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Redattore de Il diario del lavoro

La macchina si è rotta


Alla fine la macchina si è rotta. Il “modello Italia”, elogiato nei mesi scorsi, non esiste più. O forse non è mai esistito. E se è stato a questo mondo per qualche tempo, il suo successo probabilmente è da imputare alla latenza del virus, complice l’estate. Appena la macchina è stata messa in moto nella sua interezza, il cortocircuito è stato inevitabile. Tracciare subito una linea netta tra “buoni” e “cattivi” è forse prematuro, ma iniziare a distribuire la responsabilità è un obbligo.

Chi governa ha oneri e onori, ed è logico che le critiche più forti devono essere rivolte all’esecutivo. Lo stillicidio di Dpcm ha palesato difficoltà oggettive e problematiche che l’autunno ha accentuato. È stato più volte detto che prevederle non era impossibile, e chiari i settori, come scuola, sanità e trasporti, dove queste avrebbero manifestato i loro effetti più virulenti. Con le misure dell’ultimo Decreto, il premier Conte è intenzionato a salvare il Natale dai vari Grinch che si aggirano famelici per rubarlo. E intanto il Presidente del Consiglio tira la giacchetta alla scienza, rassicurando la popolazione che le prime dosi del vaccino saranno pronte a dicembre.

Svoltando a destra, le opposizioni continuano a mantenere i loro toni pacati e concilianti. Se ci sarà un nuovo lockdown, tuona severa la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, la colpa sarà solo di Conte. Mentre il segretario della Lega, Matteo Salvini, non esclude che sindaci e governatori leghisti faranno ricorso al Tar contro le nuove restrizioni.

Insomma di consolante c’è ben poco. Già da un pezzo la soglia del “c’è il rischio di” è stata superata. Il presunto collante creatosi durante il lockdown primaverile ha ceduto. Insofferenza, rabbia e rancore serpeggiano. I tutelati contro chi è lasciato allo sbando. Il tessuto sociale è sfaldato e lacerato.

Ma c’è chi prova ancora a tenere la barra del timone nella giusta direzione. Gli instancabili appelli alla responsabilità del presidente Mattarella provano a indicare la strada a una politica smarrita. Nella dolce e tenere teodicea di Papa Francesco la pandemia non è un castigo divino, ma, comunque, Bergoglio non lesina ammonimenti a un’umanità razziatrice della terra e genitrice di diseguaglianze. La stessa corsa al vaccino, da momento di sforzo collettivo e solidale, può trasformarsi in una nuova forma di nazionalismo e ostilità, come ha sottolineato l’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Da ultimo, l’auspicio che questa pandemia diventi fonte di trasformazione e rinnovamento è ancora tutto da verificare. Se dovessimo ripiombare in un nuovo lockdown, evitare l’assalto ai supermercati è una prima e semplice lezione che ormai avremmo dovuto far nostra. Ma ancora non sappiamo se c’è stato il primo sbadiglio della ragione e il mezzogiorno, il momento dell’ombra più corta, si appresta. Si avvicina forse la fine dei lunghissimi errori e l’apogeo dell’umanità?

TN


26 Ottobre 2020
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