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Home - Approfondimenti - Analisi - La funzione sociale ed economica del salario in un Paese come l’Italia: perché è meglio ridurre il cuneo fiscale ai salari più bassi

La funzione sociale ed economica del salario in un Paese come l’Italia: perché è meglio ridurre il cuneo fiscale ai salari più bassi

di Alessandro Genovesi
25 Marzo 2019
in Analisi

Ho pensato molto sul possibile titolo di questo un contributo in materia di salario minimo legale. Alla fine ho ritenuto adeguato il titolo “La funzione sociale ed economica del salario in un Paese come l’Italia: perché è meglio ridurre il cuneo fiscale ai salari più bassi”. Perché ritengo che una discussione seria sull’opportunità di introdurre nel nostro Paese tale istituto debba partire da come realmente è l’Italia e da come vorremmo che diventasse nel mondo sempre più globale, competitivo ed interconnesso.

In questa sede non affronterò il tema dal punto di vista  giuridico, limitandomi a sottolineare il coordinamento che i padri costituenti hanno sempre ritenuto vi dovesse essere (si vedano i lavori della sottocommissione dell’Assemblea Costituente) tra l’articolo 36 (“Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro” e ricordiamo che la retribuzione è anche quella differita, come il TFR e tutte le voci che lo compongono e lo fanno aumentare) e l’articolo 39 (“ i sindacati … possono … stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce”).

Sin dall’inizio, cioè, i costituenti ritenevano che, a definire la proporzionalità di quantità e qualità della retribuzione, dovessero essere i CCNL, dotati di quella forza che il c.d. “erga omnes” avrebbe avuto a seguito dell’attuazione, per legge, del medesimo articolo 39.

Anche perché, in assenza di CCNL validi erga omnes, si porrebbe immediatamente il tema, anche in sede di eventuali contenziosi giurisdizionali, di come possa un salario orario minimo legale definito in cifra fissa rispondere all’art. 36 della Costituzione .

A meno che – ma allora rispetto alle riflessioni che proverò a fare più avanti, sarebbe ancora peggio – non accettare che i 9 euro possano essere riproporzionati in alto o in basso in base alla “qualità della prestazione”, proprio per far scudo all’art. 36  (sapendo che una definizione di “qualità della prestazione” è tema complesso, come dimostrano le varie sentenze,  essendo questa figlia delle professionalità, dell’anzianità/esperienza, di prestazioni in orario straordinario, flessibile, in reperibilità, in turno, ecc.). Si avrebbero allora tanti “salari minimi orari” definiti dal legislatore, paralleli in tutto e per tutto a quanto stabilito dalla contrattazione collettiva (e allora che senso avrebbero delle brutte copie dei minimi?).

E si badi bene il tema non è la cifra in sé (fossero anche di più di 9 euro, cosa molto difficile), ne se essa si intenda al lordo o al netto dei contributi previdenziali e assicurativi, ma se proprio essa debba esserci.

E qui vengo alle mie riflessioni da “sindacalista di provincia”. Partendo da due punti: a cosa serve il salario e come è veramente l’Italia.

A cosa serve il salario. Il salario, ci insegnavano i nostri buoni maestri, svolge fondamentalmente cinque funzioni.

1)     Una funzione di riconoscimento dei diversi apporti che, per conoscenza, esperienza, passione e qualifiche, i lavoratori, diversi tra loro, danno.

2)     Una funzione di qualificazione elastica dell’occupazione sia espansiva verso il basso (la moderazione salariale in diversi settori o in diverse stagioni ha funzionato come scambio sia anti inflattivo sia per un aumento della base occupazionale) che verso l’alto (la concorrenza ad accaparrarsi i più bravi o le nuove figure, alzando i livelli salariali medi).

3)     Una funzione redistributiva classica: si produce ricchezza (e anche l’inflazione ne è un effetto) e quindi va redistribuita tra i fattori che l’hanno prodotta (profitti per il capitale, salario per il lavoratore).

4)     Una funzione di alimentazione della domanda: il mercato interno si amplia (come consumo, non per forza come produzione, dipende dai settori e da chi produce cosa, e dipende dalle politiche industriali e commerciali dei singoli Paesi) perché chi vuole o deve spendere può farlo in maniera maggiore (e questo avviene mettendo soldi in tasca sotto forma di salario, di servizi, di riduzioni/deduzioni fiscali, ma qui ci interessa il salario).

5)     Una funzione (e questo è ciò che nel dibattito si sta molto sottovalutando), infine, di incentivazione agli investimenti privati in capitale – materiale (macchine, innovazione di prodotto e processo) o immateriale (conoscenza, professionalità) – secondo il principio della “frusta salariale” di Sylos Labini.

Principio per cui, finché il costo del lavoro sarà basso l’impresa preferirà sfruttare il lavoro e non investire e “sfruttare” di più il capitale. Tradotto finché posso pagare poco l’impiegato o l’operaio perché comprare nuovi macchinari, perché aumentarne la produttività singola, individuale o aziendale, o complessiva (la produttività di sistema cioè investimenti in infrastrutture, energia, conoscenza, ecc.)? Solo salari più alti spingono l’impresa a ricercare maggiore valore aggiunto e maggiore produttività nell’organizzazione di impresa e in nuovi processi e prodotti.

