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La marcia su Roma e il dramma della sinistra

Giuliano Cazzola
Gennaio17/ 2022

Nella sua rubrica “Il guardiano del faro” Marco Cianca, amico e stimato commentatore del nostro travagliato presente,  nell’articolo/rubrica “I creditori del fascismo”  ha ricordato che nell’anno in corso ricorrerà  il centenario di un evento funesto della storia del Paese: le “resistibile ascesa” al potere di Benito Mussolini, un paio di giorni dopo la c.d. Marcia su Roma (il 28 ottobre 1922). Giustamente Marco sottolinea che il Fascismo non ha ancora del tutto saldato i debiti contratti con gli italiani e che la ricorrenza potrebbe diventare l’occasione per esibizioni, provocazioni e mascherate di quanti si dichiarano ancora “fascisti” e che – lo abbiamo visto con l’assalto alla Cgil (ai miei tempi c’era, però, un servizio di vigilanza anche di sabato pomeriggio) – non disdegnano qualche azione violenta. Per fortuna le loro ambizioni elettorali viaggiano a livello di prefissi telefonici. Ma il fascismo è qualcosa di più complesso dei teppisti in camicia nera. Ce ne siamo accorti, qualche anno fa, quando in giro per l’Europa abbiamo rivisto circolare un fantasma che ribadiva con arroganza quelle che Macron allora chiamò le “passioni tristi” del Vecchio Continente.

L’analisi storica ha chiarito che il nazifascismo non è stato un colpo di sonno della ragione, scoppiato all’improvviso nell’intervallo (in realtà si trattò di un lungo armistizio) tra le due guerre mondiali della prima metà del secolo scorso; si trattò dell’affermazione di antichi (dis)valori (si pensi all’antisemitismo) radicati nel corso di secoli e non solo nei Paesi che si resero responsabili diretti dell’Olocausto. E non è detto che il fascismo  si presenti allo stesso modo, in camicia nera e in orbace, ma che esprima come le varianti di un virus che tengano conto delle trasformazioni politiche e sociali intervenute durante decenni di  istituzioni e regimi democratici. Non è un caso che siano proprio i movimenti  sovranisti e populisti a rivendicare, a loro modo, la libertà e l’autodeterminazione dei popoli, riciclando anche antichi slogan delle sinistre. Ma non è questo l’argomento che intendo affrontare nel mio dialogo con Cianca. Credo che non si possa parlare del 1922, ignorando gli anni immediatamente precedenti e gli errori fatali che le sinistre commisero in quelle circostanze, sbagliando analisi della situazione.

La Marcia su Roma, infatti, fu l’epilogo di quello che gli storici definiscono il “biennio nero” (1921-1922), il periodo in cui cominciò a dilagare – incontrastata – la violenza fascista, con la complicità palese degli apparati dello Stato e il sostegno politico ed economico di ampi settori della borghesia, del mondo dell’impresa e dagli agrari. Il Partito socialista aveva sprecato la capacità di lotta che le masse operaie avevano espresso nel biennio precedente (“il biennio rosso”) culminato nell’occupazione delle fabbriche del settembre del 1920: un fenomeno importante ma sopravalutato, che interessò un numero limitato di aziende anche se importanti e che si esaurì in una ventina di giorni con un accordo, mediato da Giovanni Giolitti, molto significativo sul piano sindacale, ma vissuto come una sconfitta su quello politico.

Ma ciò che risultò più grave fu l’incapacità del gruppo dirigente socialista nel far valere, sul versante istituzionale, il grande successo elettorale ottenuto nel novembre 1919, quando per la prima volta si votò col suffragio universale riconosciuto a tutti gli uomini che avevano compiuto 21 anni o, se più giovani, partecipato al conflitto bellico. Gli iscritti alle liste elettorali erano passati da 8,6 milioni a più di 11 milioni. Le diverse componenti liberali ottennero 178 seggi contro i 310 del 1913; i socialisti  massimalisti 156 seggi contro i 52 precedenti; i popolari – al primo cimento elettorale – 100 deputati (il PPI era stato fondato da don Sturzo nel gennaio 1919); 39 i radicali, 27 i socialisti riformisti, 20  gli ex combattenti e 9 i repubblicani. I fascisti si presentarono solo a Milano ma ottennero circa 5mila voti e non elessero alcun parlamentare.

