! Con l’emergenza Covid lo smart-working da attività di nicchia è prepotentemente diventato il nuovo paradigma lavorativo.

Bene! meglio così ma attenzione, se si limita ad essere una moda rischierà di replicare antichi errori di impostazione giuridica e normativa, come il “telelavoro” e finire così inesorabilmente su un “binario morto”, magari accompagnato da una discussione stucchevole tra detrattori e acritici entusiasti. Ci si limiterà ad esaminare un modello teorico senza invece riflettere con attenzione sulle esperienze fatte e trarre da esse le giuste domande da affrontare affinchè, davvero, questo modello possa decollare come una nuova e importante modalità della prestazione lavorativa, comunque nell’ambito delle caratteristiche precipue del “lavoro dipendente” .

Mi scuso per la pedante sottolineatura prima esposta, ma non posso accettare commenti superficiali che liquidano le osservazioni di P.Ichino, sul tema, come “retrogade”.

Lo dico avendo firmato, in qualità di responsabile delle Relazioni Sindacali in Poste Italiane uno dei primi accordi sul “lavoro Agile” quando ancora l’epidemia non aveva imposto tale modalità lavorativa e anzi le resistenze aziendali e sindacali andavano spesso a braccetto.

Iniziamo con una salutare “autocritica”. Se davvero lo smart-working è il modello di prestazione lavorativa del futuro si doveva aspettare la pandemia del Covid per rendersene conto? Eppure le premesse tecnologiche, per prestare attività lavorativa a distanza con vincoli di orario e di gerarchia diverse dalle attuali, esistevano da molto tempo.

Penso che mai, come in questo caso, valga il vecchio detto “di necessità si fa virtù”. Proprio per questo, però, della “Virtù” occorre parlare superando ogni approccio “ideologico”, cercando con pazienza e umiltà di affrontare tutti i problemi senza percorrere scorciatoie dialettiche.

Ne elenco solo alcuni, sperando cosi di stimolare un dibattito e senza avere la presunzione di indicare risposte definitorie, per quelle c’è tempo e non potremo che procedere per successive approssimazioni, giacchè, ho imparato che in genere “i fatti hanno la testa più dura delle idee”.

Punto primo, molti hanno giustamente osservato che lo smart-working non è la stessa prestazione, nella forma e nei contenuti, semplicemente erogata da distanza. Infatti l’aspetto a mio pare più importante è quello di come si ridisegnano i processi produttivi in azienda, incorporando specifiche modalità di smart- working all’interno di un coerente e nuovo processo.

Sarà quindi interessante seguire come la teoria organizzativa, dei processi aziendali, saprà interpretare una nuova modalità della prestazione lavorativa e renderla coerente con l’intero ciclo produttivo. Se ci si limitasse solo a capitalizzare il risparmio dei costi di “Realestate” come giustamente ha fatto osservare G.Sala sarebbe un ben misero e io aggiungo effimero risultato.

Inoltre, occorre approfondire bene come cambia la modalità e la misurazione della erogazione della prestazione, all’interno sempre di un rapporto di lavoro subordinato.

Non ci si può ridurre ad un semplice e, perdonate, anche un po' superficiale slogan: lavorare per obiettivi. Quando mai in azienda non ci si sono obiettivi? E con essi scadenze e con le scadenze precisi GANNT (cronoprogrammi) da rispettare, procedure da seguire.

Lo smart-working non è la libera professione altrimenti…..

Da qui il tema degli orari in cui garantire la connessione, per converso indicare di conseguenza gli specifici ambiti che regolano la “disconnessione”.

Altro tema da affrontare è in quale modo assicurare che si mantenga un adeguato livello di integrazione funzionale tra le diverse competenze interessate allo smart-working. Alcuni accordi hanno, opportunamente, indicato specifici momenti di rientro in azienda magari anche solo per consentire un efficace debriefing dei progetti avviati.

Su questo aspetto consiglio una riflessione intorno ad una esperienza già diffusa, almeno nelle grandi aziende, quella del lavoro con i c.d. “consulenti”, magari quel sistema relazionale cliente-committente contiene qualche indicazione utile.

Last but not least, il vero problema da affrontare, l’unico che a mio parere deve essere posto esplicitamente sul tavolo, se non si vuole barare: di quanto aumenta l’efficacia del lavoro in smart-woking rispetto alla modalità tradizionale di erogazione della prestazione lavorativa?

A questa domanda occorre rispondere con evidenza di dati e non con chiacchiere. Se io cittadino ricevo un servizio peggiore di prima solo perché tale servizio si svolge in smart-working, allora è davvero meglio non farlo.

Resto convinto che il vero parametro che decreterà il successo o l’insuccesso del “lavoro agile” sarà quello che rende più “percepibile e misurabile” il miglioramento del servizio reso al cliente, interno o esterno alle organizzazioni produttive.

Luigi Marelli


17 Settembre 2020
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