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Consulente d'impresa per le relazioni industriali

Paradossi italiani: il virus della “deresponsabilizzazione”


La situazione si sta complicando, la così detta “seconda ondata” del virus è arrivata in Europa, tuttavia l’Italia sembra subire meno effetti. Sicuramente meno della Spagna, della Francia e della Gran Bretagna, almeno finora.

Verso la fine del 2020 la recessione economica, inevitabile per ora, sembra in Italia meno pesante del previsto, e alcuni segnali, specie gli indici manifatturieri, sembrano cogliere meglio le prime occasioni di ripresa del ciclo.

Come registrato in tutta Europa, anche il risparmio degli italiani sta crescendo, non è di per sé un bel segnale, anzi; tuttavia dimostra che esistono ancora risorse che possono essere “accantonate”.

Ciò nonostante è diffuso un generale “malessere” e non parlo ovviamente delle conseguenze epidemiologiche del COVID che circola, ma dell’insorgere, a diverse e regolari “ondate”, di un virus molto più insidioso, latente da diverso tempo, nel tessuto sociale italiano: quello della deresponsabilizzazione.

Il conflitto Stato-Regioni, a cui ora si sono aggiunti i Comuni, evidenzia ancora una volta un paradosso tutto italiano. Se lo Stato decide (controlli, restrizioni e quant’altro) le Regioni e i Comuni invocano maggior autonomia, quando poi questa arriva, reclamano di essere stati lasciati soli. Non importa tanto il merito della questione, quanto il fatto che, nessuno dico nessuno, voglia assumersi una qualche responsabilità e ovviamente pagarne le conseguenze.

Purtroppo questo non riguarda solo i soggetti istituzionali. Dal maledetto “virus” non sfuggono nemmeno i così detti corpi intermedi.

Si assiste, in questo periodo, al proliferare di dichiarazioni che ben lungi da indicare soluzioni e di conseguenza vincoli e costi connessi, ci si limita a dichiarare che quello che si sta facendo è semplicemente legato all’emergenza ma non in grado di “rilanciare il Paese”.

Bene! Anzi no!

La proposta innovativa per rilanciare il Pese è la decontribuzione delle nuove assunzioni sotto i 35 anni? Nuove in che senso? Nel senso che devono essere destinate ad incrementare i livelli occupazionali? Nel senso che si assumono disoccupati o nel senso che qualunque assunzione sotto i 35 anni deve essere decontribuita? Prescindendo dal fatto che magari si tratta di un passaggio da un’azienda ad un'altra.

Non sto parlando della proposta del Governo, mi sto riferendo alla richiesta presentata dai giovani industriali, senza alcuna specifica definizione, senza il coraggio di individuare vincoli e condizionalità necessarie a fare di questa, giusta proposta, una proposta economicamente sostenibile e non puramente propagandistica.

Cosi la riforma fiscale, necessaria, indispensabile, soprattutto per ridurre il carico fiscale sui redditi fissi da lavoro dipendente.  Non ho letto nessuna proposta (forse mi sarà sfuggita) né da parte di Confindustria né da parte sindacale che abbia messo sul piatto, di una eventuale e auspicabile trattativa Governo- Parti sociali, cosa in cambio si è disponibili a sostenere per non ridurre eccessivamente il contributo fiscale necessario a sostenere il nostro welfare, peraltro “piuttosto” pericolante.

Si è disponibili a spostare in parte il prelievo fiscale verso i consumi (vedi rimodulazione IVA) ovvero verso i  patrimoni? Perché senza chiarire questo trade-off va da sé che la riforma fiscale con 8 MLD di dotazione si risolverà in poca cosa.

Inoltre, quanto potrà reggere un apparato industriale senza una ripresa dei consumi interni, con un’inflazione prossima allo zero o addirittura negativa? La domanda è questa? Oppure è quella del rispetto dell’IPCA al rinnovo dei contratti?

Infine sui servizi, quanto tempo dovrà passare per capire se si possono fare i turni pomeridiani tra gli insegnanti, chiamare la polizia urbana a rafforzare i controlli anche in orari notturni, chiedere ai medici di base di contribuire a sostenere lo sforzo del personale sanitario nelle strutture ospedaliere?

I soggetti rappresentativi di quelle categorie fanno proposte? Non dico di non comprendere tra queste anche interventi straordinari di remunerazione, anzi, sarebbero auspicabili, ma correlati a uno “scambio” certo di maggiori prestazioni necessarie a garantire servizi indispensabili.

Difficile non ricordare leader di ben altra stoffa.

Nel lontano 1947 a Milano scoppiò uno sciopero dei lavoratori municipali della società del Gas che lasciò per qualche giorno la città senza riscaldamento, i lavoratori che vi aderirono erano iscritti alla CGIL.

DI Vittorio intervenne e ne chiese l’immediata espulsione dal sindacato, non c’erano le leggi per la regolamentazione del conflitto, c’erano leaders autorevoli che si assumevano responsabilità dirette di scelte coraggiose.

Se permettiamo al virus della “deresponsabilizzazione” di circolare rapidamente allora il “corpo sociale” del nostro paese si debiliterà ancora di più, e non saranno sufficienti le iniezioni di ricostituente che ancora adesso arrivano dalle ottime prove di resilienza che il nostro tessuto economico dimostra.

A Confindustria e alle Organizzazioni Sindacali il compito e la “responsabilità” di indicare coerenze e priorità da rispettare ancor prima di elencare, magari giuste rivendicazioni. Senza questo cambio di passo il rischio vero sarà quello della progressiva loro emarginazione nel limbo dell’indifferenza.

Luigi Marelli


22 Ottobre 2020
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