Dopo le elezioni amministrative del 1920 in occasione delle quali i socialisti conquistarono più di 2mila comuni (1600 i popolari), nella successiva competizione politica, svoltasi il 15 maggio 1921, già si poteva intravvedere l’inizio del declino del Psi che ottenne 123 seggi (vi era già stata all’inizio del 1921, al Congresso di Livorno, la scissione del Pc d’I  che elesse 15 deputati), mentre i popolari guadagnarono 8 eletti in più. I fascisti  conquistarono 35 seggi, 10 i nazionalisti (coalizzati nei c.d. blocchi nazionali insieme alle liste liberali). Questi risultati del voto furono la prova che il PNF costituiva una modesta  minoranza del Paese e che solo la violenza dello squadrismo e la benevolenza dei poteri economici aprirono a questo partito le porte del potere. Ma i socialisti e i popolari non riuscirono a presentarsi come una reale alternativa. Se i popolari dovettero fare i conti con la Chiesa cattolica interessata alla linea di conciliazione offerta da Mussolini e ovviamente ostile al ‘’pericolo rosso’’, i socialisti fecero tutto da sé (anche se è innegabile che le milizie fasciste avevano usato il pugno di ferro contro il Partito e la CGL). A cominciare dalla richiesta di aderire alla III Internazionale. Il loro programma consisteva nel ‘’fare come la Russia’’, istituire la Repubblica socialista e la dittatura del proletariato, socializzare i mezzi di produzione e di scambio e quant’altro passava il convento  del  “mito bolsevico”. Pertanto, nel nome della rivoluzione proletaria, veniva respinto, dalla maggioranza massimalista, ogni possibile intesa con altre forze.  A testimonianza dell’impotenza settaria che esprimeva allora il Psi, basterebbe leggere gli atti del XIX Congresso nazionale svoltosi a Roma dall’1 al 4 ottobre 1922 (ossia poche settimane prima della Marcia su Roma) e prendere atto dell’ordine del giorno con cui era stato convocato: “Situazione interna del Partito e sua attività politica nel Paese e nel Parlamento. Appoggio a indirizzo di Governo e partecipazione al potere nell’attuale regime”. Ballando ormai sull’orlo del precipizio, i socialisti portarono a termine quella scissione che era nelle cose da tempo (che era stata evitata a Livorno e a Milano). I massimalisti  decisero di espellere la corrente riformista e quella centrista in ossequio ai diktat della III Internazione (“Il partito socialista, eliminato dal suo seno il blocco riformista-centrista, rinnova la sua adesione alla III Internazionale”). Gli esiti del voto (32mila per i massimalisti contro  29mila per gli unitari) spaccarono il Partito a metà. Il dibattito si caratterizzò per le accuse contro i riformisti (e i loro interventi di difesa).

