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Home - Approfondimenti - Interviste - Falcinelli, Adesso una grande trattativa triangolare per far ripartire il paese

Falcinelli, Adesso una grande trattativa triangolare per far ripartire il paese

di Massimo Mascini
29 Maggio 2020
in Interviste

Il sindacato ha svolto un ruolo importante in questa emergenza sanitaria. Adesso è necessario sfruttare questa rinnovata centralità per avviare una grande trattativa che coinvolga però, oltre al sindacato e le imprese, anche il governo, perché i nodi da aggredire sono strutturali e solo con la partecipazione dell’esecutivo è possibile affrontarli e risolverli. Marco Falcinelli, il segretario generale della Filctem, il sindacato di chimici, tessili ed elettrici della Cgil, pensa che sia giunta l’ora di modernizzare davvero il paese, di fare quello che si doveva fare dopo la crisi del 2008 e non si è fatto. Partendo dallo sviluppo della burocrazia, che paralizza la pubblica amministrazione e impedisce la crescita. Falcinelli pensa a un grande ruolo anche dei contratti nazionali, il cui rinnovo sarebbe un errore rinviare, afferma, perché in questo modo è possibile aiutare le imprese a crescere.

Falcinelli, sarebbe opportuna una trattativa interconfederale per avviare la fase, così incerta e difficile, della ripresa economica?

Credo proprio che un negoziato sia necessario. La pandemia ha determinato troppe incertezze, adesso dobbiamo ripartire provando a dare ordine e regole per le cose da fare nel prossimo futuro. Credo però che una eventuale trattativa interconfederale debba coinvolgere necessariamente anche il governo.

Perché questo allargamento?

Ma perché dobbiamo affrontare nodi di sistema, che impediscono al paese di svilupparsi in tanti campi. Penso per esempio alle disfunzioni dell’apparato burocratico del paese, alle inerzie della pubblica amministrazione. Per questo il governo deve essere presente in una discussione di questo genere, perché solo lui può sciogliere questi nodi.

Non un patto che coinvolga solo i produttori?

Limitando la discussione tra noi e le imprese ci ridurremmo a discutere gli aspetti prettamente collegati alle dinamiche contrattuali, ai meccanismi contrattuali, ma quello che possiamo risolvere noi sarebbe solo una parte dei temi più generali da affrontare. E poi con il Patto della fabbrica abbiamo già affrontato questi argomenti, tornare a parlarne sarebbe una discussione riduttiva.

Quindi una trattativa triangolare.

Esattamente. Una grande iniziativa per discutere come riprogettare il paese, come gettare le basi perché questa fase di emergenza sia utilizzata come un’opportunità per cambiare le difficoltà che attanagliano il paese e che ci hanno impedito in passato di modificare il nostro modello di sviluppo. E’ un passo indispensabile per noi. Ce ne siamo resi conto dopo la crisi del 2008: dovevamo mettere in campo le riforme che ci avrebbero consentito in un secondo momento di agganciare la ripresa, in realtà abbiamo ripreso un po’ di punti di Pil, ma le riforme non le abbiamo fatte. E adesso, aggrediti da questa nuova emergenza, ci siamo trovati a fare i conti con gli stessi problemi, con una burocrazia che ci soffoca.

Lei insiste con i problemi della burocrazia. Sono così importanti?

Sì, più di quanto si possa credere. Basta pensare che a tre mesi dall’avvio del lockdown la stragrande maggioranza dei lavoratori in cassa integrazione non ha ancora ricevuto i sussidi previsti. Facciamo ancora i conti con una stratificazione di regole che impediscono la fluidità delle decisioni. Per non parlare della politica industriale: ci troviamo nella stessa condizione in cui eravamo venti anni fa, con un sistema di autorizzazioni che non cammina e non ci fa camminare. Servono anni per poter avviare un sistema di produzione, mentre altrove bastano settimane. Lì poi magari arrivano i controlli, ma intanto si parte. E’ per questo che non attiriamo più gli investitori esteri, costretti ad attendere anni per le necessarie autorizzazioni.

E da lì, dalla lotta alla burocrazia, dobbiamo partire?

