di Massimo Mascini
Il nodo dell’affaire Fiom-Fiat sta venendo alla luce in tutta la sua drammaticità. A Sergio Marchionne è scappato detto l’altro giorno, nel corso dell’incontro con i sindacati per la Bertone, che un certo tipo di sindacalismo è inconciliabile con la prosecuzione degli investimenti nazionali dell’azienda. E non si riferiva solo all’impegno promesso per l’azienda di Grugliasco, ma all’insieme del piano generale che è stato definito dal vertice della Fiat Fabbrica Italia. Per farla breve, i 20 miliardi di investimenti italiani promessi dalla Fiat per i prossimi anni sono tutt’altro che sicuri; al contrario, verrebbero meno se le relazioni industriali dovessero continuare come stanno andando in questi mesi, e il vertice della Fiom era andato a quella riunione proprio per affermare che nulla cambierà nella sua strategia.
Resterebbero gli investimenti Fiat per Mirafiori e Pomigliano, dove i lavoratori hanno accettato i diktat dell’azienda, ma tutto il resto potrebbe cadere. E non è difficile da credere per un’azienda che proprio in questi giorni ha acquistato un altro 16% della Chrysler e si appresta a controllarne il 46% entro giugno. Ormai la scelta multinazionale è fatta e, nonostante il nome, nulla di più facile che la Fiat abbandoni i suoi impianti italiani.
Ce ne dobbiamo dolere? Certamente sì, perché la Fiat è una delle poche grandi imprese multinazionali disposte a investire in Italia, perché non siamo assolutamente in grado, stanti i livelli di produttività dei nostri impianti, a perdere un numero così alto di posti di lavoro, perché la Fiat non solo occupa tante persone, direttamente e attraverso l’indotto, ma rappresenta comunque un motore di ricerca e innovazione importante in un paese come il nostro che di ricerca, pubblica o privata che sia, ne fa davvero poca. Se la Fiat ci ripensa e fa fagotto per l’Italia è un colpo durissimo, forse esiziale alla luce del grave stato di crisi dell’economia e del gap che stiamo accumulando nei confronti degli altri paesi industrializzati con i quali ci confrontiamo.
Chi non se ne duole è certamente la Fiom, che al contrario è fiera della sua strategia tanto da portarla, con i processi che vengono avviati, alle sue ultime conseguenze. Bene, male? Difficile dirlo a priori, perché in linea di principio fa bene un sindacato che in nome dei valori che ne costituiscono l’ossatura non accetta le imposizioni che le vengono imposte e va avanti fino in fondo, costi quel che costi. Il punto però è proprio qui, nel costo dell’operazione. Perché la posta in gioco è altissima, e non è nelle disponibilità della Fiom. Se un imprenditore fa un investimento e sbaglia qualcosa, paga perdendo il capitale che ha investito. Ma la Fiom, anche se fa cappotto, non paga nulla. Non è la dirigenza della Fiom che resta senza lavoro, sono i lavoratori della Bertone o della Fiat a restare a casa, a perdere il lavoro, è l’economia italiana a perdere l’ossigeno che la può tenere in vita in un momento di difficoltà.
In ballo ci sono, lo abbiamo detto, dei valori, e non è merce di poco conto in un periodo come quello attuale, in cui i valori sembrano spariti per sempre. Quindi anche i giudizi vanno calibrati con grande attenzione, non bisogna mai fare di ogni erba un fascio (absit injura verbis). Ma forse davvero la Fiom sta sbagliando, perché un sindacato deve stare sempre con i piedi per terra e saper cogliere non solo la forza dei propri principi, ma anche il momento politico, sociale ed economico nel quale opera. Nel mondo delle relazioni industriali non è sempre primavera, al contrario, la famosa legge del pendolo è sempre più valida, oggi sono forte io, domani lo puoi essere tu. C’è il momento felice, ma anche quelli tristi. E in questi ultimi è bene sapersi contentare.
Un esempio tra tanti, l’accordo del 1975, quando Gianni Agnelli, presidente di Confindustria, accettò l’intesa sul valore unico del punto di contingenza. Un accordo rovinoso per Confindustria, accettato però perché comportava per gli industriali l’uscita dal cono d’ombra nel quale si erano trovati dopo l’autunno caldo del 1969. Per più di un lustro i sindacati nemmeno trattavano con la Confindustria, non la ritenevano controparte, con quell’intesa si riequilibrarono le posizioni.
La Fiom forse farebbe bene a capire che in questo momento la Fiat ha in mano il manico del coltello. Il punto, lo ha detto con grande chiarezza Valerio Castronovo su Il sole 24 ore del 21 aprile, è che la Fiom da sempre, dal 1955, non è lucida quando si tratta di Fiat. Quando si trova di fronte questa azienda si considera, a torto o a ragione, la punta di diamante del sindacalismo italiano, e astrae il suo giudizio dalla realtà. Con tutto danno dei lavoratori, ma, appunto, anche del nostro paese. Forse il prezzo è un po’ troppo alto. Forse prendere atto della realtà, accettare un temporaneo e limitato ripiegamento in attesa di una futura vittoriosa avanzata, sarebbe molto meglio. Ma capirlo non è facile.
























