Non è più con noi Poldo Meneghelli, per tanti anni colonna portante de Il diario del lavoro. Si era trasferito a Bologna negli ultimi mesi per essere vicino alla figlia Donata, è mancato lontano dagli altri suoi affetti, dai suoi amici. Giornalista in gioventù, alla redazione fiorentina dell’Unità, era stato a lungo sindacalista della Cgil. Aveva avuto anche la responsabilità di un sindacato di categoria, quello dell’università. Poi aveva lasciato quel mestiere per tornare a essere giornalista, il suo primo amore. Collaboratore fisso di Lavoro informazione, il quindicinale fondato da Gino Giugni, quando era partita l’avventura de Il diario del lavoro era stato al mio fianco, di più, aveva diretto con grande forza e capacità il giornale quando io ero impegnato altrove.
Se Il diario del lavoro è stato grande lo devo a lui, che per anni ha saputo guidarlo, con grande sapere e profondo mestiere. I ragazzi che hanno lavorato al Diario devono a lui molto, nonostate il suo carattere ruvido, i suoi modi sbrigativi. Non sapeva manifestare il suo affetto alle persone, era schivo, un solitario, molto introverso. Ma chi riusciva a scalfire quella sua scorza dura trovava tutt’altro uomo da quello che appariva.
Lo aiutava la grande intelligenza e la profonda cultura.
Pochi hanno avuto la fortuna di leggere i racconti che ha scritto in questi anni. Molto profondi, densi di una tristezza di fondo che aiuta a capire i suoi sbalzi di umore, gli improvvisi sorrisi, le battute che non risparmiava. Da buon giornalista era curioso, della vita, dei fatti del sindacato, di tutto quanto accadeva. E raccontava molto piacevolmente tratti della sua vita, che però nel suo insieme restava avvolta un po’ nell’ombra: non certo nel mistero, perché la sua vita era chiara, ma frequentandolo si aveva la certezza di non riuscire mai a capirlo fino in fondo, perché un lato del suo carattere restava semrpe nascosto e scoprirlo a volte era una sorpresa.
La malattia lo aveva allontanato negli ultimi mesi dal lavoro e temo che questo sia stato un aggravante delle sue condizioni di salute, perché Il diario era, credo, il suo grande amore di questi ultimi anni. Fino all’ultimo ha continuato a chiedere cosa accadeva, chi scriveva per noi, quali erano i problemi. Voleva continuare a essere uno di noi. Lo sarà per sempre, perché la sua personalità non scomparirà dai nostri cuori. Sarà sempre con noi.
Massimo Mascini
