Le prime critiche vennero già nella relazione del segretario Fioritto, il quale attribuì agli avversari interni la responsabilità dell’insuccesso dello sciopero generale del 30 luglio (uno sciopero politico per chiedere alle autorità di contrastare le violenze fasciste): “I riformisti (il gruppo dirigente della CGL, ndr) proclamando tale sciopero all’inizio della crisi e sospendendolo alla sua conclusione e definendolo legalitario, lo avevano fatto apparire al proletariati come uno strascico montecitoriale, snervando le masse più accese”. Dopo il segretario intervenne Giacinto Menotti  Serrati: “Il nostro compito non è quello di aiutare la borghesia a risolvere la propria crisi, ma quello di trarre dalla crisi i vantaggi rivoluzionari”. Per i riformisti Modigliani ironizzò: “Se i riformisti erano colpevoli di aver impedito la rivoluzione, non si dovrebbe dovuto aspettare tanto tempo per espellerli”. Poi, l’oratore  in polemica con Serrati – come è scritto nei resoconti – negò l’esistenza di una crisi del sistema capitalista e borghese, sottolineando la necessità di distinguere fra ristretti gruppi plutocratici (…) e la borghesia democratica. Lazzari, poi, preconizzò che al Partito si apriva un campo d’azione nuovo e illimitato; deplorò l’autonomia del gruppo parlamentare chiedendo una severa punizione per i deputati che avevano trasgredito. I massimalisti criticavano, in particolare, Filippo Turati perché aveva accettato l’invito del sovrano a recarsi al Quirinale per consultazioni. A nulla servirono le argomentazioni di Claudio Treves, il quale smentì che i riformisti volessero cercare una collaborazione permanente con altre forze con le quali sarebbe stata tuttavia possibile una alleanza temporanea per “impedire che la reazione finisse per distruggere le conquiste e il patrimonio del proletariato”. Dopo Giacomo Matteotti, era di nuovo intervenuto  Serrati sostenendo che “la logica del collaborazionismo avrebbe portato coloro che di esso si facevano fautori a collaborare col fascismo verso il quale andavano in quel momento le forze della borghesia”. La mozione approvata riprendeva questo concetto e deliberava  che “tutti gli aderenti alla frazione collaborazionista e quanti approvano le direttive segnate nel manifesto e nella mozione anzidetta, sono espulsi dal Psi”.

Il discorso di addio venne svolto da Filippo Turati: “Mentre noi ce ne andiamo rientra il comunismo”. A Turati rispose Serrati: “Il discorso di Turati ha dimostrato quanto l’operazione fosse necessaria”. La mattina del 4 ottobre i riformisti si riunirono e fondarono il PSU, eleggendo segretario Giacomo Matteotti; intanto, il XIX Congresso proseguiva all’insegna del delirio e del compiacimento per la pur tardiva “operazione chirurgica”, avendo la “malattia trascurata per un biennio provocato un danno incalcolabile all’organismo del Partito”. Nel prosieguo del dibattito Giacinto Menotti  Serrati   fece notare – è scritto nel resoconto – che, indipendentemente dalla pressione reazionaria  (tanti municipi governati dai socialisti erano stati attaccati e distrutti, ndr) il Partito non poteva più condividere le responsabilità politiche dei Comuni con i partiti estranei”. Per quanto riguardava il sindacato, i Comitati sindacali socialisti erano invitati a portare avanti politiche “per le quali il concetto di classe e di espropriazione economica e politica delle classi dominanti devono essere preminenti”.

Il 28 ottobre 1922 fu la giornata della Marcia su Roma (“e dintorni” come Emilio Lussu volle intitolare il racconto di quell’evento). L’organizzazione paramilitare del fascismo – sotto la guida del c.d. quadrumvirato, costituito il 16 ottobre,  composto da Italo Balbo, Cesare Maria De Vecchi, Emilio De Bono e Michele Bianchi e stanziato a Perugia – iniziò a mobilitarsi il 27 con l’ordine di occupare le Prefetture, gli Uffici  postali e telegrafici  e le reti telefoniche. “L’esercito delle camicie nere”  disponeva di un armamento raffazzonato e non sarebbe stato in grado di reggere uno scontro con le truppe regolari, scaglionate  sulle strada di accesso alla Capitale agli ordini del comandante di quella piazza, Gen. Pugliese. La mattina del 28 Luigi Facta (il presidente del “nutro fiducia”) portò al sovrano il decreto sulla proclamazione dello stato d’assedio, ma Vittorio Emanuele III non lo volle firmare; così le squadre fasciste entrarono indisturbate a Roma (vi furono tuttavia degli scontri nel Quartiere di San Lorenzo), mettendo a sacco le sedi sindacali, socialiste e comuniste. Nei giorni immediatamente successivi intervennero alcuni tentativi di mediazione, respinti da Mussolini; il Re decise allora di convocare il Duce per conferirgli l’incarico di formare il governo. Cosa che avvenne il 30 ottobre. Mussolini si presentò al Quirinale in camicia nera, scusandosi con il sovrano per non aver potuto indossare un abbigliamento più consono, in quanto – disse – “reduce dalla battaglia” (in verità Benito Mussolini, durante la parata delle sue squadre, si era ritirato a Milano, a un passo dalla Svizzera, dove intendeva rifugiarsi se l’avventura fosse fallita). Rivolgendosi al Re (quando era direttore dell’Avanti! lo definiva il signor Vittorio Savoia) affermò: “Porto a Vostra Maestà l’Italia di Vittorio Veneto, riconsacrata dalla vittoria e sono il fedele servo di Vostra Maestà”.

