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Lotta di classe al bar


“Gli untori siamo noi!”, grida indignata la barista.  “Decidessero un nuovo lockdown, il vero obiettivo per tenerci prigionieri. Però a quel punto 600 euro a tutti. E dico tutti, abolendo pensioni e stipendi. Perché è comodo lavorare da casa e stare con il culo al caldo! Non possono essere solo gli esercenti a rischiare e a pagare il costo dell’epidemia! E a quelli che prendono il reddito di cittadinanza stando sul divano, che gliene frega delle misure restrittive? Tanto i soldi arrivano sicuri ogni mese”. I toni sono da jacquerie. E ce n’è, ovviamente, per gli immigrati. “Chi li controlla? Fanno quello che gli pare. Perché i negozietti gestiti dai bangladini vendono birra ad ogni ora e la gente si ammassa lì davanti per bere?  

La faglia sociale si allarga. Bottegai e imprenditori contro garantiti. Una lotta di classe avvelenata dalla pandemia. Il salario, l’assegno di quiescenza: nel frullatore del rabbioso rancore finisce ogni conquista contrattuale e sociale. I diritti diventano privilegi. Invocano la sanità pubblica facendo finta di non sapere che a tenerla in piedi sono proprio quelli a reddito fisso, il bancomat del fisco. Inutile ricordare che il governo ha stanziato ingenti risorse per aiuti e sovvenzioni ai settori in crisi. O accennare a scontrini non battuti, ad Iva omessa, a tasse aggirate. Elusione ed evasione sono gli alibi delle solite élite, che appoggiano l’attuale maggioranza, per fare i propri porci comodi.

Ed ecco che il discorso diventa politico. Riduzionismo, negazionismo, complottismo irrompono con violenza in ogni ragionamento. I peggiori ismi allignano come le erbacce. Innaffiati dalla confusione, dall’incertezza, dai ritardi, dai rinvii, dall’autoreferenzialità dell’esecutivo. Come negare che il presidente del consiglio ha cambiato casacca come nulla fosse e che questo esecutivo è nato da un ribaltone parlamentare?

“Ci stanno ammazzando”, accusa la scatenata barista, la quale in base alle nuove disposizioni, se non si inventa il servizio ai tavoli, deve chiudere dopo le 18. “Già adesso, con il terrore che hanno sparso a piene mani, non entra quasi più nessuno”. I gestori delle palestre, parecchie di quelle più piccole sono già fallite, hanno davanti una settimana di paura. Resteranno aperti o dovranno chiudere? Intanto, nel timore dei contagi, i frequentatori si assottigliano. D’altro canto, se la ministra dell’Istruzione rimarca che le scuole non sono fonte di contagio e quella dei Trasporti assolve i mezzi pubblici, sul banco degli imputati restano gli esercizi commerciali con i relativi assembramenti.

Questo è il popolo che si fa irretire da Matteo Salvini e da Giorgia Meloni. Poi ci sono i giovani, gli artisti, gli attori, i musicisti. Magari non cedono alla sirena irresponsabile della nuova destra ma si lasciano inghiottire dalla disperazione.

Giuseppe Conte appare sugli schermi televisivi a tarda sera. Spiega, rassicura, minaccia, promette, scarica responsabilità su governatori e sindaci. Con una demagogica battuta, “poi dovremmo aumentare le tasse o tagliare le spese”, occhieggia ai Cinquestelle e irride la richiesta del Pd di ricorrere al Mes. Forse è ormai convinto di poter curare la scrofola con l’imposizione delle mani. Re taumaturgo nell’era del Covid.

Non ci sono alternative credibili, almeno per ora. Ed è vano cercare di coinvolgere l’opposizione, in evidente malafede. Ma almeno si togliessero dalla faccia quell’aria di saccente superiorità. Nelle chiacchiere da bar potremmo difenderli meglio.

Marco Cianca


19 Ottobre 2020
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