E poiché tanto le professionalità (che evolvono, con una velocità maggiore rispetto al passato) sono diverse perché diverse sono le organizzazioni del lavoro; tanto i mercati e i fattori di processo sono diversi da settore a settore, da impresa ad impresa; tanto sono diversi i valori aggiunti nella catena produttiva, così come diversa  l’elasticità occupazionale, tanto sono diversi i livelli salariali perché fotografano la complessità.

Complessità, non tanto delle relazioni industriali, che certo possono e devono aprirsi ad innovazioni ed aggiornamenti (e in questa direzione vanno gli accordi interconfederali dal 2014 ad oggi, a dimostrazione di una capacità di adattamento che non andrebbe disprezzata, anzi andrebbe incoraggiata), ma dei settori produttivi.

Settori che cambiano e che tra globalizzazione (nel bene e nel male), esplosione tecnologica, personalizzazione del consumo, pongono semmai al sistema economico e sociale – e quindi al sistema della rappresentanza politica e delle relazione industriali – il tema della semplificazione degli strumenti, dell’adattabilità degli stessi (anche con campi nuovi da esplorare, per esempio la partecipazione in azienda), dell’attenzione ai diritti di nuova generazione (formazione, creatività, conciliazione), non certo il loro superamento.

 

Se queste sono le funzioni “classiche” del salario, esse sono ancor più necessarie nella loro azione verso l’alto e nel loro adattamento ai diversi contesti produttivi, in un Paese come l’Italia che (oggi) ha due caratteristiche che lo pongono fuori dal contesto europeo, o meglio dalla condizione media degli altri paesi Ue:

1)     la bassa produttività del sistema che – in un contesto di alta produttività del lavoro, come quello italiano, dove i lavoratori italiani lavorano mediamente di più degli altri – vuol dire bassa produttività tanto del sistema (tema infrastrutture, energia, credito, efficienza PP.AA.) che delle imprese. Vi sono cioè pochi investimenti privati in innovazione, nuovi macchinari, formazione del personale, ricerca e sviluppo applicata, ecc;

2)     la percentuale più alta di piccole e piccolissime imprese che fanno del nostro tessuto produttivo un unicum in Europa (con conseguente copertura dei contratti collettivi di secondo livello solo al 18% dei lavoratori italiani).

E poiché noi vogliamo un Paese che si collochi nella parte alta della divisione internazionale del lavoro, la frusta salariale, agendo in modi diversificati (cioè contestualizzati) ma sempre verso l’alto, è una condizione essenziale, anche e soprattutto a livello di contratto collettivo nazionale (vista la dimensione di impresa e la scarsa copertura del 2° livello) per non ritrovarci sempre di più a dover competere, invece, esclusivamente comprimendo il lavoro. Cioè riducendo i salari, aumentando ulteriormente la precarietà e i carichi di lavoro.

E’ per queste ragioni che in Italia l’eventuale introduzione del salario minimo per legge avrebbe un effetto micidiale: scoraggerebbe la leva salariale nazionale, perché essendo la stragrande maggioranza dei minimi contrattuali complessivi, cioè comprendenti welfare integrativo, ferie, mensilità aggiuntive, maggiorazioni vari, scatti di anzianità, ecc. ben sopra i 12/13 euro – per non citare i 22/26 lordi dei CCNL edilizia –  sarebbe un disincentivo al rinnovo dei CCNL per tutte le imprese che stanno sopra. Imprese che al massimo, bontà loro, avendo la “pistola fumante sul tavolo”, potrebbero in futuro concedere un po’ di welfare defiscalizzato (e “orientato” attraverso le “loro” piattaforme), concentrando la funzione del salario solo nei contesti aziendali più strutturati, già i più forti e per assurdo oggi con meno problemi di competitività, con evidenti effetti di mancata redistribuzione e minore aiuto alla domanda interna.

Si appiattirebbe la produttività (pochi lo dicono ma dove si applica solo il salario minimo legale, negli anni, è crollata la produttività complessiva e del lavoro, si veda rapporto Fondazione Dublino), livellando (la moneta cattiva alla lunga scaccia quella buona) contesti diversi che nessuna norma di legge può contemplare. Questo se assumiamo come dato di base la “complessità” sovra indicata.

Risultati: il primo – che potrebbe anche non interessare il Governo (l’attuale non ha proprio una visione della democrazia come complessità, come sintesi di interessi, su questo in continuità anche con i Governi passati) – la destrutturazione del sistema delle relazioni industriali e dei suoi protagonisti (CGIL, CISL, UIL, Associazioni datoriali) che perderebbero oggi la propria funzione a livello confederale e nazionale, residuando solo i rapporti di forza nelle singole aziende, con evidente definitiva corporativizzazione.

Il secondo – ben più importante – a fronte di una fiammata iniziale (l’innalzamento dei salari dei lavoratori di alcuni settori, principalmente concentrati nel terziario povero, sempre che non ricadano “nella trappola del lavoro sommerso”, altra specificità tutta italiana per quantità 4 volte superiore alla media Ue) una distruzione di ricchezza e benessere diffusi nel medio periodo, sia per minore redistribuzione sia per minori investimenti privati.