Poco dopo la Marcia su Roma Giacinto Menotti Serrati partì (a capo delle delegazione del Psi) per partecipare al IV Congresso dell’Internazionale comunista che iniziò a Pietroburgo il 5 novembre.

In sostanza di che cosa discuteva animatamente il Psi dal Congresso di Livorno del gennaio 1921 a quello di Roma dell’ottobre 1922? Del fascismo? No. Per la maggioranza del Psi il fascismo non era che “il fenomeno passeggero, il singulto della borghesia, la dimostrazione della crisi irreversibile del capitalismo”. Il Psi aveva chiesto l’adesione alla III Internazionale comunista e doveva quindi condividere i 21 punti  che ne condizionavano l’accettazione. Tra questi il punto 7 obbligava i Partiti candidati “a riconoscere la completa rottura con il riformismo e con la politica di “centro” e a propagare questa rottura nella più ampia cerchia politica comunista”. Nel sollecitare “incondizionatamente e ultimativamente l’effettuazione di questa rottura – proseguiva il testo: “L’Internazionale comunista non può tollerare che opportunisti notori quali Turati, Modigliani, Kautsky (più un’altra seria di nomi, ndr) abbiano il diritto di passare per membri della III Internazionale”. A Livorno Serrati  non aveva voluto portare a termine questa operazione. La risoluzione finale (a  sua firma e di altri  della mozione dei “comunisti unitari”)  riconfermava la “piena spontanea adesione alla III Internazionale” ed accettava i 21 punti intendendo che potessero essere interpretati “secondo le condizioni storiche e ambientali del paese” e chiedendo perciò una sorta di esonero da Mosca per la rottura del partito. Per questi motivi Amedeo Bordiga (mozione comunista pura) prese la parola ed affermò che la maggioranza del Congresso si era posta fuori della III Internazionale; così invitava i delegati della frazione comunista ad abbandonare l’aula e a recarsi – al canto dell’Internazionale – nel Teatro San Marco dove sarebbe stato costituito il Partito comunista. Molto significativo, in proposito, l’intervento di Antonio Graziadei il quale rimproverò ai massimalisti di separarsi “dai più vicini per andare coi più lontani”.  Ma il dramma della sinistra non fu solo la scissione del gennaio 1921: Filippo Turati e Antonio Gramsci rappresentavano due minoranze di un Partito in mano ai massimalisti i quali  furono i principali responsabili degli errori che in poco più di un anno aprirono – con la connivenza della Corona, dei poteri istituzionali ed economici – l’accesso al potere del Fascismo. Ma la sottovalutazione della minaccia fascista non era un limite della sinistra massimalista e comunista in Italia. Anche in Germania, il partito socialdemocratico – che diversamente dal Psi – era la colonna portante della Repubblica di Weimar,   il giorno prima di quello in cui Hitler ricevette l’incarico di formare il governo (30 gennaio 1933), aveva organizzato una grande manifestazione al grido di “Berlino è rossa”, mentre il giornale della socialdemocrazia, il “Wortwars”, scriveva: “La Germania non è l’Italia, Berlino non è Roma, Hitler non è Mussolini (questa considerazione, in senso inverso e a  pelosa difesa del Duce, l’abbiamo sentita  troppe volte da noi, ndr). Sbaglia  di grosso – continuava il giornale – chi ritiene che qualcuno possa imporre un regime dittatoriale sulla nazione tedesca”. Il 27 febbraio, dopo l’incendio doloso del Reichstag, Hitler liquidò ogni parvenza di democrazia.

Giuliano Cazzola

Ex Sindacalista