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Redattore de Il diario del lavoro

Siamo ancora tutti bambini


La forma, si sa, non è inferiore alla sostanza. Non conta solo quello che si dice ma anche come lo si dice. La comunicazione, insomma, è imprescindibile, soprattutto in tempo di pandemia. Al governo e al premier molto spesso è stata rimproverata una scarsa capacità nel raccontare la realtà nella miglior forma possibile. Più che conferenze stampe, quelle del presidente Conte hanno assunto i toni di vere e proprie prediche. Col suo abito talare laico, l’avvocato più famoso d’Italia ci ha riempito le orecchie su cosa si poteva o non si poteva fare. E più che in un discorso tra adulti, ci siamo tutti sentiti un po’ come dei bambini. Alla lista di proibizioni e limitazioni, è mancato il celeberrimo “non accettare caramelle dagli sconosciuti”. Non si tratta di contestare le misure che il governo, in accordo con il Cts, ha preso, quanto, piuttosto, la mancanza di un dialogo autentico tra il cittadino e le istituzioni. La parresia, ossia il diritto/dovere di impostare un confronto veritiero, non è una dote di questo esecutivo.

Ma forse, alla fine, siamo un po’ tutti ancora bambini. Ogni piccolo allentamento alle costrizioni, ogni giornata di sole fanno subito scattare l’allarme per il rischio di assembramenti. In vista dello shopping natalizio, che sta entrando nel vivo, si teme la presenza di persone ben oltre gli accorgimenti che tutti abbiamo dovuto apprendere. Più aumentano le folle meno i controlli sono efficaci e capillari, nei negozi si fatica a tenere le distanze, e la fuga verso le seconde case è un miraggio che molti italiani vorrebbero realizzare. Ovviamente l’eccessiva mortificazione dei piaceri, anche di quelli più piccoli, non è mai un bene. La passeggiata tra le vetrine, o il cafè al bar, sono gesti per riappropriarsi della vita. Il proibizionismo e l’ascetismo generano poi reazioni avverse e incontrollate. Gli stiliti e i dendriti avevano la meglio sulle tentazioni della mondanità e della carne semplicemente perché se ne allontanavano, rifugiandosi nel deserto. E anche il razionalismo dell’etica socratica – la conoscenza mi impedisce di cadere nell’errore – è avulso dalla realtà. Sapere che ci sono dei divieti non è una condizione necessaria e sufficiente per impedirmi di trasgredirli. Se così fosse vivremmo in un mondo infestato da vuoti simulacri.

C’è, tuttavia, una distanza abissale tra l’accorato discorso della cancelliera tedesca Angela Merkel e il teatrino, politico e non solo, nel quale è precipitata la Penisola. Se per allestire gli stand per il vin brûlé e i waffle, dice la Merkel, il prezzo da pagare sono 590 morti al giorno, allora tutto questo non è accettabile. Tra le parole usate dalla cancelliera c’è l’espressione “evento epocale”. Nel Belpaese siamo consapevoli di trovarci davanti a un evento epocale? E allora la Germania ritorna in lockdown, si chiude nuovamente, per evitare, citando sempre la Merkel, che questo sia l’ultimo Natale con i nostri nonni. Durante le festività saranno aperti solo i negozi che vendono beni primari. Ma i rigidi teutonici avranno tenuto conto delle esigenze dell’economia? Il nostro solerte presidente del Consiglio potrebbe ricordalo alla cancelliera. È vero il Pil italiano è meno robusto di quello della Germania, ma è anche vero che siamo il paese in Europa con il tasso più alto di mortalità. E soprattutto è bene non dimenticare mai che i malati, e ancor di più i morti, non possono fare i regali. Quindi niente persone sane, speranzose e fiduciose nel futuro, niente economia.

Teniamoci dunque i sermoni di don Giuseppe Conte, l’isterismo dell’opposizione, l’indolenza del Pd, l’autolesionismo dei 5 Stelle, la fuga nelle seconde case, gli assembramenti nei negozi (la lista, stile letterina a Babbo Natale, sarebbe troppo lunga e dunque qui mi fermo). Aspettiamo, ottimisti, che la primula alla fine sbocci. Intanto godiamoci questo asilo, travestito da paese, ricordandoci che, alla fine, siamo ancora tutti bambini.

Tommaso Nutarelli


14 Dicembre 2020
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