Sono 35 i suicidi e 2.250 le aggressioni subite tra il 2013 e il 2017 dagli agenti di polizia penitenziaria. Un trend che sembra essere in continuo aumento e che svela, tra le righe, le reali condizioni di lavoro del corpo. E’ il fenomeno registrato da dati ufficiali raccolti dalla Funzione Pubblica Cgil Polizia Penitenziaria attraverso la campagna “Dentro a metà”, lanciata proprio per mostrare le condizioni di vita e di lavoro del personale di Polizia Penitenziaria.
“Dati che segnalano una condizione di vita e di lavoro allo stremo delle possibilità”, dice Massimiliano Prestini, coordinatore nazionale della Fp Cgil Polizia Penitenziaria, che manifesta preoccupazione soprattutto per l’assenza di risposte da parte dell’amministrazione penitenziaria alle richieste del sindacato di avviare un confronto “su una situazione lavorativa la cui gravità non può essere ignorata. Benessere e sicurezza devono diventare priorità nella gestione delle carceri del nostro Paese”.
Quella dell’aumento delle aggressioni subite dal personale, fa sapere Prestini, “non è altro che una conseguenza della decisione di tenere le celle aperte nelle carceri e di non impegnare i detenuti in alcun tipo di attività durante tutta la giornata. Se si vuole attuare un nuovo tipo di vigilanza serve più personale nelle carceri, supporto tecnologico per la vigilanza e soprattutto attività lavorative che possano favorire il reinserimento sociale del reo”.
Per queste ragioni, conclude Prestini, “se il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria non affronterà il problema, le condizioni delle carceri saranno destinate a peggiorare, riportandoci alla situazione di illegittimità sanzionata in un recente passato dall’Europa”.

