Questa è la madre di tutte le riforme, uno dei punti chiave della modernizzazione del paese. Il governo non è immobile, per esempio sembra voglia intervenire sul sistema fiscale, che adesso è una fonte di iniquità e diseguaglianze. Ma, appunto, bisogna iniziare. Un esempio, si parla insistentemente di una riforma degli ammortizzatori sociali. E’ stata avviata una discussione su un possibile intervento, poi non se ne è fatto più nulla. Ancora, la formazione, le condizioni del lavoro sono profondamente cambiate, non esiste più la sicurezza della continuità dell’impiego, serve un impegno forte nella formazione, per crescere nel proprio posto di lavoro, ma anche per presentarsi in condizioni di forza sul mercato del lavoro in caso di difficoltà. La formazione deve diventare un diritto.

Sono tante le cose da affrontare.

L’elenco è lungo, tutti interventi strutturali per mettere il paese nelle condizioni di ripartire. Per questo un negoziato che affronti i problemi più urgenti diventa indispensabile. Se invece continuiamo a correre dietro alle emergenze dei singoli settori, un giorno uno, il giorno dopo un altro, mettiamo delle pezze, magari importanti, ma non risolviamo i problemi di fondo.

In questa ottica voi sostenete l’opportunità di dare più spazio al contratto nazionale, perché?

Il contratto nazionale è la pietra angolare del nuovo sistema che dovrebbe consentire la ripartenza del paese. Sbagliano Confindustria e le associazioni datoriali di categoria che vorrebbero rinviare nel tempo la discussione del rinnovo dei contratti. Al contrario, adesso c’è bisogno di discutere come il contratto possa svolgere il suo ruolo e la sua funzione nel riprogettare le attività delle imprese. Ci troviamo di fronte a cambiamenti importanti, già iniziati, per la digitalizzazione delle imprese, industria 4.0, il cambiamento del modello produttivo. Tutte queste novità avevano evidenziato la necessità di affrontare una serie di temi importanti, l’utilizzo degli impianti, l’organizzazione del lavoro, i turni, e noi avevamo già provato a inserire queste discussioni nei contratti nazionali. Oggi a maggior ragione affrontare questi argomenti è indispensabile per affrontare la modernizzazione digitale delle imprese, per renderle più sostenibili dal punto di vista ambientale, per mettere il modello produttivo in sintonia con la fase che stiamo attraversando. I contratti nazionali possono svolgere questo ruolo e questa funzione e per questo devono assumere un ruolo più forte.

Quale sarebbe allora il ruolo della contrattazione aziendale?

Da noi esistono due livelli di contrattazione, esempio più unico che raro in Europa. Noi vogliamo mantenere questa fortunata anomalia che ha consentito al sistema di relazioni industriali di attuare importanti risultati per la tutela dei lavoratori. Anche il contratto di secondo livello è importante ma non possiamo non tenere nel dovuto conto il fatto che a tutt’oggi non raggiunge più del 30% del panorama delle imprese.

E quindi che bisogna fare?

Intervenire per diffondere quanto più possibile questo livello, anche perché in azienda è possibile far crescere il livello di partecipazione dei lavoratori alle decisioni strategiche delle imprese.

La partecipazione dei lavoratori può crescere con la contrattazione aziendale?

Sì, anche se certamente sarebbe un fatto importante l’esistenza di norme nazionali che orientino le imprese a muoversi in questa direzione. Noi abbiamo provato a fare pressioni in questi anni perché le imprese, specie quelle che hanno impianti anche all’estero, istituissero i consigli di sorveglianza e siamo anche arrivati vicini ad accordi di questo genere. Ma poi le aziende si sono fermate, proprio per l’assenza di un quadro normativo nazionale che sostenga questa strumentazione.

Una legge?

Sì, una legge sul modello dualistico che c’è in Europa. Sarebbe molto importante.

Lei parla di un ruolo forte del sindacato in questa fase. Pensa che sia possibile questo salto di qualità?

In questa emergenza il sindacato ha acquistato un ruolo importante e penso che questa centralità debba essere utilizzata per compiere un passo in avanti nel sistema delle relazioni industriali. Perché questo serve al paese. Se vogliamo considerare la situazione nella quale ci siamo trovati un’opportunità e provare a immaginare un nuovo modello di sviluppo economico e sociale che riduca le diseguaglianze e risolva il problema della sofferenza salariale, dobbiamo affrontare senza timori questa discussione.


Massimo Mascini

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