Per queste ragioni ritengo, coerentemente con la posizione già espressa in sede di audizione parlamentare e in sede di primo confronto (più di metodo che di merito, da quanto mi pare di capire) da CGIL, CISL e UIL  che sia “strategicamente sbagliato” anche per le associazioni datoriali (al netto di Confindustria che su questo è stata chiara anche in audizione parlamentare), anche solo accettare oggi la discussione sul “quanto” debba essere il salario minimo legale.

O se un minimo legale debba comunque accettarsi per i lavoratori non subordinati e (e la “e” di congiunzione è importante, visti gli sforzi di diversi CCNL di includere anche queste figure, si vedano i riders ma non solo) non coperti da contrattazione collettiva (esempio collaboratori e p.iva mono committenti),  facendolo diventare di fatto una “tariffa minima” (e si badi bene sono consapevole che non sarebbero la stessa cosa),  rendendo  più difficile portare avanti quella contrattazione inclusiva di cui la stessa Carta dei Diritti proposta dalla Cgil (e che mi auguro diventi presto patrimonio unitario) è emblema.

E per tanto la parola d’ordine non può che essere una sola, come già espresso unitariamente in Audizione da CGIL, CISL e UIL: legge sulla rappresentanza, attuativa dell’art. 39 Cost. con i minimi contrattuali complessivi che (come avviene oggi sulla falsariga degli appalti pubblici, con l’art. 30 c.4 del Codice), stabiliti esclusivamente da CCNL erga omnes, siano la “via italiana al salario minimo legale”.

UNA CONTRO PROPOSTA

Cosa diversa infine (non certo per importanza) è il tema dei lavoratori poveri, di tutti coloro che, anche per responsabilità diffuse, pur lavorando sono poveri perché prendono 5-6 euro l’ora o, pur prendendo di più all’ora, lavorano poco (pensiamo ai c.d. “part time involontari).

Al di là delle nostre responsabilità (anche come agenti contrattuali) ritengo che non si possa lasciare ad altri questo tema e per questo mi sento di proporre una specie di MOSSA DEL CAVALLO, DA COSTRUIRE CON ALLEANZE PRIMA E DA VERIFICARE, POI, AL TAVOLO CON IL GOVERNO.

Nelle prossime ore dobbiamo avanzare (unitariamente e se possibile anche con il consenso di Confindustria e delle altre associazioni datoriali) un’altra proposta che si “farebbe carico” anche dell’esigenza del Governo di parlare ad una parte del mondo del lavoro.

UNA PROPOSTA, a mio parere più giusta (e anche coerente con la stessa Costituzione, con l’art. 1 e sul suo essere “fondata sul lavoro”) potrebbe essere quella di una riduzione massiccia del cuneo fiscale e previdenziale, da riversare integralmente sulle buste paga più basse, partendo proprio da coloro che si collocano sotto la seconda mediana dei salari italiani (diciamo sotto i 1000/900 euro netti al mese, dati Istat 2018) o, se vogliamo salvare l’effetto cifra, sotto i 9 euro l’ora (e che non ricadrebbe nemmeno nella trappola degli incapienti).

Una riduzione del cuneo sul lavoro che all’inizio – lo dico espressamente, anche per una questione sia di saldi di finanza pubblica sia per una questione micro economica –  non deve essere per tutti, anche perché una scelta tale se generalizzata, proprio per quanto scritto sopra, avrebbe un effetto redistributivo e sulla domanda interna importante ma non attiverebbe la “frusta” per gli investimenti, pagando solo lo Stato (attraverso la fiscalità generale) l’aumento del netto in busta paga e non le aziende.

So che potrei essere accusato di non cogliere l’effetto “propaganda” di chi dirà alla colf (sempre che per loro si applichino veramente gli eventuali 9 euro e non ricadano nel lavoro nero) ti diamo di più di altri (il sindacato?) e lo facciamo pagare alle imprese, o peggio di essere un vecchio salarialista che non fa i conti con il fatto che nel mondo la regola del salario legale minimo è diffusa (tranne poi spiegarmi quel qualcuno se in un mondo con sindacati più deboli e salari più bassi sia più felice oggi rispetto a ieri…), ma io penso che le nostre peculiarità esistano, tanto come Paese che come modello produttivo.

Alla fine bisogna certo cambiare, certo innovarsi, ma anche saper conservare quello che di buono abbiamo. E tra il buono da conservare nel nostro Paese metto un sistema di relazioni industriali che ha retto, nella crisi economica come in quella democratica, alla delegittimazione dall’alto e dal basso.

Se su questo l’accusa è di essere ancora un figlio del ‘900, me la prendo. Anzi la rivendico con orgoglio, pronto a difendere questa posizione nelle piazze come nelle corti di giustizia. Fintanto che ci sarà un giudice a Berlino.

Alessandro Genovesi – Segretario Generale della Fillea Cgil

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Responsabile Contrattazione inclusiva, appalti e lavoro nero della Cgil Nazionale

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