L’America di Obama ancora una volta va controcorrente. Mentre in Europa si punta alla riduzione del costo del lavoro, negli Usa il presidente democratico ha annunciato un proprio decreto col quale verrà’ alzato il salario minimo da 7,7 dollari l’ora a 10,10 dollari. Una decisione presa in totale autonomia, scavalcando il Congresso. L’annuncio arrivera’ stanotte, in occasione del discorso sullo stato dell’unione, che Obama centrera’ quasi completamente sul tema delle diseguaglianze tra ricchi e poveri. Le nuove paghe entreranno in vigore dal 2015, e saranno relative solo ai nuovi contratti dei dipendenti federali (circa due milioni). Ma Obama ha in tasca un’altra novità’: al congresso chiedera’ infatti di approvare una legge che introduca una indicizzazione dei salari, proteggendo cosi’ anche i contratti in corso dall’inflazione. In pratica, la vecchia scala mobile, quella che in Italia vigeva fino al 1992, abolita poi con gli accordi di luglio 1992 (Governo Amato) e luglio 1993 (Governo Ciampi), in quanto ritenuta reponsabile della crisi economica italiana di quegli anni. E tuttavia, oggi, a oltre 20 anni di distanza, proprio gli Usa, patria del liberismo, si muovono nella stessa direzione. Inutile dire che il progetto di Obama ha subito trovato la totale contrarieta’ dei repubblicani, secondo i quali un aumento dei salari indurrebbe le aziende a licenziare. Il popolo americano, però, e’ d’accordo con Obama: secondo un sondaggio del Wall Street Journal il 63% e’ infatti a favore dell’aumento. La misura, come detto, riguarderà solo i contratti di lavoro nuovi e non quelli già stipulati ma, se alcune condizioni dell’accordo cambieranno, potrebbe essere applicabile ai contratti in rinnovo.
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